Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

La scena interrotta di un artista poliedrico

 Paolo Turrà: L’istinto della scena e il corpo del colore.

Non c’era distanza tra l’uomo e la sua opera. Chi ha avuto il privilegio di incrociarlo tra Catanzaro e Roma sa che Paolo non "faceva" l’attore o il pittore: lui abitava quei ruoli con la stessa naturalezza con cui rivendicava le sue radici di Vallefiorita. Se il cinema era la sua proiezione verso l'esterno, il set perenne dove inseguire progetti anche nei tempi bui del Covid, la pittura era il suo spazio di riflessione poetica.

 

Paolo Turrà: Il vulcano tra la tela e il set

Le notizie peggiori arrivano sempre quando non sei pronto a riceverle. Oggi ne è arrivata una che pesa: Paolo se n’è andato. Non lo vedevo da tempo, ma era un’assenza giustificata dalla sua vita di attore, quella carriera che lo teneva spesso lontano da Catanzaro, sospeso tra i set e Roma, dove si trovava proprio in questi giorni per un nuovo film.

È difficile racchiudere un’esistenza vulcanica in un unico fotogramma, specialmente quando quella vita è stata un moto perpetuo tra la macchina da presa e il cavalletto. Sebbene il grande pubblico lo conoscesse per il grande schermo, io lo incontrai per la prima volta nelle vesti di pittore, nel cuore degli anni Settanta. Ci legava un’affinità antica, quel sangue “santuliuoto” che affondava le radici in Vallefiorita, il paese della sua famiglia e di mia madre: eravamo parenti in quel modo stretto e ancestrale che solo le nostre terre sanno conservare. 



Proprio come in un fotogramma di "Nella terra di Melusina", Paolo appare  come un custode di storie antiche, un ponte tra la realtà cruda e il mito. In quell'incedere nel verde, con la brocca dell’acqua in mano “a vozza” e lo sguardo carico di vissuto, si ritrova tutta la sua calabresità: quella dignità silenziosa e quella forza "vulcanica" che non lo abbandonava mai, né sul set né davanti a una tela.

Incrociarlo era ogni volta una festa. Paolo era un uomo gentile e affettuoso che ti travolgeva con il racconto delle sue ultime conquiste. Ricordo ancora il nostro incontro durante il Covid: nonostante l’incertezza di quei mesi, parlava solo di cinema, di progetti in allestimento e della voglia irrefrenabile di tornare a creare. Non c’era distanza tra l’uomo e la sua opera; Paolo non "faceva" l’attore o il pittore, lui abitava quei ruoli con una naturalezza disarmante.



Se il cinema rappresentava la sua proiezione verso l’esterno, la pittura era il suo spazio di riflessione poetica. La memoria riporta a galla frammenti nitidi: le vernici tra amici, i brindisi e, soprattutto, il suo entusiasmo contagioso quando presentò quella serie di tele dedicata alle bambole. Erano oggetti di plastica, sgraziati, quasi "brutti" secondo i canoni tradizionali; eppure, sotto il suo pennello, acquistavano una dignità metafisica. Paolo riusciva a infondere un’anima viva in quei gusci inanimati, dimostrando che il suo occhio sapeva scorgere la bellezza dove gli altri vedevano solo scarto.


Oggi resta il ricordo di un artista che ha vissuto d'arte senza mai diventarne schiavo, mantenendo intatta una curiosità fanciullesca per la "prossima sfida". La sua uscita di scena è silenziosa, ma il colore della sua anima resta fissato, vibrante, sulle tele e nei frame di una vita vissuta con coraggio.

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