Catanzaro, fine anno 2025

 


“comu sempa u morzeddhu e trippa nu mangiamu a fine annu. Nc'è cu vò propriu u morzeddu e suffrittu, cu a carna do porcu ppe' l'urtima e l'annu. I fimmini e na vota s'appricavanu: tagghjavanu u centu pezzi, a trippa e u cannarozzu a strisci , jiungianu nu pezzu e grassu nta cassarola, però prima suffriijanu nu spicchjiu e agghjiu nte l'ogghjiu d'oliva. Chissu u jiornu prima pemma si portanu avanti ccu i serbizzi da fhesta. e a matina do' trentunu cu segua a tradizziona  và a lu fhurnu pp'e' i pitti.”

Beh, una scena così merita di diventare racconto, con quel ritmo misto tra italiano e dialetto che profuma di casa e di fine anno. 


Sembra di sentire proprio la voce di casa, di quelle cucine calde dove a fine “annu” si mischiano tradizione, profumi forti e mani esperte che sanno già cosa fare senza bisogno di ricette scritte.

E c’è chi cucina u morzeddhu, a trippa, o u suffrittu, a secondo delle ttadizioni di famiglia. 

Quandu arriva la fine di dicembre, è quasi un rito: c’è cu aspetta propriu u morzeddhu comu segnu di chiusura e apertura, l’urtima carna do porcu prima di buttarsi nell’annu novu. E poi a trippa, u cannarozzu, tutti tagghiati fini, a strisci, comu si faceva na vota lasciati a pippijara subra u gassu.

La fine dell’anno, a Catanzaro, arriva sempre con lo stesso rito antico.  Le case si riempiono di voci, di pentole che sbuffano, di mani che lavorano senza fretta.  E in mezzo a tutto questo, c’è sempre qualcuno che dice:  «Comu sempa, è ‘na scusa pemma mangiami u morzeddhu e a trippa a fine annu…».

Le donne — i fimmini — si mettono all’opera già dal giorno prima.  È un lavoro che conoscono a memoria: tagghjanu u ceentu pezzi, la trippa e u cannarozzu a strisci fini, tutte uguali, come se ogni pezzo dovesse raccontare la stessa storia.  Hanno un’arte nelle mani! Le donne catanzaresi.

Nella cassarola, prima di tutto, ci va un pezzo di grasso, nu pezzu e grassu, che sfrigola appena tocca il fondo caldo. 

Poi l’odore dell’aglio — nu spicchjiu d’agghjiu — che soffrigge nell’olio d’oliva e riempie la cucina di un profumo che è quasi un richiamo. E poi a sarza e pumadoru c’u u concentratu; e l’origanu…

«Chissu u jiornu prima», dicono, perché bisogna portarsi avanti, pemmu si portanu avanti ccu i serbizzi da fhesta.  La festa non perdona ritardi, e il 31 mattina è già pieno di cose da fare.

E infatti, a matina do’ trentunu, quando il cielo è ancora chiaro e l’aria punge, si va al forno. 

Il forno è un luogo sacro, un punto d’incontro: nddà si pigghjanu i pitti, le pitte gonfie, calde, profumate, e mentre si aspetta il proprio turno si scambiano auguri, ricordi, battute.  “a pitta pp’o’ morzeddhu a dd’essera strittha,e senza muddhica…”. La pitta deve essere stretta e con poca mollica. Dice con voce l’esperto di turno.

È un momento che sa di comunità, di tradizione, di un tempo che non vuole andarsene.

E così, tra italiano e dialetto, tra mani che lavorano e pentole che borbottano, la fine dell’anno prende forma già per strada. Quest’anno c’è un insolito friccicorìo nell’aria, nel quartiere marinaro va in onda il capodanno della rai. È un evento dal sapore nazional popolare dal sapore forte, deciso, come u morzeddhu stesso che dà carattere alla giornata. Magari “nu mbuccamu prima do tempu, nt’à pitta cu nu pipareddhuzzu piccanta e nu bellu biccheri e vinu russu pemma sciaccquamu a vucca do sivu do morzeddhu. Ma u sapura dicia: «Simu ancora ccà».

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