CAROSELLO

Importanza dei Centri Sociali in periferia

 



La gente preferisce rimanere in casa. Immagino, a sbrigare qualche faccenda domestica dopo una corroborante sdocciata per lenire i pruriti causati dall'eccessivo caldo estivo. Forse, qualcuno legge o interagisce su qualche piattaforma. Si documenta. Oppure prepara la borsa per il mare.

Le giornate nel quartiere si ripetono invariate negli anni.


Ognuno si ingegna per non morire dentro. Mantenere attivi i neuroni è un imperativo assoluto! E ognuno “si'ndustrjha comu pò”, si dice in gergo: si arrangia come può.

La vita qui è sempre la stessa. Minuto dopo minuto; giorno dopo giorno; anno dopo anno non cambia nulla nemmeno di una virgola. E a sera uno sparuto gruppo si raduna nei pressi del palazzetto dello sport. Staziona sulla striscia pedonale dove qualcuno ha organizzato un salottino all'aperto: quattro panchine con la struttura in ferro su basi cementizie messe l'una di fronte all'altra e due in cemento leggermente decentrate con vista sulle strisce del palagallo.



Il variegato ma omogeneo gruppetto parla. Socializza. Racconta. Espone il proprio concetto su ogni cosa. Si parla di calcio. Dei mondiali appena conclusi. Delle esigenze del quartiere. Si tessono le lodi e si sparla pure come di consueto della cattiva politica e dei cattivissimi esemplari che la rappresentano. Senza eccezione alcuna.

Stamane un oggetto attrae l'attenzione di un signore. Sulla panchina in cemento qualcuno ha dimenticato qualcosa. Osservo da lontano: il signore rallenta la camminata, prende in mano un oggetto rossiccio: è, dalle dinmensioni, dal mio punto d'osservazione, un tablet o un computer. Si guarda attorno ma data l'ora non c'è nessuno. È ancora troppo presto. In seguito, nel pomeriggio inoltrato apprendo che, sì, è un tablet dimenticato da una bambina sulla panchina la sera prima.

La farmacia “San Francesco” che offre i servigi al quartiere è a pochi metri dalle panchine socializzanti e lì lo sconosciuto signore che ha raccolto l'oggetto dimenticato lo ha portato ed è stato recuperato dal legittimo proprietario.


Certo che se ci fosse stato uno di quei centri sociali pensati negli anni dalle menti definite umaniste, cioè attente alla qualità della vita e perciò aperti alla socialità quotidiana di chiunque, con ogni probabilità il quartiere sarebbe vivo e propositivo. Specialmente se oltre alle mura ci fosse uno spazio verde all'esterno. Spazi idonei agli incontri e all'ascolto non necessariamente egemonizzati da figure prettamente scientifiche perché parlare, sapere di poter contare su un amico o conoscente, a volte è meglio di un farmaco. Sì, un centro sociale degno di questa definizione avrebbe fatto da attrattore per quanti non amano bighellonare per strada. Sarebbe stato, il centro sociale, il luogo protetto di tantissime solitudini.

E mentre scrivo qualcuno mi fa notare che c'è. Il centro sociale a corvo c'è!

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