Altrimenti pazienza

 -scrittura creativa- "testo teatrale" -


Non voglio tediarti, amico mio:

Sì, si può sembrare pedante tornare su certi concetti. Eppure, quando si diventa parte lesa per effetto della cattiveria gratuita, chiarire non è più un esercizio di stile: diventa un dovere civile. Serve a rimettere ordine nel disordine prodotto dall’ostracismo, a ricomporre le tessere di un puzzle sociale che troppo spesso è maneggiato con superficialità, pregiudizio, leggerezza.

Vedi, caro amico, mi confido con te. Tu sei il mio "sfogatoio". Dopo aver parlato con te mi sento sereno e la mia mente s'acqueta.

Viviamo in un tempo in cui la bontà è scambiata per ingenuità, la correttezza per debolezza, l’impegno per ingenuità. Si premiano i furbi, si tollerano i pressapochisti, si accettano come inevitabili le parole vuote che infestano i mestieri e le arti. Eppure, una comunità che rinuncia all’onestà intellettuale rinuncia anche alla propria dignità pubblica.

 

È da questa consapevolezza — e dalla stanchezza di vedere il sospetto sostituire il merito, la maldicenza sostituire il confronto — che nasce questa riflessione. La mia è una confidenza salvifica… dico queste cose a te, …

 Non per lasciare un testamento morale, ma, mi piacerebbe richiamare ciascuno alla responsabilità e di guardare oltre il pettegolezzo, oltre gli sguardi di sbieco, oltre le sussurratine che avvelenano il clima civile.

 

 

Sì, lo so: può sembrare minuzioso tornare sugli stessi concetti. Ma quando si è parte lesa per colpa della cattiveria gratuita, chiarire diventa un atto necessario, quasi un dovere civile, per rimettere al loro posto le tessere del puzzle della vita e porre finalmente un argine, un ostacolo, se pur labile, all’ostracismo che  cammina accanto agli inermi e inconsapevoli vittime.

Ma tu non mi ascolti, vedo che sei lontano, insegui chissà quale tuo problema, amico mio. E lasci che parli da solo. Che la mia confessione diventi un monologo. Va be’ fa niente. E allora che monologo sia!

Questo monologo nasce da una riflessione intima a tutela della dignità personale e sul peso dell’ostracismo sociale generato dalle bocche stupidamente aperte per dare fiato a parole ambigue.

E, perché no! Potrei trarre un testo teatrale, scrivere un monologo per portare in scena la voce di chi, pur ferito, sceglie di parlare con chiarezza e responsabilità.

Non è uno sfogo, né un atto d’accusa personale: è un invito a guardare con più responsabilità al modo in cui trattiamo gli altri e al valore del merito.

Il monologo di una voce sola, che parla a nome di molti. La scena è essenziale, la parola è il vero spazio drammatico.

Ecco dunque la voce di chi, dopo aver camminato tra sguardi obliqui e maldicenze, sceglie di rimettere ordine e di camminare diritto.

 

-Monologo teatrale

 

(Luci chiare, non drammatiche. Il personaggio entra con passo calmo. Si ferma al centro. Guarda il pubblico come si guarda una comunità a cui si chiede ascolto, attenzione e  non vendetta.)

 

(non ci sono ruoli rigidamente preimpostati ma autori carichi di patos)

Non è pedanteria, credetemi. 

Quando si è parte lesa, quando la cattiveria gratuita ti sfiora come una corrente d’aria gelida, si sente il bisogno di rimettere ordine. 

Non per recriminare. 

Per restituire alla vita un minimo di coerenza.

 

(Pausa breve. Tono più fermo.)

 

Vivere non è un gioco semplice, lo sappiamo tutti. 

E troppo spesso la bontà viene scambiata per ingenuità, la disponibilità per debolezza. 

Si premiano i furbi, si applaudono i pressapochisti, si incoronano i superficiali. 

E allora sì, mi sono stancato. 

Mi sono stancato di vedere persone impreparate occupare spazi che richiederebbero studio, dedizione, responsabilità. 

