Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Vallefiorita: Tra Storia, Leggenda e Radici

 


Il profumo della Valle e Sant’Elia nel cuore.

C’è un luogo dove la mia storia personale si confonde con il respiro della terra. Quel luogo una volta si chiamava Sant’Elia. Immagino i primi abitanti, mossi da un bisogno antico di protezione, cercare rifugio tra queste colline silenziose, affidando il loro destino alla devozione per il Profeta. Ma è nella voce di mia madre che la storia si fa poesia: mi raccontava di come, a ogni primavera, quella valle decidesse di rinascere, vestendosi di fiori così intensi e multicolori da convincere gli uomini a cambiare persino il nome al borgo. Così Sant’Elia divenne Vallefiorita.

È un intreccio armonioso, quello tra l'anima sacra dei monaci basiliani, che cercavano Dio nel silenzio delle alture, e la forza di una terra che non si è mai arresa, nemmeno quando il terremoto del 1783 provò a cancellarne le tracce. Dalle macerie è nata una struttura nuova, ordinata, fatta di palazzi gentili che ancora oggi sembrano osservare il passaggio del tempo con discrezione.

Le radici di questo borgo non sono fatte di sola pietra e decreti, ma di linfa e fatica. Le vedo negli uliveti secolari che fasciano le colline e nei campi che un tempo erano il granaio delle famiglie. La fioritura di cui parlava mia madre non era solo un miracolo estetico; era la promessa di vino, grano e olio, un patto di sopravvivenza che i residenti hanno onorato per secoli con sapienza antica.

Nel mio bagaglio interiore, Vallefiorita ha i volti dei miei affetti più cari. In un angolo del cuore custodisco le radici materne: Nonno Carlo e Nonna Peppina, le zie e gli zii. Sebbene il tempo li abbia portati via, le loro orme sono le fondamenta del mio 'borgo interiore', uno spazio dell'anima che continua a vibrare attraverso i cugini, nuovi germogli che impreziosiscono oggi il nostro albero genealogico.

In quell'albero vedo Nonno Carlo nella sua foto in bianco e nero, circondato dalle altre foto dei figli sistemate sul comò: c'è zio Fiore, strappato precocemente alla vita dalla guerra, e zia Gesa, partita verso l’America Latina, tra le nebbie di un ricordo che oscilla ancora oggi tra il Brasile e l’Argentina.

Accanto a loro, il ritratto si arricchisce di volti che sanno di casa: zia Rosina, dal sorriso sempre gentile e dalla parola dolce, un balsamo per ogni inquietudine; e zia Liberata, il cui nome stesso risuona come un omaggio alla speranza, un grido di libertà che celebrava la fine dei soprusi e delle guerre.

Quell'immagine cristallizzata testimonia la presenza di un signorotto dal volto buono, un uomo d’altri tempi che osserva il presente dall’ovale della cornice con una serena flessibilità. Dietro le lenti circolari, i suoi occhietti svegli sembrano ancora puntare il mondo, custodi di una vita scandita dal ritmo sacro delle stagioni: la raccolta delle olive, la vendemmia, momenti in cui la fatica si scioglieva nel calore di una famiglia finalmente riunita.

È in quegli occhi che ritrovo il senso di tutto: una storia che non si interrompe, ma che continua a fiorire in ogni nuovo ramo del nostro cammino. E poi c’è Nonna Peppina, la custode silenziosa della casa, quel centro del mondo che profumava di pane appena sfornato e di conserve preparate con cura rituale. Erano le donne come lei il vero collante della comunità, capaci di trasformare i frutti della vallata in un calore che riscaldava l'anima. A quel tempo, il vicinato era una seconda famiglia e le porte rimanevano aperte, non per abitudine, ma per un senso d'appartenenza che oggi mi fa sentire quelle radici più vive che mai.

Vallefiorita oggi si racconta come "Città del Libro", ma per me la sua scrittura più bella resta quella impressa nei nomi che custodisco. È una storia fatta di dignità, di ginestra intrecciata e di quella "fioritura umana" che rendeva speciale ogni primavera. Anche se quei protagonisti non ci sono più, continuano a vivere nel mio modo di guardare il mondo, come un profumo che non svanisce, come una vallata che non smette mai di rinascere.

Questo senso di comunità e di profonda appartenenza è ciò che rende le mie radici vive, pulsanti ancora oggi. Quei nomi, custoditi con cura insieme ai profumi di un tempo, rappresentano la Vallefiorita più autentica: quella fatta di fatica, di silenziosa dignità e di quella 'fioritura umana' che, più di ogni fiore di campo, rendeva speciale ogni primavera.

Anche se gli attori principali hanno ormai lasciato la scena, continuano a vivere nel mio modo di sentire e raccontare questo luogo. E mi piace pensare che tutta questa storia, fatta di partenze e ritorni, di guerre e rinascite, sia ancora lì, protetta e custodita con un pizzico di ironia. La vedo trasparire chiaramente da sotto i baffetti all’insù di Nonno Carlo, in quel sorriso accennato che sembra dirmi che nulla va perduto, finché c’è un cuore capace di ricordare."

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