IL NO, I MOLTI NO

 E LA POLITICA CHE DOVRÀ CAPIRLI…CHÉ PRIMAVERA NON ARRIVA ANCORA 

L'analisi di franco Cimino.


Il risultato è netto. Di quelli che non lasciano spazio a equivoci.


E tuttavia non basta dire che il No ha vinto. Sarebbe poco. Sarebbe riduttivo. Perché, questa volta, i numeri non si limitano a contare: parlano. E parlano molto.


Parlano del Paese reale. Non di quello raccontato, non di quello costruito nelle narrazioni, ma di quello vissuto. Un Paese che forse non ha sempre parole ordinate, che non sempre riesce a trasformare il proprio sentire in pensiero compiuto, ma che, quando viene chiamato a decidere, sa dire sì e sa dire no.


E questa volta ha detto No.


Un No che non è soltanto una risposta a un quesito. È un giudizio. È un segnale. È, insieme, un rifiuto e una domanda.


Dice, innanzitutto, che non basta il potere. Non basta neppure quando si accompagna alla forza della comunicazione, alla presenza pervasiva nei mezzi di informazione. Non basta per spegnere il pensiero. Non basta per anestetizzare le coscienze. Non basta quando i problemi restano, e anzi si aggravano, e pesano sempre di più sulla vita concreta delle persone.


Quel distacco tra No e Sì — che si consolida, che cresce, che si impone — non è un dettaglio. È sostanza politica.


E quella sostanza dice che ha perso una linea.


Non una sola riforma. Non un singolo provvedimento. Ma una logica. Un modo di intendere il governo e, più ancora, il rapporto tra potere e democrazia.


Negli ultimi anni si è affermata, quasi senza dichiararla, una tripartizione: a ciascuna forza della maggioranza la propria bandiera. L’autonomia differenziata. L’immigrazione. Le riforme istituzionali.


Tre direttrici. Tre impegni. Tre promesse.


Oggi, tutte e tre appaiono fermate. E non per caso.


L’autonomia differenziata — che affonda nella lunga storia politica della Lega — si è scontrata con un limite che va oltre le appartenenze: la percezione di una divisione. Non soltanto geografica, tra Nord e Sud, ma più profonda, quasi antropologica, dentro l’idea stessa di comunità nazionale.


Le politiche sull’immigrazione, costruite sulla logica del blocco e del respingimento, hanno mostrato tutta la loro insufficienza. Non hanno risolto. Non hanno pacificato. Hanno, semmai, irrigidito. E contro di esse si è levata, ancora una volta, una voce che non è soltanto religiosa ma civile, quella di Papa Francedco le cui parole continuano a interrogare, a disturbare, a non lasciare tranquilli.


Infine il referendum. Qui il giudizio è diretto. Non mediato. Non filtrato.


Tre sconfitte diverse, ma legate. Tre arresti che, insieme, segnano qualcosa di più profondo: la crisi di una cultura politica.


Una cultura che, da tempo, tende a spostare l’equilibrio. A rafforzare l’esecutivo. A ridurre il ruolo del Parlamento. A considerare le istituzioni come strumenti della maggioranza più che come casa comune.


Dentro questa linea si colloca anche il progetto del cosiddetto premierato.


Il No di oggi, allora, è anche questo: un argine.


Non ancora una proposta alternativa. Non ancora una visione compiuta. Ma un limite posto. Un confine segnato. Un dire: fin qui.


E tuttavia sarebbe un errore fermarsi alla superficie.


Perché dentro questo No ce ne sono molti altri. Più profondi. Più radicati. Più veri.


No alla guerra. E al suo linguaggio che lentamente diventa normale.

No allo spreco di risorse per alimentarla.

No al caro vita, che stringe le famiglie.

No all’impoverimento progressivo.

No alle disuguaglianze che crescono e si consolidano.

No a un lavoro che perde dignità: precario, sfruttato, insicuro.

No a una tecnologia che avanza senza essere governata, e che rischia di espellere più che includere.

No alla violenza, in tutte le sue forme.

No alla paura trasformata in ostilità verso lo straniero, verso il diverso, verso l’ultimo.

No, infine, alla divisione del Paese.


Perché non ci sono due Italie nette, contrapposte come eserciti. Questa è una lettura comoda, ma falsa. Esiste, invece, un Paese attraversato da tensioni profonde, da fratture mobili, da inquietudini che non si lasciano rinchiudere in categorie semplici.


E, dentro tutto questo, resiste qualcosa.


Resiste un legame.

 Un sentimento profondo. Antico. 

Un legame con la Costituzione. Con ciò che essa rappresenta: un limite al potere, ma anche una promessa. 

Di pace. Di giustizia. Di amore nella fraternità. 

Un equilibrio fragile, certo, lo si potrebbe ancora considerare, ma ancora riconosciuto come necessario. 


Una democrazia che può apparire stanca, a volte persino matrigna, ma che resta, in fondo, la madre. Quella che si critica, che si vorrebbe migliore, ma che non si vuole perdere.


È qui che la politica viene chiamata.


Non a rivendicare. Non a dividersi il merito o la colpa. Ma a capire.


Perché la sfida che si apre non si vincerà contando i voti. Si vincerà comprendendoli. Comprendendo i no dentro il No 


Vincerà chi saprà tenere insieme questi molti No. Chi saprà leggerli non separatamente, ma come parti di un unico disagio, di una stessa domanda.


E saprà trasformarli in un progetto.


Non lungo. Non complicato. Ma essenziale. E vero.


Un progetto capace di tenere insieme giustizia sociale e libertà. Sicurezza e diritti. Sviluppo e dignità. Democrazia e Sviluppo economico


Un progetto che non rinneghi le radici più profonde di questo Paese: quelle che qualcuno ha saputo indicare con una sintesi alta, parlando del Vangelo e della Costituzione. Mi viene da ricordare qui il gigante buono don Mimmo Battaglia. 


Se questo non accadrà, tutto resterà fermo.

Se accadrà, qualcosa potrà cominciare.


Non una rivoluzione. Non ancora.


Ma un passo. Quello necessario.


Non ancora una svolta. Ma, forse, l’inizio di qualcosa. Una nuova Primavera. Ché già se ne sente l’aria profumata di là della cappa ombrosa di questo lungo inverno.

                           Franco Cimino

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