Catanzaro e l’arte involontaria della contraddizione
Gli incontentabili esistono, certo. Ma qui sembra che le contraddizioni si moltiplichino da sole, come se la città le producesse in automatico. Un marciapiede rimesso a nuovo, pomposamente trasformato in pista ciclabile, accostato al suo passato trascurato, diventa una piccola prova visiva di quanto abbiamo tollerato fin troppo a lungo.
Gli incontentabili, Catanzaro e le sue contraddizioni
Gli incontentabili li ricordiamo tutti: quelli dello spot,
famiglia in marcia con lo sguardo torvo, sempre pronti a giudicare e mai
davvero soddisfatti. È deleterio vivere così, con il broncio permanente e la
critica compulsiva. Eppure, a volte, sembra che sia la città stessa a costruire
per loro le occasioni su misura. Catanzaro ne offre a bizzeffe: contraddizioni
che si moltiplicano, figliano come conigli in calore, e si mostrano senza
pudore sotto gli occhi di chiunque voglia guardare.
E poi ci sono i giorni in cui la città si scopre
improvvisamente empatica, quasi commossa all’unisono. Come per il tragico gesto
della madre che si è tolta la vita trascinando con sé i figli: un dolore che ha
attraversato tutti, senza bisogno di commenti, senza spazio per gli
incontentabili. Un lutto che ha imposto silenzio, non opinioni. Una ferita che
resta aperta, che non si chiude con un post, un mazzo di fiori o un minuto di
raccoglimento.
E tuttavia, poche ore dopo, la vita pubblica ha ripreso il
suo ritmo: la partita del Catanzaro si disputerà comunque. Certo, sospenderla non
avrebbe riportato nessuno in vita, né cancellato il dolore della famiglia
superstite o della collettività. Ma resta quella sensazione di scarto, di
asincronia emotiva, come se la città oscillasse tra partecipazione e automatismo,
tra il bisogno di fermarsi e l’incapacità di farlo davvero.
E infine, quasi a chiudere il cerchio, la celebrazione del
25 aprile: la festa civile che dovrebbe ricordarci chi siamo e da dove veniamo,
e che ogni anno rischia di diventare un rito svuotato, più forma che sostanza,
più calendario che coscienza. Anche qui, tra presenze, assenze e ritualità
ripetute, la città mostra le sue crepe e le sue inerzie.
La foto che accompagna queste righe — quel prima e dopo di
un semplice marciapiede trasformato in ciclabile — non è un dettaglio
ornamentale. È un piccolo atto di testimonianza civica, non d’accusa. Non contro qualcuno in particolare,
ma contro l’abitudine a convivere con le contraddizioni senza più vederle.
Un’immagine che parla, e parla chiaro: basta un intervento minimo per
ricordarci quanto ci siamo abituati al contrario.
Non serve aggiungere altro. Le immagini, i fatti, i silenzi
e le celebrazioni compongono da soli il quadro. Sta a noi decidere se
continuare a camminare con il piglio arcigno degli incontentabili o se,
finalmente, iniziare a guardare davvero.
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