CAROSELLO

Halloween, festa dei morti viventi

 

Quando ancora non era arrivata l'ondata dell'eco americano e la festa dei morti era un'usanza che oscillava tra religiosità e folklore, in Calabria si ricordavano i defunti così:

Senza maschere, balli, canti e vestiti dedicati all'horror sornione dettati dal consumismo sfrenato.

In modo diverso, meno festaiolo, anzi per niente festaiolo e più raccolto. Il giorno dei morti era vissuto come un momento d'intimità vera che riportava il pensiero all'amore viscerale nutrito in vita e stroncato dalla morte nella semplicità assoluta di quanti aspettavano devotamente la festa. Uno stato sociale semplice che sciorinava di casa in casa nenie e candele accese poste alle finestre per indicare la strada ai cari che tornavano in quella notte a far visita ai parenti rimasti sulla terra.


C'era anche chi intagliava le zucche ma non sprecava la provvidenza data dalla natura e dal lavoro dell'uomo. Le svuotava. Metteva da parte i semi per seminarli al momento giusto. E cuoceva la zucca per farne un'ottima zuppa: il caro defunto doveva essere accolto con tutti gli onori. Doveva sentirsi amato! Accolto con tutti gli onori.

Per questo in tutte le case, dopo cena, si lasciava in tavola una brocca d'acqua, vino, pane e del companatico nella notte dei defunti. In alcuni paesi si metteva il posto in tavola e si serviva il pasto per commemorare il caro estinto per tutto il mese di novembre. Lo si invocava! Era per certo l'angelo custode della casa e dei suoi abitanti.

Non era prevista nessuna festa o baldoria. Al massimo si brindava a suffragio dell'anima benedetta e qualcuno si ubriacava per lenire il dolore. Altri mettevano dei regalini sotto il letto dei bambini come se fossero dei regali portati dal morto in segno di protezione.

Insomma, una festa di Halloween pregnante di sacralità antropologica organizzata alla buona nel ricordo dei cari volati in cielo.

Nell'entroterra calabrese si girava di casa in casa muniti di grosse zucche svuotate e intagliate con una candela all’interno, si bussava alle porte e si ricevevano dolci fatti in casa, raramente delle monete, fichi secchi, castagne, noci e nocciole sempre presenti nelle dispense contadine.

Nelle comunità italo-albanesi la comunità si avvia in corteo verso il cimitero in preghiera e, dopo le benedizioni, per entrare in comunione con i defunti consumano il pasto sulle tombe, trasformate e bandite a mo' di tavole da pranzo aperte a chiunque.

E a proposito di mense aperte a chiunque, a Palermiti dopo i morti si “liberano le castagne” e chiunque può accedere nelle proprietà private e fare scorte del “pane dei poveri”.

Anche Umbriatico, in provincia di Catanzaro, commemora i defunti in modo singolare: le massaie preparano le “pitte collure”, focacce di farina lievitata e cotte al forno da offrire ai poveri.

In altri paesi rurali il piatto tipico del 2 novembre è la pasta e ceci. Questa usanza potremmo definirla un rituale amalgamato di magiche speranze:

in ossequio alla tradizione durante il giorno dei morti i contadini mangiano ceci, conditi alla pignatta, da soli, in zuppa o con la pasta e il pomeriggio seminano il grano, certi di avere officiato degnamente il ricordo degli avi e essere degni di ricevere ricchezza e abbondanza.

Storie lontane! Queste.

La realtà odierna ci porta il paganesimo di halloween in casa a nostra insaputa.

Pensiamo a divertirci. Affolliamo le piazze, le assediamo, le devastiamo, restiamo vittime di goliardie demenziali. ... e ostaggi dell'ingannevole fugace vita non pensiamo ai rito dei morti 



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