Prevenzione o terrore infondato?

 SE I NOSTRI RAGAZZI E LE NOSTRE CITTÀ LI PROTEGGIAMO ALLA PRIMA MINACCIA DI PIOGGIA E AL PIÙ TIMIDO MUOVER DEL VENTO.

 Stamattina, a seguito di una notte buona, quella senza pioggia e senza vento, il cielo è sereno. L’aria è tiepida. Il vento riposa. Si muove solo un poco. Quel tanto che basta per farcelo sentire amico. E catanzarese di suo. Tuttavia, le scuole sono chiuse. 

Il bollettino meteo della Protezione Civile, portava emergenza arancione. Quella formula che, secondo la graduatoria delle emergenze, ormai appresa da tutti, è un gradino sotto all’emergenza più grave. 

Il Sindaco, come la maggior parte dei sindaci in Calabria, ha decretato la chiusura di tutte le scuole della Città. È evidente che ne fosse quasi obbligato. 

Esattamente come chi lo ha preceduto, pur ricevendo da lui, l’attuale Sindaco, allora opposizione, un fermo richiamo alla prudenza per l’attenzione che si deve al calendario scolastico, che non può facilmente perdere giornate. 

Se il tempo, come sembra, si manterrà buono, questa giornata di chiusura equivale a un’altra giornata di “vacanza”. Questa odierna non sarebbe poi tanto nociva se non fosse stata preceduta da altre. E in continuità. Le tre giornate di chiusura per mancanza d’acqua, le ultime. E quasi la settimana precedente, di allontanamento dalle aule scolastiche per le piccole scosse di terremoto avvertite anche da noi. 

È davvero troppo tutto questo tempo di non scuola. Tutti queste giornate di mancate lezioni. Le più necessarie. E per due motivi. Il primo è che siamo in conclusione dell’anno scolastico, con gli esami di maturità per le quinte che battono alle porte. Il secondo, è che le lezioni, le più belle oltre che maggiormente utili, sono quelle in aula. Tra i banchi. Con il prof che parla dalla cattedra e la classe che vive della sua bellezza educante. In quella magica stanza, che vive dello splendore di compagni e compagne. I ragazzi e le ragazze, meravigliosi sempre, che contribuiscono, con la loro presenza fisica, a rendere palpitante l’apprendimento. E caldo e proficuo il dialogo educativo. Parlo, qui, da da docente e da genitore. Ma anche da cittadino, che sa bene quale sia il compito importante di ciascun membro della comunità. È quello di svolgere pienamente il proprio dovere nel compimento dell’obiettivo più importante, la crescita morale, civile e culturale della Città, per la promozione della sua ricchezza. Non solo economica. In essa c’è la sicurezza primaria, che va garantita attraverso la formazione dei nostri ragazzi. 

La Scuola e la famiglia devono essere sempre più adeguatamente impegnate in questa straordinaria fatica, delicatamente adagiata sul sogno collettivo. Quello di una società sana, in una Città bella. E per opera anche estetica dei suoi ragazzi bellissimi. Le istituzioni devono operare in questa direzione. Con la testimonianza del lavoro e della vita onesta dei loro rappresentanti e con il coraggio delle decisioni. Ché per governare i bisogni, amministrare le risorse, rivitalizzare la Democrazia, occorrono soltanto le vecchie semplici cose: intelligenza, buon senso, visione, responsabilità. E tanto tanto senso del dovere, accompagnato alla fatica e, talvolta, al rischio, di assolverlo. E, questo, in forma esemplare, educante. Pedagogica. Affinché i i giovani di oggi imparino che senza fatica, rischio, sacrificio, resteranno solo belli, ma non diventeranno forti. Per sé stessi, per vincere contro i problemi quotidiani . E nelle battaglie per migliorarsi. Non per fare guerre al mondo e vincere contro gli altri. Se i nostri ragazzi, tra Scuola che ha paura di fare la Scuola, la famiglia che ha paura che i figli soffrano il maltempo, e le istituzioni che hanno soggezione delle comode paure di chi le rappresenta, a ogni piccola difficoltà sono costretti a non compiere il proprio dovere, studiare il cima a esso, questa nostra società non andrà più avanti di un passo. E, anzi, arretrerà di cento rispetto alle altre in cui i giovani camminano occhi al sole e petto al vento. 

                                                                          Franco Cimino

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