Indegni condottieri o c'è dell'altro?

 E gli altri? Gli altri siamo noi. Gli elettori. I cittadini che li eleggiamo quando possiamo, o i sudditi che li subiscono quando non esistono vere libere elezioni. Siamo la moltitudine che osserva, spera, si indigna, talvolta resiste, talvolta si rassegna. Siamo la parte del mondo che paga il prezzo delle scelte di chi comanda, e che spesso si ritrova a interrogarsi su come sia stato possibile consegnare tanto potere a così poca responsabilità.

Gli indegni: Netanyahu, Trump, Putin. E gli altri

 

Ci sono epoche in cui la storia sembra perdere il proprio baricentro morale. Popoli che si considerano maturi, consapevoli, eredi di tradizioni democratiche solide, finiscono per consegnare il potere a figure che, secondo molti osservatori, e quanto producono in termini di distruzione e morte, incarnano una regressione etica e politica. Altre società, prive di reali strumenti democratici, si ritrovano invece a subire leader che non hanno mai dovuto confrontarsi con il giudizio libero dei cittadini. In entrambi i casi, il risultato appare simile: una guida che non guida, un’autorità che non protegge, un potere che non serve la collettività ma sé stesso.

 

Trovare nuovi aggettivi per descrivere questi leader è inutile. Quelli antichi sono logori, quelli nuovi sarebbero superflui. In molte analisi critiche, ciò che emerge è un tratto comune: una forma di ossessione per il potere assoluto, alimentata da ciò che molti definiscono “lo sterco del diavolo”, il denaro. Le valute cambiano, ma la logica resta identica: l’accumulazione come fine, il dominio come metodo, la manipolazione come linguaggio.

E gli altri? Gli altri siamo noi. I cittadini che votano, sperano, si illudono, si indignano. Oppure i sudditi che non possono scegliere, che subiscono, che imparano a sopravvivere dentro sistemi che non li rappresentano. Siamo la moltitudine silenziosa che paga il prezzo delle decisioni prese da pochi, spesso senza averne compreso fino in fondo le conseguenze.

 L’idea che alcuni leader rappresentino una “vergogna” non riguarda solo la loro condotta, ma il riflesso che questa produce sulle società che li hanno elevati al potere.  E diventano la loro vergogna. La vergogna dei Popoli! Perché  un leader indegno non nasce nel vuoto: è il prodotto di un clima culturale, di paure, di frustrazioni, di rabbie collettive;   la sua ascesa rivela una fragilità democratica, un cedimento etico, una stanchezza del pensiero critico;  la sua permanenza al potere mostra quanto sia facile manipolare la percezione pubblica, distorcere la realtà, trasformare la propaganda in verità.

La vergogna, dunque, non è solo individuale: è sistemica. È il segno di un patto sociale incrinato.

Sono  democrazie che tradiscono se stesse!

Le democrazie mature non sono immuni dagli errori. Anzi, proprio la loro apertura le rende vulnerabili a:  narrazioni semplificate e aggressive; leader che promettono soluzioni rapide a problemi complessi;  retoriche identitarie che dividono invece di unire;  la tentazione di delegare tutto a un “uomo o una donna forte” che si presenta come salvatore.

Quando una democrazia affida il potere a figure che non rispettano i principi democratici, non è solo un incidente: è un tradimento della propria storia. È un cedimento che rivela quanto sia fragile la memoria collettiva e quanto sia facile smarrire il senso del limite.

E  Il potere diventa ossessione.

Non c’è bisogno di essere commentatori politici, sociologi o altro per descrivere questi leader e intenderli individui dominati da un’unica pulsione: il potere.  Un potere che non è servizio per la collettività, ma possesso. La loro azione non è responsabilità, ma privilegio personale;  non intendono il mandato temporaneo, ma un diritto naturale conquistato;  e  non usano l’influenza come strumento per migliorare la vita dei cittadini, ma come mezzo per consolidare se stessi.

 Il denaro diventa il carburante di questa ossessione. Non importa la valuta: ciò che conta è la capacità di trasformare la ricchezza in influenza, l’influenza in controllo, il controllo in dominio.

 E gli altri? I tanti Noi? Che responsabilità abbiamo!

La parte più dolorosa dell’analisi riguarda “gli altri”: i cittadini, i popoli, le persone comuni.

Noi che quando votiamo senza conoscere ci lasciamo abbagliare dalle parole che vogliamo sentire e che vorremmo si consolidassero nella realtà di tutti i giorni;  quando ci lasciamo sedurre dalla paura; quando rinunciamo alla complessità e accettiamo la menzogna perché è più comoda della verità;  quando ci rassegniamo, convinti che nulla possa cambiare.

 Siamo noi anche quando resistiamo, protestiamo, denunciamo, cerchiamo alternative. 

Siamo noi quando difendiamo la dignità della politica come spazio comune e non come arena di potere.

La domanda finale è inevitabile: quanto siamo disposti a riconoscere la nostra parte di responsabilità?

 Alla fine, la domanda non riguarda loro, ma noi. 

Non riguarda gli indegni, ma la nostra capacità di riconoscerli prima che sia troppo tardi. Non riguarda il potere che accumulano, ma il vuoto che lasciamo quando rinunciamo a esercitare il nostro. Ogni volta che accettiamo la semplificazione, la paura, la delega cieca, consegniamo un frammento della nostra libertà a chi non ha alcun interesse a custodirla.

 La storia non cambia perché un leader decide di cambiare. 

La storia cambia quando un popolo decide di non farsi più ingannare.

E allora la vera linea di frattura non è tra loro e noi, ma tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di diventare. Possiamo continuare a lamentarci degli indegni, oppure possiamo smettere di renderli possibili. Possiamo indignarci a intermittenza, oppure possiamo assumere la responsabilità quotidiana della democrazia, che non è un rito, ma un lavoro. Un lavoro lento, faticoso, imperfetto, ma l’unico che impedisce al potere di trasformarsi in abuso.

Gli indegni passeranno. 

La domanda è se, quando se ne andranno, noi saremo ancora in piedi o avremo ceduto tutto ciò che ci rende cittadini. Il futuro non dipende da loro. 

Dipende da quanto siamo disposti a non assomigliargli.

 

 

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