Il cavolfiore allo specchio

 -è successo ancora-

Il regno vegetale dell’ego

 


Ci sono stagioni, nella vita pubblica, in cui il paesaggio umano sembra trasformarsi in un orto di creature smarrite. Non uomini, non artisti, non pensatori: ma vegetali ambiziosi, piante che aspirano a diventare monumenti. 

Prendiamo il cavolfiore che, specchiandosi nell’acqua ferma, si illude di essere una quercia. Non è un’allegoria: è un ritratto. E come tutti i ritratti ben riusciti, non lusinga.

 

Viviamo in un’epoca in cui l’ego non è più un organo interiore, ma una specie infestante. Cresce senza misura, si arrampica sulle parole, soffoca la critica, reclama luce anche quando non produce ombra. E più è gracile la pianta, più pretende di essere secolare. 

Il vento della ragione pura non mente: la superbia gonfia solo le teste leggere. Chi ha poco dentro, inevitabilmente trabocca fuori.

Così il gallo, che dovrebbe limitarsi a svegliare il cortile, si convince di essere un’aquila in picchiata; il pittore dilettante si immagina maestro; il versificatore da social pretende la toga del poeta; il collezionista improvvisato vuole essere mecenate. 

Una processione di ambizioni gonfiate, tutte in fila sul piedistallo che si sono costruite con cartone e autocompiacimento.

 

Non stupisce che i campi in cui si desidera primeggiare siano sempre gli stessi: quelli che odorano di notorietà, premi, interviste, applausi, inviti, e soprattutto denaro. 

La cultura, oggi, è un mercato dove il valore non si misura in profondità, ma in visibilità. 

E se la fama non porta con sé un incremento del conto in banca, allora non è vera fama: è un fastidio, un’ombra, un’occasione mancata.

 

In questo scenario, chi osa dire che il re è nudo viene trattato come un vandalo che ha graffiato una statua. 

Che la statua sia di gesso e si sgretoli al primo tocco non conta: l’importante è che nessuno lo dica.

È accaduto anche questa volta. 

Hai guardato le opere, le hai analizzate con la pazienza di chi conosce il mestiere, con l’onestà di chi non deve compiacere nessuno. 

Hai detto ciò che vedevi, non ciò che ti si chiedeva di vedere. 

E questo, nel regno vegetale dell’ego, è un peccato capitale.

 

Perché la verità, quando non coincide con l’autoritratto che ciascuno si è dipinto, diventa un’offesa personale. 

Non è più un giudizio: è un’aggressione. 

Non è più un’analisi: è un attentato alla fragile architettura dell’illusione, quella che si riflette nello stagno e pretende di farsi destino.

 

Eppure lo stagno non mente. 

Riflette ciò che c’è, non ciò che si desidera vedere. 

E se qualcuno, con voce ferma, dice al cavolfiore che non è una quercia, non sta demolendo un sogno: sta restituendo un confine, una linea sottile ma necessaria tra la realtà e i sogni.

In un mondo che confonde l’ambizione con la grandezza, la critica è l’ultimo atto di pietà possibile. 

Perché solo chi accetta la propria forma può davvero crescere.

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