DA AUSCHWITZ AGLI ORRORI ODIERNI. QUALE PACE?

 



di Franco Cimino


È passata. La giornata della Memoria è volata via ancora una volta. La venticinquesima per l’Italia da quando Furio Colombo la fece istituire dal Parlamento italiano di cui faceva parte. Ieri è stata celebrata in modo più solenne.  La ventesima da quando nel 2005 l’Onu l’ha fatta propria, fissandola nel calendario delle ricorrenze internazionali. Quella di ieri era dell’ottantesimo anno trascorso da quel 27 gennaio, giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa dell’Unione Sovietica, liberarono quel campo di sterminio.

È per questo che ieri ad Auschwitz, si sono incontrati, davanti a una vasta platea di uomini e donne interessati direttamente da questa memoria, i Capi di Stato dei più importanti paesi democratici. C’erano tutti quelli dell’Europa, il continente più colpito dalla più pesante tragedia che il mondo possa raccontarsi attraverso la storia, che ha resistito ai tanti tentativi di essere alterata, revisionata. Addirittura, negata. Si sono incontrati davanti a quella terribile porta del lager più conosciuto. La porta tragica, che sanciva il confine non tra libertà e prigionia, ma tra civiltà e orrore, tra umanità e disumanità. Cosa sia questa ricorrenza, quanti e quali notizie storiche contenga, credo che lo sappia la più grande parte del pianeta. Tutte le stelle in cielo certamente. A memoria abbiamo imparato, anche i nuovi bambini, le due parole che fanno quasi da didascalia a quella tragedia, shoah e olocausto. Esse registrano poche differenze etimologiche, ambedue, invece, riconducendosi allo stesso significato: sterminio del popolo ebraico, genocidio dello stesso. Infatti, come potrebbe definirsi diversamente lo sterminio programmato e ideologicamente motivato di sei milioni di ebrei, di cui circa due milioni  bambini. I comunisti, gli anarchici, i dissidenti politici, i rom, i sint, i testimoni di Geova, i disabili, in particolare quelli mentali, sono la tragica aggiunta all’orrore. Ma la sostanza è genocidio. Il cui significato va oltre la quantificazione dei morti ammazzati. Che siano milioni o decine di migliaia, se muovono da una stessa ideologia di annientamento in quanto appartenenti a una etnia a un popolo, a una terra,  il significa non cambia. Non può e non deve cambiare.

In particolare, se la volontà di cancellazione dell’altro e l’odio che la motiva, segna un ribaltamento dei ruoli  e delle “ ragioni” intime della storia. Come sta accadendo nella Striscia di Gaza. Quale era la motivazione dei nazifascisti quando catturarono e massacrarono gli ebrei? Quella vera, contenuta anche negli spazi vuoti delle leggi che in Germania e in Italia furono scritte dai due gemelli, Hitler e Mussolini,  del più schifoso abominio.  Eliminare dalla faccia del pianeta un popolo intero. A partire dai bambini affinché non resti, neppure come tendenza alla vendetta, traccia di esso. E le loro donne, perché come la terra, già bruciata dal sangue e dalle lacrime versate, sia uccisa ogni forma di fertilità. A questa furia “ genocidiaria” si accompagna, quale motivazione, la bugia più grande dello stesso odio.

“Quella brutta razza lì è colpevole di ogni fatto, dal più grande delitto della storia, ai mali che potrebbero colpire i paesi  civili, la razza eletta, quella pura.”

Sembra di sentirli con quelle voci roche, uguali alla bruttezza del loro animo. A questo si accompagna la voglia sfrenata di prendersi tutto di quel popolo negato della dignità di esserlo e della possibilità di manifestarsi tale. Prendersi la cultura e l’origine della sua storia. Questa viene derubata per essere cancellata. Quel popolo non è mai esistito. Non ha avuto vita. Non c’è alcuna traccia di esso. La terra, con i tutti i suoi tesori. Questa viene rubata.  Occuparla, annetterla, sottomettendo chi legittimamente la abita, costa denaro e fatica, e non risolve la “ pratica”. 

Troppo fastidio, meglio svuotarla completamente, per riempirla di ogni volere del tiranno.

Non si sta ripetendo in più parti del mondo, dall’Africa al Medio Oriente, fin dentro l’Ucraina, la stessa cosa? Che differenza c’è, nella vera sostanza, tra quel ieri e questo oggi? Non voler comprendere questo, soffermandosi, con sollecitazione a non allontanarsene, solo sulla ricorrenza della Shoah deprivandola pure del suo autentico significato, equivale a negare la storia, a derubricare la più grande tragedia dell’umanità a un incidente di percorso.

Ovvero, alla responsabilità individuale di due pazzi scatenati.

La storia, che non si fa pedagogia, i fatti che non insegnano nulla,  fanno sì che nulla sia accaduto.  Il vero negazionismo si presenta così.

Armato dell’indifferenza e dell’ignoranza. La stessa, che in opposizione ai fatti di Gaza, sta riproponendo un becero ritorno dell’antisemitismo, la sottovalutazione del quale, inserita nel solito “ lasciateli stare, sono una frangia minoritaria o i quattro ragazzi che sbagliano”, costituisce  un pericolo tanto vicino quando pesante.

“ Il mondo non deve dimenticare” è stato detto solennemente ieri. E anche oggi dal nostro Presidente, al Quirinale. Ma quante immagini di rovine, di morti ammassati nelle strade, di orrori per violenze di ogni genere, si susseguono quotidianamente nei giornali, nelle televisioni, dagli scenari bellici del terzo millennio. Nel ‘45 del secolo scorso non  si era anche detto:” Mai più” ?

L’uomo bugiardo non ha mai abbandonato l’ascia. Mai nascosto il coltello. Non ha mai distrutto alcuna arma. Non ha mai cancellato odio ed egoismo. Del male compiuto ne ha fatto, anzi,  vademecum per quello futuro. Ed oggi ne vediamo la sua ferocia. La sua crudeltà. Soprattutto, nelle due guerre più “genocidiarie”ancora. Quella della povertà, lanciata contro l’umanità intera, dai pochi oligarchi, dai pochissimi plutocrati, che si sono impossessati dell’ottanta per cento delle ricchezze mondiali. E l’altra, apertamente dichiarata dagli stessi attraverso uno sviluppo anche tecnologico ingannevole, nei confronti della Natura. Ambedue, guerre contro la Vita. La ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della liberazione, purtroppo assai tardiva, di Auschwitz,  pur nella sua fissità, oggi appare in qualche modo diversa. Pone delle domande chiare. Queste:

”Come lo vogliamo questo mondo? Come deve essere l’Umanità? E quale funzione in essa devono svolgere gli Stati? Che società vogliamo e quali uomini e quali donne in essa operanti? C’è ancora posto per la Pace? E come deve essere la Pace affinché non si riaffermi come il breve tempo tra due guerre? E, infine, nell’era del quasi dominio della tecnologia sulla stessa natura umana, c’è posto per la Democrazia? E di che sostanza deve essere fatta? E la Libertà, può esistere ancora nella forma che abbiamo vissuto e maggiormente sognato e desiderato?”.

Ecco, sono queste le domande, che campeggiano nel cielo sopra i campi di quell’orrore e di quest’odierno. Rispondere con coraggio e  sentimenti umani, porterà il vento buono che libererà quei cieli, e il nostro, dalle nuvole nere di morte, di sangue, di  gas e polveri da molteplici e diversi spari.  C’è un cielo scuro sopra le nostre teste. Non lo vedete anche voi? E c’è un odore acre, un puzzo insistente, nell’aria. Non lo sentite?

                                                 Franco Cimino

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