CAROSELLO

L'Italia senza mondiali ma ...

 


È troppo dire che aprire un tg nazionale con la sconfitta dell’Italia ai mondiali è assurdo? Con i problemi che abbiamo fa davvero specie sentire le reazioni del presidente del senato e quelle del vice premier entrambi scandalizzati!

Conflitto in medio oriente. Trump che sta facendo scivolare la sua avidità in tutto il mondo e che apre fronti di guerra dovunque ritiene opportuno. Netanyahu che fa da sponda all’ala più oltranzista del suo governo e legifera sulla pena di morte per i palestinesi ritenuti nemici. Putin ancora in guerra in ucraina ….

 

 L’assurdo come normalità: 

 L’apertura dei TG e la gerarchia distorta delle notizie

 

C’è un momento, ogni tanto, in cui il Paese sembra guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Aprire un telegiornale nazionale con la sconfitta dell’Italia ai Mondiali è uno di quei momenti. Non perché il calcio non sia importante — lo è, eccome — ma perché la sproporzione tra ciò che accade nel mondo e ciò che scegliamo di mettere al centro del dibattito pubblico è diventata quasi grottesca.

Che due tra le più alte cariche istituzionali si dicano “scandalizzate” per un risultato sportivo, mentre il pianeta brucia su più fronti, è un segnale. Non tanto di superficialità, quanto di una deriva comunicativa che confonde l’emotività con la priorità, il tifo con la responsabilità.

L’Italia vive problemi strutturali profondi: lavoro, sanità, sicurezza sociale, crisi demografica, tensioni internazionali che ci riguardano direttamente. Eppure, il racconto mediatico spesso si rifugia nel rassicurante, nel familiare, nel nazional-popolare. È un anestetico collettivo, non una scelta neutra.

Il mondo intanto si muove — e non nella direzione giusta!

Mentre qui ci indigniamo per un rigore sbagliato, altrove si ridisegnano equilibri globali con una velocità che dovrebbe far tremare i polsi.

In Medio Oriente  ancora si muore.

Il conflitto continua a espandersi, con un’escalation che coinvolge attori regionali e potenze globali. Le scelte politiche dei leader in campo — spesso descritte da analisti come sempre più radicali — stanno irrigidendo posizioni e alimentando un ciclo di violenza che sembra non avere sbocchi immediati.

Gli Stati Uniti  sembrano narcotizzati dalla boria trumpiana.

La politica estera americana, secondo molti osservatori, sta attraversando una fase di assertività che genera frizioni in più aree del mondo. Le decisioni prese negli ultimi anni hanno aperto nuovi fronti di tensione e ridefinito alleanze, con effetti che ricadono anche sull’Europa.

In Israele il governo, secondo numerosi commentatori internazionali, sta dando spazio alle componenti più oltranziste della propria coalizione. Le proposte di legge più dure, come quelle relative alla pena di morte per alcuni reati legati al terrorismo, stanno alimentando un clima già incandescente.

Intanto in Russia e Ucraina  la guerra continua, logorante, con un impatto devastante sulla popolazione civile e sull’economia globale. È un conflitto che non accenna a spegnersi e che ridisegna gli equilibri energetici, militari e geopolitici del continente europeo.

Il paradosso italiano: indignarsi per ciò che non conta e lasciare cadere i disagi quotidiani di quanti sono costretti a muoversi con l’auto e restare inorriditi davanti alla pompa di benzina: 20€ per miseri scarsi 10 litri di carburabte.

In questo scenario, l’Italia appare spesso come un Paese sospeso: emotivo, reattivo, ma incapace di orientare il proprio sguardo verso ciò che davvero determina il suo futuro.

L’indignazione per una sconfitta sportiva diventa così un sintomo, non una causa. Un sintomo di un dibattito pubblico che fatica a reggere la complessità, che preferisce la comfort zone del pallone alla durezza del mondo reale.

Non è “troppo” dire che sia assurdo aprire un TG con la sconfitta ai Mondiali. È semplicemente un dato di fatto: la scala delle priorità è saltata. E quando la gerarchia delle notizie si capovolge, si capovolge anche la percezione collettiva di ciò che conta.

 La responsabilità del racconto giornalistico che sembra voler nascondere sotto il tappeto la polvere.

Non si tratta di demonizzare il calcio, né di pretendere che ogni notiziario apra con geopolitica e analisi strategiche. Si tratta di riconoscere che un Paese maturo dovrebbe saper distinguere tra ciò che lo intrattiene e ciò che lo riguarda.

Le istituzioni hanno il dovere di mantenere la barra dritta, di non farsi trascinare dall’onda emotiva del momento. E i media hanno la responsabilità di non alimentare una narrazione che distrae, banalizza, semplifica.

In Conclusione, è troppo chiedere di tornare seri, senza perdere l’anima?

L’Italia ha bisogno di ritrovare un senso di proporzione. Di guardare il mondo per quello che è, non per quello che ci fa comodo vedere. Di indignarsi per ciò che merita indignazione, non per ciò che semplicemente fa rumore.

Il calcio è passione, identità, cultura popolare. Ma non può diventare la lente attraverso cui filtriamo tutto il resto. Non oggi, non con il mondo che abbiamo davanti.

 

 

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