IL NATALE, SANTO O LAICO, DALLE SUE OMBRE MONDANE ALLA SUA LUCE DIVINA.

 di Franco Cimino 


È arrivato Natale. Eppure molti, taluni tra questi, non lo sentono.

Natale è la festa più attesa dell’anno. Da tutti: credenti e non. E, in particolare, dai laici interroganti.

È la festa della stanchezza che si risolve nel riposo. La stanchezza di questa umanità che si muove disordinatamente in milioni di particelle, ciascuna in una direzione diversa dall’altra. Tutte senza meta. Uomini e donne, tutti spaventati dalle guerre: quelle combattute con le armi e quelle quotidiane, senza armi che sparino o bunker in cui nascondersi.

La guerra che la ricchezza muove contro la povertà, umiliando i poveri, ricattandoli e, in più, colpevolizzandoli della loro condizione, per non aver saputo resistere al duro scontro, sempre in atto, per l’acquisizione — in qualsiasi modo avvenga — di quote di potere e di ricchezza.

Natale è la festa del dolore che non si spegne.

Per i cristiani sfiduciati, ma non rassegnati, è quella del Venerdì Santo che si è fermato al sabato e non ha potuto attendere la domenica della Risurrezione. Sono tanti, oggi, quelli che neppure la Chiesa vede, perché non sa come confortarli quando la parola del Vangelo non si fa credibile sulla bocca di chi lo professa. Specialmente su quella degli uomini di potere, che si servono della religione per farne — contrariamente al suo valore inoppugnabile — “la sonnolenza delle coscienze delle persone”.

Natale è la festa della nascita del Salvatore, per i credenti, per tutti i cristiani.

Ma è anche, per i non credenti, la memoria di Gesù come rivoluzionario che voleva capovolgere il mondo e che, secondo loro, non vi è riuscito, ma del quale resta, comunque, un messaggio di interminabile ribellione.

È la notte di quel primo vagito che ha rotto il silenzio dei cuori e spento il rumore delle spade. Notte che, tuttavia, per noi credenti infedeli finisce spesso proprio in quel primo vagito.

Ed è anche il Natale delle guerre infuocate, del cielo da cui piovono missili che si sostituiscono alle luminarie dei nostri paesi e delle nostre città, apparentemente in pace. Missili che cadono sulle case, sulle strade, sui campi, sulle scuole, sulle vite delle persone. In particolare sulle donne, che la vita la creano, e sui bambini, che della vita sono i migliori messaggeri e i più veloci tedofori — per dirla con una parola tanto usata in quest’anno di attesa olimpica. Fiamme leggere che dovrebbero accendere il fuoco intenso del braciere, e invece lo spengono.


Natale è la festa dei negozi ridotti a vendere merce di poco costo, che in parte resta invenduta. Ma è anche quella dei supermercati sempre strapieni, soprattutto nelle ore pomeridiane o in tarda serata, quando uomini e donne che hanno visto il loro reddito decurtato dalla crisi economica — o che il lavoro lo hanno perso — nascondono allo sguardo i carrelli semivuoti.

Natale è la festa dei poveri, che finalmente vengono visti da chi, per tutto l’anno, finge di non sapere che esistono. Ed è, per noi “buoni”, la festa della bontà, tanto che quei povericristi che stanno davanti alle chiese, ai bar e ai ristoranti diventeranno “ricchi” grazie ai nostri oboli che cadono dalla nostra mano “buona e generosa”. Tanto, il Natale passa in fretta.

Anche per i buoni di professione, che organizzano il pranzo di Natale per tutti quei poveri che — lo dimentichiamo — hanno però bisogno di mangiare tutti i giorni.

Natale è dunque anche la festa degli ipocriti, dei bugiardi e dei retori, che nascondono la loro pigrizia dietro la parola poetica e il pensiero elegante. Ed è, pertanto, anche la mia festa. Io che non smetto mai di dire — con un periodare lungo e contorto — sempre le stesse cose, con la segreta ambizione di autoassolvermi dalla responsabilità che anch’io ho per tutto ciò che, di questo Natale, ho denunciato. Anche con questo scritto.

Mi dicono che sono diventato pessimista. Che scrivo sempre di cose tristi: le guerre, la miseria, le morti, gli odi incrociati. E qualcuno, tra i più sinceri, mi dice — in qualche modo — ciò che quel produttore, di cui ora non ricordo il nome, disse a Fellini nei primi anni Sessanta:

«Mettici un po’ di luce nel finale dei tuoi film».

Io rispondo che i miei occhi dicono ciò che vedono. Magari più in profondità. Più dentro quella realtà che non sono io a creare, neppure se fossi uno scrittore illuminato o un fantasioso romanziere.

Eppure, la luce io la metto. Anzi, la scopro. Perché c’è ancora luce nel mondo. Ed è nella Bellezza. Quella che resiste. Quella che nessuno di noi “cattivi” riuscirà mai a debellare.

La Bellezza è nel creato, nel mare, nel cielo che vediamo sopra di noi, dal quale discende una luce che illumina gli occhi di chi il cielo lo guarda anche solo per un momento, e fa risplendere i cuori mentre battono per la vita. Di tutti gli esseri umani. Nessuno escluso. La loro vita vale quanto la nostra. Quanto la vita dei nostri cari, dei nostri figli, delle nostre madri e dei nostri padri.

Perché la nostra vita è poca cosa rispetto alla Bellezza, alla quale dobbiamo donarci affinché essa si conservi per gli altri.

Questa luce che io vedo è nel Natale che sento nel mio cuore. Quel Natale che ho ricevuto da bambino e che ho conservato nel petto e nella mente. Il Natale di Gesù che nasce davvero e rinnova la vita di ciascuno di noi. È il Natale dell’umanità salva.

E poi ci sono i miei sogni, la culla dei miei ideali, la risorsa a cui attingo quando mi mancano le forze per sostenerli.

Buon Natale.

Di luce e di bellezza.

Per tutti. Nessuno escluso. 

                                   Franco Cimino

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