Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Tra il cielo e il mare

 


M’immergo in un mondo fantastico, comunque non nuovo, ma ogni volta che entro e osservo e come se fosse la prima volta, mi lascio rapire dall’atmosfera. E, non è azzardato se dico che mi sento come Alice nel paese delle meraviglie. È una fucina creativa:

Sul tavolo da lavoro c’è un'opera d'arte astratta realizzata con tecnica mista, montata su un cavalletto. Il lavoro è composto di strati di carta accartocciata — probabilmente giornali — incollati su un supporto di cartone che sopperisce alla tela e arricchiti con spessi strati di pittura e altri materiali, creando una superficie tridimensionale e tattile.

Lo sfondo rivela un ambiente creativo attivo, con barattoli, contenitori e altri strumenti da lavoro artistico.

L’opera sembra esplorare il caos e la stratificazione della comunicazione visiva, forse evocando frammenti di memoria, informazione o emozione. Il suo stile astratto e materico invita a una lettura personale e sensoriale.

Che meraviglia! Essere nello studio di Mario Iannino significa trovarsi immersi in un ambiente dove la materia e il gesto si fondono in un linguaggio visivo potente e personale. L’opera riflette proprio questo: una ricerca espressiva che va oltre la superficie, dove carta, colore e texture diventano strumenti di narrazione emotiva. E lo studio è l’estensione dell’artista.

 Lo spazio è pieno di energia creativa, con materiali sparsi, barattoli di colore, strumenti e tele in lavorazione.  L’atmosfera suggerisce un processo artistico spontaneo, quasi rituale, dove ogni elemento ha una sua funzione nel dare vita all’opera.

 Si nota una forte impronta gestuale e materica, forse legata a un’esplorazione del quotidiano, della memoria o della stratificazione visiva.  L’uso del collage e della pittura densa richiama pratiche dell’arte informale e dell’assemblaggio contemporaneo.

Mario Iannino è un artista calabrese con una carriera che si estende per oltre mezzo secolo, caratterizzata da una ricerca continua tra pittura polimaterica, linguaggi visivi mutevoli e riflessioni sulla comunicazione.

Attivo a Catanzaro, Iannino ha sviluppato un percorso artistico radicato nel territorio ma aperto a influenze internazionali. Fin dagli inizi ha sperimentato con materiali diversi, privilegiando la pittura polimaterica e l’astratto informale.  Ma nello studio di via Bezzecca, dagli inizi degli anni ’80, ha divulgato le fondamenta della pittura figurativa e del disegno agli allievi e amanti dell’arte. Ha dedicato tempo alla didattica e alla ricerca. Ha collaborato con enti pubblici ed è stato professore a contratto nella Università della Calabria per quasi un decennio.

 La sua produzione spazia dall’astratto informale al politico/sociale, con incursioni nel digitale e nella grafica.  È noto per l’uso di texture complesse, collage e stratificazioni che trasformano la tela in un campo tridimensionale.  La sua poetica si concentra sulla comunicazione e sulla capacità dell’arte di sublimare ciò che ci dà sensazioni, come ha dichiarato in occasione di una mostra recente. 

 Oltre alla produzione visiva, Iannino ha pubblicato libri dedicati all’arte e alla teoria del segno, tra cui: 

  - Segno, gesto, figurazione. Saggezza e utopia nei linguaggi dell’arte (2006). 

  - Appunti di grafia creativa. Teoria e pratica del disegno (2005) e racconti ambientati in Calabria.

Di lui possiamo dire che ha arricchito il panorama artistico calabrese e nazionale con una ricerca costante e originale caratterizzata da una ricerca, continua tra pittura polimaterica, linguaggi visivi mutevoli e riflessioni sulla comunicazione. 

 

Mostre ed esposizioni

- Nel 2024 ha presentato a Catanzaro la mostra personale “Linguaggi mutevoli”, con oltre 80 opere esposte. La mostra ha raccolto i risultati di una lunga ricerca tra semantica e poesia visiva.  E prima ancora ha esposto nelle città di Bologna; Firenze; Roma e Catanzaro.

