L’ATTUALITÀ DEL PENSIERO DI ALDO MORO

 L’ATTUALITÀ DEL PENSIERO DI ALDO MORO IN  QUESTO SEDICI MARZO CHE RENDE ANCORA PIÙ COLPEVOLE IL SACRIFICIO DI QUEL GIGANTE BUONO…

Forse ci penseranno questa sera i telegiornali, che andranno in onda dalle 19 fino a mezzanotte, a ricordare il 16 marzo, almeno come giorno della strage di via Fani, nella quale fu rapito Aldo Moro e massacrata la sua scorta: cinque uomini valorosi quanto innocenti. Valorosi e innocenti come l’uomo buono che fu preso in ostaggio dalle Brigate Rosse.


Forse ci penseranno stasera a dare un po’ più di risalto alle misere, scarne tre parole che abbiamo udito e a quella rapidissima immagine che ci è stata mostrata. Dico forse, perché ormai si ritiene conclusa quella tragica stagione che ha visto lo Stato italiano aggredito da un manipolo di fanatici folli, portatori di un’ideologia che, nelle loro stesse folli elucubrazioni e nelle imprese ancora più folli e criminali, è stata svuotata perfino della sua parte più benevola di significato.


Quella parte che aveva affascinato tanti studenti e tanti militanti, nella misura in cui inneggiava alla lotta continua per la sconfitta della diseguaglianza e per l’affermazione conseguente della parità di tutti i cittadini, in una democrazia finalmente liberata da poteri antidemocratici e repressivi.


È errato pensarlo oggi. Come errato è stato ritenere superato il periodo del terrorismo solo perché ormai lontani da quei tempi di fuoco. È lo stesso errore che si è compiuto e che ancora si compie nel ritenere cancellato il pericolo di rigurgiti fascisti e autoritari, che possono servirsi del disordine e della violenza — spontanea o strategica — per riportare, sotto forme diverse, autoritarismo, limitazioni della libertà e modifiche in senso autocratico e illiberale della nostra democrazia.


È errato anche trasferire tutta la nostra attenzione — quella della pubblica opinione mondiale e delle pubbliche opinioni nazionali — soltanto sul fronte della guerra armata in senso classico, convinti che la distanza che separa i nostri paesi europei dalla gittata massima dei missili possa farci ritenere fuori dalla guerra e dalla sua minaccia fisica.


A proposito del 16 marzo italiano e di quel terrorismo, c’è da temere che il terrorismo internazionale colpirà ferocemente città e paesi europei quando la guerra, tra virgolette e ci simbologie, si riterrà conclusa con la totale distruzione di quei paesi — soprattutto mediorientali — aggrediti dalle superpotenze superarmate. 


Loro probabilmente vinceranno questa guerra e ne ricaveranno i benefici classici dei vincitori o degli occupanti: conquista e dominio delle ricchezze di quei paesi, a partire dalle cosiddette terre rare.


Ma l’Europa e il Nord America riceveranno in dono, oltre al pagamento in contante delle spese per la ricostruzione di ciò che è stato distrutto, anche il terrorismo delle frange impazzite che colpiranno ovunque, all’impazzata.


Ecco: le guerre in atto da quattro anni custodiscono nel più profondo delle loro segrete uno dei veri motivi per i quali, dopo quel folle rapimento — ancora considerato esclusivamente opera dei brigatisti rossi e dei loro capi — Aldo Moro fu lasciato uccidere da quelle mani, forse inconsapevoli del vero motivo per cui, in una Roma superblindata e superperlustrata dai servizi segreti più importanti del mondo, non fu possibile salvare la vita del leader della Democrazia Cristiana.


E — cosa davvero tragicomica — in cinquantacinque giorni non fu liberato dalle “carceri del popolo”, così impenetrabili eppure collocate in un piccolo appartamento di un normale, frequentatissimo stabile di un quartiere centrale, in una via centralissima.


Da lì, in una misera e sospettabile Renault rossa, il suo corpo poté scorrazzare per le vie di Roma prima che quello stesso corpo, ormai esanime, fosse tranquillamente parcheggiato nella centralissima via Caetani, a due passi dalle sedi del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana.

