Oltre il canone: la pittura di Giovanni Levato

 

Arte. Pittura. Cultura.

Spostiamo il baricentro dal "saper fare" al "sentire". Parliamo  dei lavori di Gianni Levato osservandoli con l'autenticità di chi cerca l’intima sensazione trasponendola sulla tela, contestualizzando i dipinti nel vissuto condiviso.

 


Il Colore della Memoria: Oltre la Superficie.

La pittura di Gianni è un corpo a corpo con la materia, dove il colore non è steso per compiacere l’occhio, ma per dare forma a un’urgenza. Guardando i suoi Clown, si avverte quella "purezza" di cui parlo: non sono maschere da spettacolo, ma autoritratti dell'anima. In quegli sguardi, carichi di una malinconia vitale, ritrovo la stessa intensità dei nostri sogni d'infanzia, di quando il mondo era una scommessa ancora da giocare dietro uno stadio.

La sua non è un’arte che si guarda con il distanziometro delle proporzioni auree; è un’arte che si ascolta. Il violinista di strada, immerso in un borgo che sembra sciogliersi sotto colpi di luce azzurrina, non è una figura accademica: è una vibrazione sonora resa visibile. Qui la tecnica si fa umile, si sporca le mani, rifiuta la "tavolozza pulita" per impastarsi con la polvere della strada e l’umidità dei ricordi.

 La Poetica dell'Incontro.

C'è una coerenza profonda tra il modo in cui Gianni vive e il modo in cui dipinge. Nelle scene di mercato o nella bambina concentrata sulla scacchiera, non c'è il distacco dell'esteta che analizza il reale, ma la partecipazione di chi "c'è dentro". È una narrazione figurale che privilegia l'emozione all'anatomia, il calore alla forma.

Le nostre strade, momentaneamente separate dalle responsabilità dell'età adulta, si sono ricongiunte su questo terreno comune. Se la cultura alta è quella che eleva lo spirito, allora la poetica di Gianni è altissima: non perché rispetti i canoni dei manuali, ma perché possiede quella rara capacità di trasformare l’ordinario — un autostop, una partita, un volto truccato — in un istante universale.

Dipingere, per Gianni, è continuare a sognare con lo stesso slancio di quei ragazzi che eravamo. E in ogni sua pennellata, densa e vibrante, io ritrovo la prova che l'unica arte che conta davvero è quella che, pur non essendo perfetta, riesce a essere vera.

 

Oltre il Canone: La Poetica della Sensibilità.

La distinzione tra "cultura alta" e "espressione pura" spesso risiede nel rigore della forma contro il vigore del sentimento. Gianni sembra appartenere a quella categoria di persone che dipingono per necessità interiore, dove la poetica (il cosa si vuole dire) sovrasta la maestria tecnica intesa come semplice esecuzione calligrafica.

 

In lui l’Anti-Accademismo è quasi una scelta: La sua tavolozza non è "pulita" nel senso tradizionale; è densa, materica, quasi agitata. Questo rifiuto delle proporzioni auree a favore di figure leggermente deformate o malinconiche (come i suoi clown o i violinisti di strada) avvicina le sue opere all'Espressionismo, dove la realtà è piegata per mostrare l'anima del soggetto.

La Nobiltà del quotidiano è presente sempre nei suoi dipinti — dal mercato rionale alla partita a dama — non c'è il distacco dell'esteta, ma la partecipazione del testimone. È l'arte colta del "sentire", che non ha bisogno di citazioni dotte per essere "alta".

Nelle sei tavole emerge un universo popolato da archetipi della memoria:

   1. I Clown (Figure Centrali): Non sono maschere da circo, ma ritratti psicologici. Il clown è l'emblema della sensibilità interiore: colui che ride fuori mentre osserva il mondo con occhi venati di tristezza. Questi lavori rappresentano la "purezza" di cui parliamo, e l'innocenza dei tempi andati che, caparbiamente resistono all'età adulta.

   2. le scene di Genere e Vite di Strada raccontano poetiche nate da archetipi solidificati: Il violinista solitario, il mercato, la donna con la bambina. C’è una qualità quasi "felliniana" in queste visioni. La stesura del colore, a tratti filamentosa e a tratti a macchia, crea un'atmosfera sospesa, come un ricordo che riaffiora dopo anni.

   3. e la poesia del Tempo del Gioco è tangibile nella figurazione della bambina che gioca a dama sotto lo sguardo di una figura protettiva. È un flash; un ponte diretto verso i  ricordi d'infanzia. Qui la tecnica si fa più morbida, quasi a voler proteggere quel momento di concentrazione e pace.

 Il fatto che conosco Gianni da una vita aggiunge un livello di lettura che nessun critico esterno potrebbe avere. Quando guardo i suoi quadri, non vedi solo pigmento su tela, ma sento l'eco delle partite di pallone dietro lo stadio e il vento dei viaggi in autostop.

La sua pittura è autentica perché non cerca di compiacere il mercato o l'accademia, ma di dare forma a quel patrimonio di sogni condivisi. In questo senso, la sua "mancanza" di rigore accademico è la sua più grande forza: è la prova che l'arte, quando è pura, è un dialogo diretto, privo di filtri e sovrastrutture mentali precostituite.

