Ricerca Artistica, tra consumismo e narrazione

 


Artisti contemporanei: Mario Iannino e la sua ricerca poetica

Ciò che osserviamo non è un semplice accumulo di scarti, ma un dispositivo visivo che mette in scena il rapporto tra consumo, memoria materiale e stratificazione culturale. Siamo davanti a un lavoro di ricerca, una sorta di archeologia del presente.

D’acchito, l’opera espone un’immagine costruita con frammenti di carta strappata, satura di rimandi ai beni di consumo voluttuari: pubblicità (CocaCola, Nutella), una pagina di calendario in italiano, uno scontrino, un codice a barre, elementi grafici commerciali. Residui quotidiani, insomma, riconoscibili e globalizzati, disposti in modo apparentemente casuale su una superficie dorata.

L’opera si colloca in un dialogo con diverse tradizioni artistiche e teorie che parlano di:

 Archeologia del quotidiano: richiama le pratiche di raccolta e ricontestualizzazione degli oggetti banali, tipiche del Nouveau Réalisme (Arman, Spoerri) e dell’arte concettuale degli anni Sessanta e Settanta.

 Semiotica dei brand: i loghi globali (CocaCola, Nutella) funzionano come segni culturali saturi, che portano con sé immaginari condivisi, desideri indotti e memorie collettive. Questa estetica del rifiuto con la carta strappata e accartocciata — rimanda alla materialità dello scarto, alla sua vita postconsumo e alla tensione tra effimero e permanenza.

 Micro-temporalità: la presenza del calendario introduce un tempo misurabile, mentre lo scontrino registra un tempo puntuale (l’acquisto). L’opera diventa così un archivio di temporalità frammentata.

Si potrebbe azzardare un’interpretazione critica, una lettura generalizzata non impostata su un singolo artista: l’immagine può essere letta come una mappa di tracce, dove ogni frammento è indizio di pratiche quotidiane e gesti ripetuti quasi invisibili. La composizione non è neutra: la giustapposizione di brand globali e documenti personali crea un cortocircuito tra identità individuale e immaginario commerciale. In questo contesto emergono tre assi interpretativi:

   1. Il Consumo come narrazione: i marchi raccontano una storia di appartenenza culturale, di desideri modellati dalla pubblicità e di rituali alimentari condivisi.

   2. La Memoria materiale: ciò che normalmente viene gettato diventa qui un archivio involontario, una testimonianza della vita quotidiana.

   3. L’Entropia visiva: la disposizione caotica suggerisce un mondo saturo di stimoli, dove i segni commerciali competono per l’attenzione fino a collassare in un rumore visivo.

La dimensione estetica della superficie scura funziona come un “campo neutro” che isola i frammenti e li trasforma in oggetti quasi museali. La frammentazione produce un’estetica del nonfinito e del provvisorio, che invita lo spettatore a ricostruire mentalmente ciò che manca. L’opera si muove tra documentazione (lo scontrino come traccia reale), astrazione (la composizione irregolare) e iconografia pop.

Le implicazioni culturali di questa ricerca accomunano la poetica dell’immagine in un palinsesto che parla di globalizzazione e di identità costruite attraverso il consumo; parla di come i marchi diventino parte del paesaggio mentale, ma anche di rifiuti, di ciò che resta dopo l’atto dell’acquisto e di una società che produce più segni che significati.

L’opera può essere interpretata come un atlante del quotidiano, un dispositivo che trasforma gli scarti in segni e i segni in domande: cosa raccontano i nostri rifiuti di noi? Quale memoria culturale si deposita negli oggetti più effimeri? E come s’intrecciano il personale e il collettivo?

Osservando attentamente l’insieme, formuliamo una curatela accademica più precisa affinché l’opera assuma una struttura concettuale chiara: siamo davanti a un assemblage che mette in tensione tempo, consumo, desiderio e ritualità quotidiana, inscritto in un formato che richiama la celebrazione (il vassoio dorato da pasticceria). La tecnica è quella dell’assemblaggio di carte stampate, scontrini piegati e pagine di calendario su supporto in cartoncino dorato.

L’opera si presenta come un quadrato perfetto, formato che nella storia dell’arte evoca ordine e razionalità (da Malevič al minimalismo), ma che qui è riempito di materiali eterogenei, generando una tensione tra forma ideale e contenuto entropico. La struttura semantica combina quattro nuclei simbolici:

   1. La pagina di calendario: rappresenta il tempo misurato e la scansione della vita. È un dispositivo di ordine che, una volta strappato, diventa frammento di memoria.

   2. I reperti consumistici: icone del capitalismo affettivo, centrali nella costruzione del desiderio.

   3. Le barchette di scontrini: trasformano un documento economico in un oggetto ludico. La barchetta è archetipo di viaggio e precarietà; lo scontrino è archetipo di transazione. La loro unione produce un cortocircuito poetico.

   4. Il cartoncino dorato: introduce un registro festivo e quasi liturgico. L’oro funge da “altare” per materiali poveri e scartati.

Questa micro-archeologia del presente raccoglie e ricontestualizza tracce minime. La scelta di materiali effimeri richiama il détournement situazionista e il Nouveau Réalisme, ma con una sensibilità più intima e diaristica. Emergono tre assi finali:

Primo asse. Il  Tempo e il consumo: l’opera mostra come il tempo della vita sia continuamente tradotto in tempo del consumo.

Secondo. Desiderio e quotidianità: i brand incarnano un desiderio dolce e consolatorio, archiviato in un vassoio che crea un immaginario di piacere immediato ma effimero.

Terzo. Poetica dello scarto: le barchette sono un atto di resistenza poetica, un modo per restituire immaginazione a ciò che è destinato al cestino.

Il formato quadrato conferisce all’opera una qualità iconica. I frammenti, pur caotici, creano un equilibrio visivo: il caos è contenuto e reso contemplabile. L’oro del supporto funziona come dispositivo di elevazione: ciò che è scarto diventa reliquia, ciò che è effimero diventa degno di attenzione e bellezza nel vissuto quotidiano.

Possiamo collocare questa ricerca nei filoni del Nouveau Réalisme per la raccolta di oggetti, dell’Arte Povera per l’uso di materiali umili e della Pop Art per i brand iconici. Le citazioni post-documentarie rimandano all’estetica di Boltanski, ma la cifra di Iannino resta una poetica dell’intimo: una micro-narrazione che usa gli scarti come frammenti autobiografici.

In conclusione, l’opera di Mario Iannino si configura come un principio tra il rumore del consumo di massa e il silenzio della memoria individuale. Non è solo un esercizio di recupero materico, ma una vera e propria liturgia del quotidiano che eleva il banale a sacro attraverso il supporto dorato.

In quest’assemblaggio, l’artista riesce a disinnescare la natura transitoria dello scarto, trasformando l’obsolescenza in persistenza. Le barchette di scontrini, che solcano questo mare aureo di loghi e scadenze, diventano il simbolo di un'umanità che, pur immersa in una sovrastruttura di desideri indotti, cerca ancora una via di fuga poetica, un gesto di gioco e di libertà.

In definitiva, la ricerca di Iannino ci consegna un autoritratto collettivo allo specchio: un palinsesto dove la cronaca (il calendario), l'economia (lo scontrino) e il mito contemporaneo (il brand) si fondono in un’unica, fragile e preziosissima trama di esistenza.

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