In quel Medio Oriente, si nasconde il motivo principale della morte di  Aldo Moro


Il Medio Oriente di oggi, in fondo, è quello di cinquant’anni fa. Gli anni in cui più forte e chiara si era fatta l’idea dello statista europeo più coraggioso e intelligente.


La sua azione era collocata su “due linee davvero parallele”, per usare una sua felice espressione, orientate al raggiungimento di un fine e all’affermazione di un principio.


Mi scuso per il tentativo di ragionare in modo profondo e complesso come colui che fu — anche per me, mediocre discepolo — un grande maestro.


Il principio: raggiungere la pace, anche quella con la lettera minuscola, la pace possibile.


Il fine: spegnere il fuoco che si sarebbe allargato e potenziato in quella già troppo conflittualizzata regione e raggiungere un necessario equilibrio fra le contrapposte ragioni in lotta.


Le due parallele, nella strategia dei “due popoli, due Stati”: riconoscere lo Stato palestinese, assegnando — anzi riconoscendo — a quel popolo il diritto di occupare la terra che fu anche dei loro padri.


Solo così si sarebbe potuta costruire una pace vera, o almeno lungamente duratura, nella quale finalmente si sarebbe potuta risolvere tutta intera la vecchia questione araba.


Su questa filosofia della democrazia del mondo e sul disegno di una nuova geopolitica si sarebbe dovuta, secondo Aldo Moro — anche professore affermato di Diritto e di Filosofia del Diritto, tanto amato dai suoi studenti — costruire una nuova Europa, secondo i principi dei padri fondatori che la desideravano autorevole, libera, unita, democratica e perciò autonoma rispetto alle due — o tre — superpotenze (USA, URSS e Cina) che ancora si scontravano dialogando, per meglio spartirsi il mondo.


In questa Europa, l’Italia — che ne era una delle madri — avrebbe dovuto recitare un ruolo di guida coerente, forte e sicura.


È noto che quell’Aldo Moro e quella sua strategia, fortemente sostenuta da Andreotti e poi da Craxi, non piacevano. Anzi, erano invisi — per motivi in parte analoghi, in parte diversi ma non contrapposti — sia all’America sia alla Cina sia all’Unione Sovietica.


Di fatti concreti e di affermazioni, con messaggi poco diplomatici rivolti all’ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano — a quell’uomo buono e giusto — ormai si sa tutto.


Oggi, con coraggio e onestà, dovremmo iniziare a capire perché questa guerra — ancora più feroce delle altre — è tornata e perché quel golfo di antica civiltà è ritornato in fiamme.


Il 16 marzo di quest’anno ha un sapore e un colore davvero diversi.


La tragedia, con tutti quei sei lutti, resta. E con Aldo Moro restano ancora nella nostra coscienza i nomi degli uomini della sua scorta.


Ricordiamoli: il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci, il vicebrigadiere di Pubblica Sicurezza Francesco Zizzi, la guardia di Pubblica Sicurezza Giulio Rivera e la guardia di Pubblica Sicurezza Raffaele Iozzino.


La loro barbara uccisione grida ancora un dolore acerbo e una rabbia inarrestabile.


Onore a loro e dolore a noi.

Rimpianto angoscioso al Paese, senso di colpa alle sue istituzioni.


Ma oggi il 16 marzo ha anche un significato diverso.


È il dolore delle morti innocenti dei palestinesi massacrati nella Striscia di Gaza, una parte della terra che ancora è loro negata.


E Aldo Moro, con il suo sacrificio — imposto dalla stessa logica che muove tutte le guerre in quella parte dell’Oriente — si trova oggi negli omicidiari campi profughi, testimonianza brutale dell’umanità negata, e nel nuovo cammino che dal Libano ad altre regioni milioni di esseri umani stanno compiendo in quel nuovo tragico pellegrinaggio della speranza, chiamato ancora esodo.


Un esodo verso nuovi campi profughi infangati e innevati dall’inverno più freddo, e poi arsi e bruciati dal primo sole che li soffocherà.


Un sole che non sarà mai primavera e mai estate, ma unicamente fuoco che brucia.

Più dei missili, che cadranno ancora.


Franco Cimino

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