CAROSELLO

Due gesti, due mondi: l’umanità si manifesta senza chiedere

 


Padri, figli e promesse durevoli: due scene di umanità in una domenica qualunque

Un gesto semplice tra un giovane padre e suo figlio, e la benedizione a una coppia con 70 anni di matrimonio: frammenti di vita che parlano più di mille omelie.


Ci sono domeniche che scorrono via senza lasciare traccia, e altre che invece si imprimono nella memoria con la forza discreta dei gesti autentici. Questa appartiene alla seconda categoria.

La prima immagine è quella di un giovane padre e di suo figlio adolescente — avrà circa 13 o 14 anni — che entrano insieme in chiesa. Non hanno l’aria di chi compie un dovere, ma di chi condivide un rito sentito, un tempo, un’appartenenza. Si siedono davanti a me. Li osservo, e ciò che vedo è una naturalezza rara.

Durante il “Pater”, si prendono per mano. Nel momento dello scambio della pace, tendono la mano ai vicini. Non tutti lo fanno, non sempre, dopo il covid. Ma loro sì. E poi il ragazzo si gira verso di me e mi porge la mano, con un gesto spontaneo, pulito, quasi disarmante. Un gesto che dice più di qualsiasi discorso sulla comunità, sulla fede vissuta, sull’educazione affettiva.

È in quei dettagli che si misura la tenuta dei legami. E forse anche la tenuta di una società.

La seconda scena è un’altra forma di resistenza: la benedizione a una coppia che celebra 70 anni di matrimonio. Una durata che oggi sembra quasi un’utopia, soprattutto in un tempo in cui molti abbandonano la partita alle prime incomprensioni.

A impartire la benedizione è don Biagio. La sua voce è affaticata, diversa da quella che ricordavo. Non è più il giovane prete di strada che negli anni ’70 seppe aggregare i ragazzi di Mater Domini, quartiere difficile della periferia di Catanzaro, costruendo una comunità viva, attenta, partecipativa. Ma proprio quella fragilità dà un peso diverso alle sue parole.

Mariarosa e Umberto — così si chiamano — siedono ai primi banchi, circondati da figli, nipoti, amici. Settant’anni insieme significano aver attraversato un’Italia dura, povera, sociologicamente complessa. Significano aver resistito a tutto: alle difficoltà economiche, ai cambiamenti, alle tempeste private. E oggi sono ancora lì, mano nella mano, ancora insieme.

Due episodi, due generazioni, due modi diversi di dire “ci siamo”. 

E forse è proprio questo che tiene insieme una comunità: la continuità silenziosa dei gesti, la tenacia dei legami, la capacità di restare.

Sul sagrato, a fine messa, racconto a un amico ciò che ho visto. Lui sorride: «È mio nipote». Lo dice con una naturalezza che chiude il cerchio. E mentre porgo la mano a don Francesco, il giovane prete che ha raccolto l’eredità dello storico don Achille — quello che introdusse il gesto del saluto finale dopo ogni celebrazione — capisco che la comunità non è un concetto astratto. È fatta di volti, di mani tese, di storie che si intrecciano senza clamore.

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