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Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Domenica di morte

 

MA CHE DOMENICA DELLE PALME È QUELLA IN CUI, IN OGNI PARTE DEL MONDO, SI MUORE E IL FIGLIO DI DIO VIENE QUOTIDIANAMENTE UCCISO?…


Io ci andrò, come tutti gli anni, al richiamo del rito santo al quale la mia religione mi ha educato. La Domenica delle Palme resta sempre una giornata particolare che, per quelli come me — romantici e “belli vecchi”, ovvero vecchi belli — ha un sapore antico.


È un profumo di festa che ragazzi e bambini di allora salutavano“felicemente”, perché apriva la buona settimana delle feste pasquali. Una settimana in cui c’era anche la lunga vacanza scolastica e poi l’inizio delle belle giornate di primavera: una sorta di liberazione fatta di piccole cose che ci facevano sentire contenti di tutto ciò che cominciava ad accadere: l’aria più calda, il cielo più terso, gli abiti che si alleggerivano, le corse allegre e libere nei campi in cui i ragazzi sgambettavano.

E poi gli incontri più lunghi con gli amici, la strutturale svogliatezza scolastica quasi giustificata, i libri che si alleggerivano sotto il braccio per poterli lasciare a casa, le partite di pallone nel cortile o per strada, consentite persino da chi disturbavamo con schiamazzi e colpi di palla che bussavano, in modo originale, a porte e finestre.

E poi… c’era lo spirito della festa religiosa, che sentivamo — per obbligo o per spontaneità — grazie all’insegnamento ricevuto in quella lunga stagione in cui la religione era una sola, la nostra, quella cattolica, insegnata quotidianamente dappertutto: dalle scuole alle parrocchie, fino alle nostre case, attraverso le parole semplici e umili che i genitori riuscivano a dirci.

Così, dentro questa festa ci entravamo quasi tutti. Anzi, tutti: anche quei giovani che allora si concedevano al massimo il dubbio, lo scetticismo o l’agnosticismo, perché il dissenso era raro e quasi imbarazzante, a meno che non fosse sostenuto da una formazione ideologica più strutturata, come quella del comunismo. Ed era una bella battaglia, perché insieme alla fede religiosa cresceva anche un sentire politico, una cultura di appartenenza.

In quella domenica che apriva la Settimana Santa , che correva verso la domenica più attesa, quella della Risurrezione , c’era anche l’attesa delle cuzzupe, preparate dalle nostre mamme in quelle teglie nere portate al forno del quartiere, dove diventavano dolci prelibati. Avevano forme diverse, dimensioni diverse, ornamenti diversi. Le ricordo tutte, ma soprattutto il cuore, che non mancava mai: grande, spesso grande quanto tutta la teglia.

Le cuzzupe erano le grandi attese, perché le uova di Pasqua, allora — tempi non biblici, ma quasi — non esistevano. Eppure, in quella settimana, cresceva anche il sentimento religioso, che si diffondeva con grande commozione proprio a partire da questa domenica.

Credenti o meno, quella giornata aveva il significato del Vangelo: Gesù che entra trionfalmente a Gerusalemme, tra due ali di folla festosa. Un trionfo che sembrava annunciare la vittoria del bene sul male.

Quell’uomo giovane e coraggioso — per i non credenti soltanto un rivoluzionario — aveva vinto senza spada, mostrando che anche le rivoluzioni pacifiche sono possibili. Anche se a muoverle è uno solo.

Noi, allora, sentivamo che ciò che sarebbe accaduto dopo (la violenza assurda contro Gesù) era il prezzo della ricerca del bene. Ma sapevamo anche che sarebbe arrivata la Risurrezione: non solo della carne, ma dello spirito umano.

Era bella quella festa, e oggi ne sento forte nostalgia.

Andrò a Messa, sicuramente. Mi presenterò ordinato, con tutto l’abito della festa, capelli imbrillantinati compresi. Comprerò il solito rametto d’ulivo dai banchetti davanti alla chiesa, con qualche moneta già pronta, immaginando che anche questo sarà aumentato di prezzo.

Mi sforzerò di seguire la Messa, alzerò anch’io il ramoscello al passaggio del sacerdote. E, pur sentendo questo strano insolito scetticismo, proverò a credere ancora nella forza di questo rito.

Cercherò di immaginare quella scena: Gesù che passa tra la folla, su un’asina, accolto con gioia. Ma oggi quell’immagine è coperta da un’ombra scura. Non riesco più a sentire nemmeno l’eco di quel giubilo, già insincero. 

Gesù sapeva che tutto sarebbe passato attraverso il tradimento, l’abbandono, l’ingiustizia, la violenza. Sapeva che l’innocenza sarebbe stata uccisa.

E che morte: la morte di croce.

La Domenica delle Palme ci piace anche perché il Venerdì Santo dura poco: non lo sentiamo davvero quel dolore. Non è sulle nostre carni. E arriva subito la Pasqua, con i pranzi, il capretto, il vino, la famiglia.

Due domeniche, a distanza di sette giorni, che ci rassicurano.

Ci sarà sempre un re da venerare, purché non arrivi su un’asina, purché non parli di perdono, ma con voce forte e gesti duri.

Per questo, oggi , non sento questa festa come una festa.

Come potrei, se il mondo è pieno di poveri? Se migliaia di “Cristi” soffrono nei campi profughi, muoiono nei mari, vengono respinti?

Che Domenica delle Palme è questa, se milioni di persone vivono nella fame e nella guerra? Se i bambini muoiono sotto le bombe?


E che senso ha festeggiare mentre altri nei supermercati riempiono carrelli e altri ancora non possono farlo, o si nascondono per vergogna?


Andrò a messa. Rispetterò il rito. E pregherò — forse più che mai — perché questa Pasqua sia davvero una resurrezione: del bene, della giustizia, della pace.


La Pasqua arriverà, come sempre. E noi crederemo ancora.


Ma intanto lasciamo morire Cristo ogni giorno, nei luoghi dove la vita non vale più nulla e l’uomo ha perso la sua dignità.


Franco Cimino

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