Cecità Da Banksy A Saramago
L’Orgoglio Cieco: Banksy e l’Iconoclastia del Presente a Waterloo Place.
Nel cuore pulsante di Londra, tra le solenni effigi in bronzo che celebrano i trionfi dell’Impero e il sacrificio dei caduti, l'ultima incursione di Banksy a Waterloo Place non è solo un atto di guerriglia artistica, ma un crudo referto autoptico sulla nostra epoca. La statua dell’uomo accecato da una bandiera, che pure sventola con una fierezza quasi arrogante, si erge come il monumento definitivo al paradosso del XXI secolo: l’identità che diventa prigione e il simbolo che sostituisce lo sguardo.
La bandiera si trasforma in sudario e ribalta la funzione classica del monumento.
Mentre la statua tradizionale è posta su un piedistallo per essere guardata e
per ricordare, la figura di Banksy è l’unica che non può guardare. E quindi sta
per cadere nel vuoto.
La bandiera, storicamente strumento di segnalazione e
riconoscimento, qui muta in un sudario soffocante. L’artista suggerisce che il
patriottismo, quando degenera in nazionalismo acritico, non è più un vessillo
di libertà, ma una benda che impedisce di riconoscere l’altro, il diverso e
perfino la realtà oggettiva.
La spavalderia del vuoto mentale è lampante!
Ciò che rende l’opera profondamente disturbante è la postura
della figura. Non è un uomo che brancola nel buio, ma un uomo che sta dritto,
petto in fuori, in un atteggiamento di trionfante certezza. È la
rappresentazione plastica del "segno dei tempi": un’umanità che ha
smesso di dubitare e che compensa la mancanza di visione con l’eccesso di
appartenenza. In un mondo polarizzato dai social media e dalle bolle
informative, Banksy ritrae l’individuo contemporaneo che, pur essendo privato
della vista dalla propria ideologia, continua a marciare con una convinzione
incrollabile.
L’anacronismo del potere contemporaneo è pienamente riassusnto.
Collocando questa figura accanto ai memoriali della Guerra
di Crimea, Banksy innesca un corto circuito temporale. Da un lato abbiamo la
memoria storica di un passato che cercava la gloria nel sacrificio collettivo;
dall’altro, un presente che cerca la propria validazione in simboli vuoti e
gesti performativi. La statua sfida il marmo circostante, denunciando come la
retorica del potere non sia cambiata, ma sia diventata solo più grottesca.
L’ultima statua di Banksy non ci chiede di essere ammirata,
ma di essere riconosciuta come uno specchio. L'uomo di Waterloo Place siamo noi
ogni volta che anteponiamo uno schieramento alla comprensione, ogni volta che
sventoliamo un’appartenenza per non dover guardare in faccia la complessità del
mondo. In quel drappo di resina che avvolge il volto della statua, si legge il
destino di una civiltà che, a forza di voler riaffermare se stessa, ha finito
per smarrire la strada.
L'epilogo di quest'opera non si scriverà nei musei, ma nella velocità con cui verrà rimossa o vandalizzata, confermando la sua natura di monumento istantaneo.
Mentre il bronzo dei re e degli eroi di Waterloo Place
continua a ossidarsi lentamente, indifferente ai secoli, la creatura di resina
di Banksy è destinata a una fine rapida: sarà sequestrata dalle autorità o
finisce a pezzi sotto i colpi di chi si sente offeso da quello specchio. Ma è
proprio in questa fragilità sintetica che risiede il suo trionfo.
Banksy ci lascia con un'immagine che non possiamo "non
vedere": un uomo che celebra la propria cecità in un involucro di
plastica. Se le statue classiche servivano a non dimenticare il passato, questa
serve a svegliarci dal presente. Una volta rimossa, non resterà un vuoto sul
piedistallo, ma la consapevolezza che quella figura spavalda e accecata non è
mai andata via: cammina ancora tra noi, avvolta in un drappo che chiama
libertà, ma che ha la consistenza soffocante di un polimero.
In fondo, il vero epilogo è questo: abbiamo creato un mondo
così pesante di simboli da essere diventati leggeri come resina, pronti a
sparire al primo soffio della storia.
L’ultima opera di Banksy si chiude come un perfetto cerchio
di ironia e paradosso. Apparsa nel cuore del potere britannico con una
precisione chirurgica, la statua dell’uomo accecato dalla bandiera ha
trasformato la provocazione in istituzione.Il vero atto finale non è
l'installazione, ma la reazione del sistema: laddove ci si aspettava lo scontro
ideologico, è arrivata la tutela; dove si temeva la censura, è sorto il
consenso. La resina sintetica, simbolo della nostra modernità fragile e
superficiale, siede ora accanto al marmo eterno, protetta dalle stesse autorità
che l'opera vorrebbe scuotere.Banksy ci lascia con un'immagine speculare della
nostra società: siamo talmente abituati alla messa in scena che abbiamo
imparato ad accogliere il dissenso come un ornamento, trasformando il grido
d'allarme di un uomo cieco in una tappa turistica certificata. L'epilogo è una
domanda aperta: l'arte può ancora svegliarci, o siamo ormai così
"accecati" da aver reso innocuo anche chi prova a toglierci la benda?
La "cecità" morale e sociale, riporta a Saramago e scaraventa immediatamente il lettore in una situazione di normalità che si spezza:
"Il disco giallo si illuminò. Delle due auto in testa,
la prima accelerò prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale apparve la
sagoma dell'omino verde. La gente in attesa cominciò a attraversare la strada
calpestando le strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente
che somigli meno a una zebra, eppure la chiamano così."
È un inizio quasi cinematografico che sembra uno stencil di
Banksy: una scena urbana quotidiana, ordinaria, descritta con un distacco che
prelude al caos. Pochi istanti dopo, il primo uomo diventerà cieco,
trasformando quel semaforo e quelle strisce pedonali in simboli di un ordine
che non serve più a nulla.
L'accostamento è
molto profondo e coglie l'essenza di entrambi gli autori. Anche se operano in
epoche e con mezzi diversi, Banksy e José Saramago condividono una visione
cruda della società contemporanea, spesso descritta come un'entità che ha perso
la propria direzione etica.
L'Indifferenza dei singoli si trasforma presto in Cecità collettiva. E in "Cecità", l'epidemia non è solo fisica, ma una metafora
dell'incapacità dell'uomo moderno di "vedere" l'altro. Allo stesso
modo, le opere di denunciano spesso l'indifferenza sociale verso i più deboli,
i migranti o le vittime della guerra, mostrandoci quanto siamo
"ciechi" di fronte alle ingiustizie quotidiane.
E arriviamo all'Uomo senza Volto: Saramago toglie ai suoi personaggi i nomi propri, identificandoli solo per le loro funzioni o caratteristiche fisiche. Banksy fa qualcosa di simile utilizzando lo stencil per creare figure anonime e iconiche. Entrambi pongono l'accento sulla perdita dell'identità individuale all'interno di sistemi opprimenti o degradati.
L'Allegoria è lo Specchio sociale su cui si riflettono le
nostre il realismo di Saramago è una forma di allegoria civile. Banksy utilizza
la strada come una pagina bianca per le sue allegorie visive, trasformando
oggetti comuni in simboli di resistenza o di fallimento sociale.
Entrambi mettono in discussione l'autorità. Saramago
descrive il fallimento dello Stato e delle strutture sanitarie nel gestire la
crisi, mentre Banksy sbeffeggia costantemente la sorveglianza, il militarismo e
il consumismo capitalista.

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