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Il taxi social di Occhiuto

 

 


Riflessione sulle aree interne e sui disagi legati all'isolamento geografico dei pazienti calabresi.

 

Il taxi sociale e la sfida delle aree interne: se curarsi in Calabria diventa un'odissea.

 

L’iniziativa di Occhiuto intercetta il dramma dei pendolari della salute. Per battere la carenza di trasporti e l'isolamento urbano serve però un impegno coraggioso: estendere il servizio a tutti i malati delle zone periferiche.

 

LA SALUTE NON HA PATENTE E NON HA PORTAFOGLIO -

Appello al presidente  Occhiuto sul taxi sociale e altro ancora: tra borghi isolati, trappole urbane e l'inferno delle liste d'attesa, la sanità si garantisce difendendo chi non può permettersi di pagare.


Se si intende governare davvero per la collettività, la lungimiranza deve misurarsi con la geografia profonda, le barriere invisibili del territorio e, soprattutto, con la dignità umana. In Calabria la sofferenza della sanità non si esaurisce dentro le mura degli ospedali, ma si consuma lungo le strade tortuose che collegano i paesi delle aree interne ai centri di cura, nel traffico delle città e, drammaticamente, davanti agli sportelli delle prenotazioni. Per questo motivo, l’intuizione del presidente Roberto Occhiuto di introdurre il "taxi sociale" tocca un nervo scoperto e rappresenta una risposta concreta a un’emergenza quotidiana.

Il progetto attuale si rivolge a una fascia specifica di utenti: cardiopatici e donne con tumore alla mammella, a basso reddito, che devono spostarsi per oltre 15 chilometri. Si tratta di un eccellente punto di partenza che dimostra sensibilità. Tuttavia, la realtà quotidiana impone una riflessione più ampia. Per chi vive nei borghi isolati dell'entroterra — dove le corse degli autobus di linea sono ridotte al minimo e i treni regionali spesso saltano intere stazioni — anche raggiungere l’aeroporto di Lamezia o lo snodo ferroviario principale per un viaggio della speranza diventa un'impresa impossibile.

Ma il disagio non viaggia solo sulle lunghe distanze. Esiste un paradosso tutto urbano, fatto di tragitti brevi ma altrettanto insormontabili. Nelle città calabresi, percorrere anche solo tre o quattro chilometri per raggiungere un laboratorio di analisi o un reparto di chemioterapia si trasforma in un muro invalicabile se il paziente è solo. Senza un parente che possa prendere un permesso dal lavoro o un conoscente disposto a fare da autista, la barriera architettonica diventa sociale: la mancanza di collegamenti urbani dedicati e puntuali finisce per negare il diritto stesso alla cura.

A questo isolamento logistico si somma una violenza ancora più silenziosa ed economica: l'inferno delle liste d'attesa. Le lunghissime e interminabili file per una prestazione pubblica costringono ogni giorno migliaia di ammalati a fare una scelta drammatica. Chi ha le possibilità economiche si rivolge alle strutture private a pagamento per ottenere analisi e visite "salvavita" in tempi brevi. Chi non ha i soldi, semplicemente, rinuncia a curarsi. È una questione di puro amore e giustizia sociale verso chi soffre: lo Stato e la Regione non possono permettere che la salute sia un lusso per pochi, lasciando indietro chi ha un basso reddito e non ha nessuno su cui contare.

La scommessa del taxi sociale deve quindi evolversi per diventare lo scudo di questi cittadini. Non può restare un servizio sperimentale per pochi, ma deve trasformarsi in una misura strutturale per il territorio, capace di integrarsi con un sistema sanitario che abbatta i tempi d'attesa. Una visione avveniristica richiede l'estensione del progetto a un ventaglio più ampio di patologie e fasce d'età, superando i rigidi vincoli dell'over 65, magari attraverso l'introduzione di un ticket simbolico e accessibile a tutti.

Da queste pagine rivolgiamo un appello accorato al presidente Occhiuto e alla giunta regionale: non fermatevi alla fase sperimentale. Per amore di chi soffre e non ha i mezzi per difendersi, trasformate questa felice intuizione in un piano strutturale e permanente per la mobilità e l'accesso sanitario. Fate in modo che il diritto alla salute in Calabria non dipenda mai più dal conto in banca, dalla disponibilità di un parente automobilista o dal codice postale in cui si risiede.

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