- Ha partecipato a diverse piattaforme artistiche come il Celeste Network, dove ha condiviso opere di pittura e grafica digitale. 

L’opera in questione presenta una “sagoma” che richiama un corpo avvolto, può evocare immagini forti e dolorose, come quelle trasmesse nei telegiornali durante momenti di tragedia collettiva. 

Questi le possibili letture dell’opera:

- Sagoma funeraria: la forma rimanda la memoria alla visione di un corpo anonimo, ridotto a simbolo, che diventa memoria visiva di eventi traumatici. 

- Carta e materia accartocciata: la stratificazione e il caos dei materiali possono alludere a un mondo confuso, dove la ragione è “intorpidita” da strategie di potere, propaganda o saturazione mediatica. 

- Colori vivaci (rosso, giallo, verde, blu): inseriti su un fondo bianco, possono rappresentare la tensione tra vita e morte, tra vitalità e cancellazione. 

Avvenimenti e strategie, questi, che intorpidiscono la ragione. 

Molti artisti contemporanei affrontano questi temi senza dichiararli apertamente, lasciando che sia lo spettatore a coglierli. Alcuni esempi di ciò che può “intorpidire” la ragione:

- La ripetizione ossessiva delle immagini nei media, che trasforma il dolore in spettacolo. 

- La manipolazione politica e sociale, che rende difficile distinguere verità e propaganda. 

- Il bombardamento informativo, che anestetizza la sensibilità e riduce la capacità critica. 

- La perdita d’identità individuale, quando i corpi diventano numeri o sagome indistinte. 

L’interpretazione è aperta. Se Mario Iannino non dice chiaramente cosa sta facendo, è perché la sua ricerca lascia spazio all’ambiguità: l’opera non è un manifesto, ma un campo di tensioni. Qualcuno coglie la sagoma funeraria, altri potrebbero vedere un paesaggio astratto o un frammento di memoria. È proprio quest’ apertura che rende l’opera potente: non dà risposte, ma genera domande. 

E mentre lavora a quest’opera. Parla degli avvenimenti e delle strategie che hanno intorpidito la ragione, ma non dice chiaramente ciò che sta facendo e se l'opera verte su questi temi, e io vedo una sagoma funeraria, il senso di intorpidimento della ragione – si collega bene alla poetica di Mario Iannino, che da decenni lavora su stratificazioni materiche e visive per riflettere sul linguaggio, la memoria e la comunicazione.

Collegamenti con altre opere e mostre

- “Linguaggi mutevoli” (Catanzaro, 2024): in questa grande personale con oltre 80 opere, Iannino ha dichiarato che “quello che ci dà sensazioni o ci comunica qualcosa va sublimato”*. L’idea di sublimare il dolore o la confusione mediatica attraverso la materia e il segno si ritrova anche nella tua lettura della sagoma funeraria. 

- Archivio e lavori polimaterici (1970>oggi): molte sue opere sono costruite con carta, graffi, cromie e assemblaggi che evocano “stratificazioni esistenziali” e “lacerazioni informali cucite da vissute cromie”. Questi termini rimandano proprio a immagini di trauma, memoria e resilienza. 

- Poetica del segno: nei suoi scritti e nelle riflessioni critiche, Iannino considera il segno come “scrittura dell’anima”, un ponte tra visibile e invisibile. La sagoma che si riconosce come funeraria può essere letta come un segno universale, che non descrive, ma evoca. 

Si potrebbe pensare alle strategie che intorpidiscono la ragione attraverso un collegamento con la sua poetica, che è evidente quando tratta la comunicazione e media; Iannino lavora spesso sul tema della comunicazione, e la ripetizione ossessiva d’immagini traumatiche nei media è una forma di “linguaggio mutevole” che può anestetizzare la sensibilità.   E la stratificazione visiva fa si che le sue tele non siano mai lineari ma fatte di accumuli e cancellazioni. Questo rispecchia la difficoltà di distinguere verità e menzogna, memoria e oblio.  La materia come memoria, dunque: la carta accartocciata e i colori densi diventano metafora di corpi, eventi e storie compressi, che non parlano, direttamente, ma restano come tracce. 

