Il perdente
Di Franco Cimino
L’ASSALTO DELLE PAROLE VOLGARI AL PAPA: UNA DIFESA DISPERATA, NON UN’OFFESA…
Colui che, tra le sue aspirazioni imperiali, ha persino immaginato di farsi Papa — magari attraverso una sorta di autoincoronazione, evitando il fastidio del conclave e del voto dei cardinali — attacca duramente, con la sua prosa volgare, Leone XIV, vescovo della Chiesa di Roma, rappresentante di due miliardi di fedeli e capo di una religione che, in quanto tale, dovrebbe essere rispettata da chiunque.
Chi conosce il tycoon, come ama essere chiamato, può facilmente comprendere il senso di questa invettiva. Egli non sa ancora quale veleno riversare sulle elezioni ungheresi, né come uscire da un’altra pesante sconfitta, forse la più grave insieme a quelle delle guerre da lui stesso aperte o sostenute. Non sa come affrontare, dinanzi al mondo intero, la follia omicidiaria — o l’incontrollabile deriva genocida — del suo alleato, rivelatosi più potente di lui e capace di esercitare un’inquietante influenza sul presidente americano.
Non sa come mostrarsi credibile, come fingere una forza ormai perduta: tenta, come al solito, di imbonire, catturare o intimorire, secondo una tecnica fragile che finora, seppur tragicomicamente, gli è riuscita.
E allora, che fa Donald Trump ? Ricorre al vecchio gioco delle tre carte alle fiere di paese : sceglie un avversario tra i più forti per intimorire amici e avversari, notoriamente più deboli. Alcuni per disarmarli, altri per trattenerli. Tutti insieme, per non restare isolato e per continuare a occupare il centro del mondo, come decisore delle sorti di persone, nazioni e popoli.
Egli sa bene che la solitudine segnerebbe la sua rovina. Sa che, senza sostegni di varia natura, verrebbe travolto dalla drammatica vicenda Epstein, ancora aperta, sebbene oscurata dal clamore di altri scandali, primo fra tutti quello delle guerre.
Di fronte a questo quadro, davvero tragicomico, prendere come offese le parole velenose di un uomo in grave difficoltà, in piena crisi di nervi, equivarrebbe a fargli un regalo: significherebbe legittimare la sua autorità proprio su questo delicato terreno. Vorrebbe dire riconoscergli una forza che non ha, quella di poter offendere, anche con argomentazioni deboli o persino gravi, un uomo di alta statura morale e intellettuale, investito di un onore e di una responsabilità enormi, quasi pari a quelli del presidente degli Stati Uniti.
Dare peso a quelle parole e dignità a quell’ira “funesta” significherebbe fargli un altro favore: spostare il campo dei conflitti, nei quali è perdente, su un terreno più sensibile e delicato. Regalargli un nuovo campo di battaglia sarebbe, francamente, un errore grave “peccato mortale”, che commetteremmo tutti: cattolici e non, credenti e non, laici e non. Agnostici e atei.
E allora lasciamolo parlare.
L’unica cosa che, da italiani, andrebbe sottolineata con tristezza è la mancata, finora, adeguata reazione del governo. Una reazione vera. Una voce forte che si levi da Palazzo Chigi. Non una dichiarazione timida, stretta tra prudenza diplomatica e ambiguità di linguaggio, né confinata nella sola cortesia istituzionale. O nel retaggio di una amicizia personale.
Serve una voce ferma, che si alzi come un grido nel cielo del mondo: non solo a difesa del Pontefice, che, per storia e statura personale, sa già difendersi, ma a difesa della democrazia, della cultura democratica, dello spirito che anima le società libere. Una voce a difesa della tolleranza e della libertà. Di tutti: persone e popoli, uomini e donne, cittadini comuni e potenti.
Far sentire questa voce restituirebbe al nostro Paese quella dignità e quella forza morale, oltre che politica, che la Costituzione e la storia gli hanno assegnato, e che il mondo gli ha sempre riconosciuto.
Franco Cimino
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