 Possiamo parlare, quindi di un tema sentito: IL COLORE DELL'ANIMA: La Verità Oltre il Canone nella pittura di Gianni Levato non è un esercizio di stile, ma un atto di resistenza contro l'estetica della forma vuota. In un’epoca dominata dalla "tavolozza pulita" e dal rigore delle proporzioni auree, Gianni sceglie la via più difficile: quella della purezza espressiva.

Le opere qui esposte rappresentano un viaggio attraverso l’archetipo e la memoria. Non cercano la perfezione accademica, poiché la perfezione è spesso silenziosa; cercano invece il rumore della vita, quel "sogno condiviso" che nasce tra le strade polverose della vita e si evolve nel tempo in una poetica del sentire.

Potremmo sviluppare un percorso Espositivo con al centro della ricerca di Gianni dove troviamo la figura del clown che non rappresenta l’arte circense. Non è una maschera da intrattenimento, ma uno specchio dell'esistenza.

L’ artista deforma il tratto e carica il colore per rivelare la malinconia sottostante al trucco. È qui che la maestria tecnica cede il passo alla maestria poetica: il pennello non descrive un volto, ma un’emozione. Questi volti sono i "puri" citati dalla critica, anime che osservano il mondo con la meraviglia e la stanchezza di chi ha vissuto davvero.

Nelle vedute cittadine e nei mercati, Gianni recupera una dimensione umana quasi dimenticata o  perduta.

Le figure sono abbozzate, vibranti, immerse in un’atmosfera che ricorda il post-impressionismo più materico. Il violinista di strada o la donna con la bambina non sono soggetti statici, ma frammenti di un tempo sospeso. La costruzione "disordinata" dei dipinti è in realtà una sapiente orchestrazione di volumi che privilegia il calore umano alla fredda prospettiva.

L’opera della bambina intenta al gioco della dama rappresenta il cuore intimo della mostra.

 È il punto d'incontro tra l'infanzia dell'artista e la maturità dell'uomo. Qui il colore si fa più intimo, meno aggressivo. È l'omaggio alla lealtà delle passioni giovanili, ai sogni di chi, come l'artista e il suo compagno di vita, ha saputo trasformare l'autostop verso il mare in una ricerca metafisica sulla tela.

 Affiancare Gianni Levato ad Antonio Ligabue non è un azzardo! è un’intuizione, un'azione sensoriale critica fertile, specialmente se ci muoviamo nell'ambito dell'arte "irregolare" o naïf, intesa non come ingenuità, ma come purezza sorgiva.

Ecco i punti di contatto e le sottili differenze che, a mio avviso, arricchiscono l’analisi e trasformano i punti di Contatto e possiamo definire il fare creativo, l'Arte in  Urgenza espressiva.

 Abbiamo visto come l'Espressionismo Istintivo, comune in Ligabue, accompagna Gianni nella sua espressività che non sembra dipingere per accademia, ma per una necessità viscerale di proiettare il proprio mondo interiore sulla tela. In entrambi, Giovanni Levato e Tony Ligabue, il colore è usato in modo emozionale, quasi espressionista: non serve a descrivere la realtà, ma a gridare una sensazione.

Parliamo quindi dell'Emarginazione del Soggetto: I clown e i musicisti di strada di Gianni condividono con gli animali feroci e gli autoritratti di Ligabue un senso di solitudine dignitosa. Entrambi gli artisti scelgono soggetti che stanno ai margini (il circo, la strada, la natura selvaggia) per parlare della condizione umana.

La Matericità cromatica di entrambi ha una densità comune. Ligabue impastava il colore con le dita e con l'anima; Gianni sembra stendere pennellate che hanno un peso specifico, che rifiutano la "tavolozza pulita" a favore di una verità più sporca e autentica.

Possiamo parlare anche di nostalgia contro tormento nel senso della Memoria: Mentre l'arte di Ligabue è spesso segnata da un tormento allucinato e da una lotta per la sopravvivenza psichica, la pittura di Gianni appare più come una "poetica del ricordo". Se Ligabue ruggisce, Gianni sembra sussurrare una nostalgia dolceamara, legata a quel passato di partite a pallone e sogni giovanili.

Da non sottovalutare l’aspetto tra Umanesimo vs. Animalità: Ligabue cercava se stesso nel riflesso delle bestie; Gianni cerca l'uomo nell'archetipo (il pagliaccio, la bambina, il violinista). In Gianni c'è un calore relazionale, una ricerca di empatia con l'osservatore che nel "Toni" era spesso sostituita da un isolamento totale.

 In sintesi potremmo dire che Gianni è un "Ligabue della memoria affettiva". Se Ligabue era il pittore del dramma della natura, Gianni è il pittore del dramma (e della bellezza) della sensibilità quotidiana.

Entrambi sono "puri" perché non sono stati corrotti dal desiderio di piacere ai salotti buoni dell'arte. La loro maestria è poetica proprio perché è imperfetta secondo i canoni classici, ma impeccabile secondo le leggi del cuore.

“Curare” Gianni significa riconoscere che l'arte non è una disciplina separata dalla vita. La sua pittura è cultura alta perché rifiuta la posa e abbraccia la vulnerabilità. Gianni dipinge come chi gioca una partita a pallone: con slancio, senza paura di sporcarsi le scarpe, puntando sempre dritto al cuore del campo.

 m.i.

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