La percezione della sagoma funeraria s’inserisce perfettamente nel percorso di Iannino: non è detto che l’artista dichiari esplicitamente questo tema, ma la sua poetica di segni, stratificazioni e comunicazione sublimata, apre lo spazio mentale a interpretazioni legate al trauma, alla memoria collettiva e alle strategie che intorpidiscono la ragione. 

In altre parole, ciò che vediamo non è “fuori tema”, ma una delle possibili letture che la sua arte volutamente lascia aperte. 

Un monumento silenzioso alla fragilità della comunicazione contemporanea. Non è un manifesto, ma un campo di tensioni: tra corpo e assenza, tra colore e cancellazione, tra memoria e oblio. 

La sua forza sta nell’ambiguità: ciò che si riconosce come sagoma, funeraria è una delle possibili letture, e proprio quest’apertura rende l’opera universale.  Ma lui, alla fine dà il seguente titolo: “Tra il cielo e il mare”.

E mette bene in luce un punto cruciale: l’ambiguità come forza espressiva. La sagoma funeraria è solo una delle possibili interpretazioni, ma non l’unica. L’artista, scegliendo di intitolare l’opera “Tra il cielo e il mare”, sposta l’attenzione su un piano più ampio e universale: non più soltanto la memoria o la morte, ma il dialogo tra due elementi primordiali, il cielo e l’acqua, che da sempre evocano infinito, trascendenza e vita. 

Alcuni spunti di lettura del titolo, sono da tenere in considerazione perché illuminanti. Suggeriscono la Dimensione cosmica tra il cielo e il mare giacché sono simboli d’immensità, di ciò che non ha confini.  E la sospensione “tra” suggerisce uno spazio intermedio, un limine, un luogo di passaggio.  L’ambiguità si arricchisce, diventa fertile, anche se la sagoma funeraria resta come possibile interpretazione, ma non vincolante; l’opera si apre a chiunque, indipendentemente dalle proprie conoscenze. L’universalità del titolo evita di chiudere il senso in un’unica direzione, lasciando che ogni spettatore vi proietti la propria esperienza.  In fondo, è proprio questa tensione tra riconoscibile e indefinito che rende l’opera potente: un’immagine che può essere funeraria, ma anche paesaggio, soglia, viaggio. 

Analisi critica dell’opera “Tra il cielo e il mare”.

L’opera si distingue per la sua forza evocativa e per la capacità di mantenere aperto il campo interpretativo. La sagoma funeraria, riconoscibile ma non vincolante, diventa uno dei possibili percorsi di lettura. L’artista, scegliendo il titolo “Tra il cielo e il mare”, orienta lo sguardo verso una dimensione universale, che supera la contingenza del segno e si apre a un dialogo cosmico.

L’Ambiguità come valore nella molteplicità delle interpretazioni: La forma suggerisce un richiamo alla memoria e alla morte, ma non si esaurisce in questo significato. Nello spazio liminale l’ambiguità diventa un ponte tra opposti: vita e morte, finito e infinito, materia e spirito che apre al coinvolgimento dello spettatore: L’opera non impone un senso univoco, ma invita ciascuno a proiettare la propria esperienza.

Il titolo come chiave di lettura, quindi che non trascende, ma suggerisce le dimensioni. Dimensione cosmica: Il cielo e il mare sono archetipi d’immensità e trascendenza. Sospensione: Il “tra” indica un luogo intermedio, un limine che accoglie il passaggio. E l’universalità evocata dal titolo evita di chiudere il significato, rendendo l’opera accessibile a diverse culture e sensibilità.

Nel significato simbolico il cielo è simbolo di spiritualità, infinito, aspirazione. Il mare: Simbolo di vita, origine, movimento. “Tra”: Lo spazio del viaggio, della soglia, della trasformazione.

L’opera “Tra il cielo e il mare” si afferma come esempio di ambiguità in cui l’indefinito possa diventare e assurgere a linguaggio universale. La sagoma funeraria non è negata ma trascesa: diventa parte di un orizzonte più ampio, dove ogni spettatore può trovare il proprio senso. È proprio quest’ apertura che rende l’opera universale, capace di parlare a tutti senza mai esaurirsi in una sola interpretazione.

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