IO VOTO NO PERCHÉ

  NON HO CAPITO NIENTE E HO COMPRESO TUTTO…

 di Franco Cimino

Questo è il momento della scelta. È il momento delle decisioni, della responsabilità, ma anche del coraggio di sostenerle e praticarle.

Non ricordo, nella mia pur fragile memoria, una fase più drammatica di quella che il nostro Paese sta vivendo in questa strana contemporaneità. Una fase grave non solo perché siamo pienamente coinvolti nelle grandi tragedie globali — la fame e le guerre — e nelle loro cause profonde, ma anche perché, a differenza degli anni Settanta, oggi manca quasi del tutto la politica. E con essa sono scomparse le grandi culture politiche che, tra Ottocento e Novecento, pur nella pluralità delle posizioni, seppero costruire un pensiero nazionale forte e una democrazia originale e solida.

Questa fase, che potrebbe essere definita come un tempo di “astenia morale”, è segnata da un’angosciosa necessità di domandare e da un altrettanto coraggioso bisogno di rispondere: dove è arrivata la democrazia italiana? In quale palude si è arenata? Chi ce l’ha portata, e perché?

Oggi, attraverso una nebbia che rende difficile vedere con chiarezza, siamo chiamati a decidere una direzione. E forse ci verrebbe ricordato che è necessario “aprire le finestre”, far entrare aria nuova, per difendere e rafforzare i principi fondamentali della democrazia e attuare con maggiore coerenza la libertà.

È dunque tempo di decisioni e responsabilità. Per tutti: cittadini più o meno consapevoli, più o meno informati, ma chiamati comunque a liberarsi dai condizionamenti di una cultura dominante che tende a imporre un pensiero unico. Un pensiero che, paradossalmente, si fonda o sull’assenza di idee oppure sulla presenza di una sola idea, spesso vuota. Applicato alla politica, questo porta o a votare secondo la propaganda dominante, oppure a non votare affatto.


Io scelgo di votare NO.


Voto no perché, come ammesso dagli stessi sostenitori della riforma, essa non risolve i problemi fondamentali della giustizia: né l’efficienza del sistema, né i tempi dei processi. Non vedo quindi la necessità di approvare una legge così importante, per di più approvata a colpi di maggioranza e senza un adeguato approfondimento parlamentare.


Voto no perché trovo contraddittorio parlare di autonomia dalla politica proprio da parte di quella stessa politica che sostiene che questa riforma servirebbe a evitare ingerenze nella magistratura.


Voto no perché considero paradossale che si denunci il clientelismo da parte di chi, nella pratica politica, lo utilizza e talvolta lo rivendica come strumento di consenso.


Voto no perché, in un contesto in cui l’astensione elettorale è altissima, ritengo grave che modifiche costituzionali possano essere decise da una minoranza di cittadini: una maggioranza parlamentare eletta da meno della metà degli aventi diritto, sommata a un referendum probabilmente disertato da molti. La Costituzione non dovrebbe essere cambiata “a pezzetti” da una minoranza, qualunque sia il suo orientamento.


Voto no per una ragione etica e prudenziale: sento la responsabilità di difendere il valore democratico della Costituzione, ancora oggi insuperata nei suoi principi fondamentali, tra cui spicca la divisione dei poteri, garanzia essenziale per la giustizia e la libertà dei cittadini.


Il mio no è anche un invito a restituire al Parlamento il compito di elaborare riforme condivise, nello spirito unitario che portò alla nascita della Costituzione. Riforme che rafforzino i principi esistenti, piuttosto che modificarli in modo frammentario e divisivo.


Voto no perché appare evidente che una riforma così delicata si inserisca in un conflitto sempre più acceso tra politica e magistratura, assumendo i contorni di una resa dei conti, anche indiretta, tra poteri dello Stato. Una parte della politica, trasversale a tutti gli schieramenti e partiti, sembra voler ridurre i controlli di legalità sul proprio operato.


Voto no perché, quando il dibattito è confuso e volutamente reso incomprensibile, preferisco rifugiarmi nella Costituzione così come è stata scritta dai padri costituenti: personalità di grande cultura e integrità morale, capaci di guardare non all’interesse immediato, ma al bene delle generazioni future.


Voto no anche per una ragione di principio: quando una proposta referendaria nasce da una maggioranza ristretta e non da un ampio consenso parlamentare, tendo a respingerla. Ritengo che le modifiche costituzionali debbano maturare attraverso un confronto largo e condiviso.


Il mio è dunque un voto politico, ma non di schieramento. È un voto contro un metodo e contro una concezione del potere che impone riforme su temi fondamentali senza un adeguato consenso.


Da sempre, nei referendum, quando non ho elementi sufficienti per una scelta pienamente consapevole, voto contro la proposta del governo, qualunque esso sia. È una forma di cautela democratica. Ho votato no anche al referendum sulla “grande” riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi, per ricordare la mia ultima. 


Infine, poiché l’esito del voto avrà inevitabili conseguenze politiche e acuirà lo scontro tra le forze in campo, auspico che queste materie tornino al centro del dibattito pubblico e della prossima competizione elettorale, con posizioni chiare e trasparenti. Non per una generica coerenza, ma per una più semplice e fondamentale onestà personale, senza la quale la politica si riduce a pratica quotidiana di piccoli interessi.

 


Il no che respinga questa legge, anche un po’ superficiale e frettolosa, potrà restituire al Parlamento quella responsabilità politica e morale di varare una necessaria riforma non della Magistratura soltanto, ma dell’interra impalcatura della “ Giustizia “ affinché davvero siano applicate molte delle buone ragioni presenti nelle posizioni dei due fronti oggi in competizione. I grandi della nostra patria, i costruttori della Democrazia italiana, ci hanno insegnato che qualsiasi società non potrà mai vivere nella serenità e nel

Progresso, senza una Giustizia davvero libera e autonoma da ogni forma di potere e soggezione politica. La Libertà senza una Giustizia giusta, perderebbe di valore e avrebbe vita breve 

                                  

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