Mi sono stancato di ascoltare parole vuote, dette per riempire l’aria e non per costruire qualcosa.

 

(l’oratore si avvicina al pubblico, tono più diretto.)

 

Non sono qui per fustigare nessuno. 

La vita è complessa, ognuno si ritaglia un ruolo e lo interpreta come può. 

Ma almeno — almeno — pretendiamo un po’ di onestà intellettuale. 

Un minimo di rispetto per il lavoro altrui, per l’impegno, per la fatica che non fa rumore.

 

(Pausa. Sguardo laterale, come se il performer osservasse gli sguardi di sbieco.)

 

E invece, ancora oggi, mi porto dietro un ostracismo che non ho mai capito fino in fondo. 

Sguardi obliqui, sussurri, giudizi sbrigativi. 

Come se fosse più facile demolire che comprendere. 

Come se la maldicenza fosse un passatempo civile. 

Ma voi, che giudicate con tanta leggerezza… vi siete mai chiesti se esista qualcosa di più importante del vostro mormorio?

 

(Respira. Tono più pacato, ma deciso.)

 

Qualcosa l’ho fatto, nella mia vita. 

Non tutto perfetto, certo. 

Ma almeno l’ho fatto con coscienza, con impegno, con la volontà di lasciare un segno che non fosse una ferita. 

E se i conti li tirate voi, con la vostra calcolatrice del sospetto, non è un problema mio. 

È un problema del vostro modo di guardare il mondo.

 

(Si raddrizza. La voce si fa più chiara, quasi istituzionale.)

 

E allora sì, lo dico apertamente: 

ho creduto nelle persone, ho dato fiducia, ho aperto porte. 

A volte ho sbagliato. 

Ma i miei errori sono “miei”, non li ho costruiti sulla pelle degli altri. 

Non li ho mascherati da virtù. 

Non li ho usati per salire su podi che non mi spettavano.

 

(Pausa. Poi, con una calma che è una conquista.)

 

Questa è la mia confessione civile: 

non sono perfetto, non sono un eroe, non sono un martire. 

Sono un cittadino che ha fatto del suo meglio, che ha sbagliato a viso aperto, che ha camminato con dignità anche quando la strada era stretta. 

E oggi, rivendico:  dignità.  misura.  E la responsabilità delle proprie azioni.

 

(Si avvicina alla ribalta. Tono conclusivo, non aggressivo. Quasi paternalistico)

 

Se questo disturba qualcuno, se punge, se rode… 

non è un mio problema. 

È il riflesso di ciò che non volete vedere in voi stessi.

 

Io, da oggi, camminerò diritto.  Come ho sempre fatto!

Non per superbia. 

Per rispetto — di me stesso, e della comunità a cui appartengo.

 

(Buio lento.) fine del monologo.

 

(Buio lento. La voce del personaggio rimane sospesa nell’aria, come un’eco che non vuole svanire.)

 

…e nel silenzio che segue, non resta la rabbia. Resta la misura. Resta la dignità di chi ha parlato senza urlare, di chi ha scelto la chiarezza invece del rancore, la responsabilità invece della vendetta.

 

(Una luce minima, quasi un respiro, torna a sfiorare il volto.)

 

Perché alla fine, ciò che conta non è il rumore dei sussurri, ma la solidità di chi continua a camminare diritto, anche quando nessuno applaude,anche quando nessuno capisce.

 

(La luce si spegne del tutto. Una pausa lunga. Poi solo una frase, detta come un sigillo.)

 

E il resto… il resto lo dirà il tempo.

Quel tempo che ho attraversato e di cui mi son nutrito come Siddharta.

Sono un sognatore. Ho lavorato. Seminato! Non ho seguito vanità effimere. Ho cercato la strada perché credo che questa sia la missione di ognuno. Comprendere senza mai arrendersi, accogliere senza rinunciare alla propria voce.

Se ciò che ho fatto, potrà, un giorno, nutrire la collettività, allora, quanto ho seminato sarà raccolto compiuto… altrimenti, pazienza...

 

(Buio definitivo.)


©marioiannino


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