TIM STAR da ...

 

Secondo il comune sentimento: i pensionati hanno tempo da perdere!

E da pensionati, per non smentire il detto, oggi si è sprecata una giornata per poter parlare con qualche operatore del 187. Il call center della tim. Per avere qualche delucidazione in merito al mio abbonamento.

Una giornata sprecata! Inutili e infruttuose attese con la speranza di parlare ma niente. Finalmente decido di lasciare un messaggio in chat con la signorina Angie. Fissiamo l’orario del probabile contatto da parte della tim. Lo squillo arriva inaspettato. Mi mette comunque in attesa e … dai 4 minuti che avrei dovuto aspettare ne sono trascorsi 30. Dopodiché, con la musichetta dei maneskin negli orecchi, di colpo silenzio assoluto. La tim è irraggiungibile!

 

La linea che cade, la pazienza pure- 

Cronaca di quotidiana normalità di un utente che tenta di parlare con il servizio clienti e finisce a dialogare solo con la musichetta d’attesa-

 

C’è un’Italia che mestamente resiste; non c’è altro da fare.

Una pazienza nazionalpopolare, non celebrata nei discorsi solenni, ma quella che passa interi pomeriggi al telefono con il servizio clienti, armata solo di pazienza, speranza e un buon apparecchio acustico. 

È l’Italia dei pensionati, quelli che — secondo il luogo comune — avrebbero “tempo da perdere”. 

Peccato che, quando provano davvero a perderlo, no trovino sempre qualcuno disposto ad aiutarli nelle strutture delle grandi aziende.

 

Prendiamo la TIM. 

Un colosso delle telecomunicazioni che, a giudicare dall’esperienza sciorinata negli spot in tivvù, comunica con tutto tranne che con i suoi clienti. 

Il 187, quel numero mitico che dovrebbe aprire le porte dell’assistenza, si rivela invece un portale verso un’altra dimensione: un limbo fatto di attese infinite, voci registrate e la sensazione costante di essere presi bonariamente in giro.

 

Il nostro protagonista — un cittadino qualunque, un pensionato che osa voler capire la propria bolletta — chiama. 

Attende. 

Riattacca. 

Richiama. 

Riattende. 

E mentre il tempo scorre, la vita pure, e la pazienza evapora, ecco che arriva la salvezza: la chat con la signorina "Angie" la voce robotica di tim. 

Gentile, educata, promette un contatto.  Fissa un orario.  Illude.

 

Lo squillo arriva, sì, ma come un’apparizione mariana: inatteso, improvviso, quasi miracoloso. 

Poi l’inevitabile: “Attenda 4 minuti”.  Che diventano 30.  Che diventano un’eternità scandita dalla musichetta dei Måneskin, ormai colonna sonora ufficiale del purgatorio telefonico.

 

E poi, il colpo di scena: il silenzio.  Non quello mistico, non quello che illumina. 

Quello che cade quando la linea si interrompe e tu resti lì, con il telefono in mano e la sensazione di essere stato abbandonato come un pacco postale smarrito.

 

La TIM è irraggiungibile. 

E non perché la rete non funzioni: quella, per carità, va benissimo quando si tratta di addebitare. 

È irraggiungibile perché ha scelto di esserlo.  Perché il cliente, oggi, è un fastidio da gestire, non una persona da ascoltare.

E allora sì, ridiamoci su.  Ridiamo per non urlare.  Ridiamo perché, in fondo, siamo un popolo abituato a cavarcela anche quando il sistema ci lascia soli.  Ma non dimentichiamo che dietro l’ironia c’è una verità amara: un servizio che non serve è un’offesa.  E un’azienda che non risponde è un’azienda che non rispetta.

È un servizio che non serve! Quando un’azienda parla di “vicinanza al cliente”, ma lo lascia solo davanti a un muro di attese, musichette e silenzi cos’altro si può sperare?

È un paradosso tutto italiano che si ripete ogni giorno ed avere a che fare con un servizio clienti di questa caratura significa, sempre più spesso, assenza di servizio. 

E la vicenda di un utente qualunque che tenta di parlare con un operatore del 187 non è un episodio isolato: è il sintomo di un sistema che ha smarrito la sua funzione primaria, quella di ascoltare, aiutare, servire.

Tutto inizia con un intento modesto: chiedere chiarimenti sul proprio abbonamento e possibilmente migliorarlo. 

Nulla di straordinario, nulla che dovrebbe richiedere ore di attesa. 

E invece sì: ore. 

Attese interminabili, rimbalzi, musichette, promesse di “pochi minuti” che diventano mezz’ora, poi un’ora, poi il nulla.

 

Il call center della TIM — come quello di molte altre grandi aziende — sembra costruito non per risolvere problemi, ma per scoraggiare chi li segnala. 

Un labirinto di voci registrate, scelte obbligate, percorsi che non portano da nessuna parte. 

E quando finalmente si intravede una via d’uscita — una chat, un appuntamento, un contatto — ecco che la linea cade, la voce sparisce, il silenzio cala come una porta sbattuta in faccia.

 

Il punto non è solo la frustrazione.  Il punto è la disuguaglianza che questo sistema crea e lascia i malcapitati a rotolarsi in un cul de sac privo d’uscita.

Chi ha tempo, pazienza, competenze digitali forse riesce a cavarsela.  Ma chi non le ha — anziani, persone fragili, utenti meno abituati alla tecnologia — resta intrappolato in un meccanismo che li tratta come numeri, non come persone.

 

E allora la domanda diventa politica, sociale, civile:  che idea di cittadino ha un Paese che permette a un servizio essenziale di diventare un percorso a ostacoli? 

Che rispetto mostra verso chi paga, verso chi chiede, verso chi ha diritto a una risposta?

Il silenzio del call center non è solo un disservizio.  È una metafora. 

È il simbolo di un’Italia in cui la voce dei più deboli si perde, in cui la tecnologia non facilita ma esclude, in cui la parola “assistenza” è stata svuotata di senso.

 

Eppure basterebbe poco: personale adeguato, tempi certi, trasparenza, responsabilità. 

Basterebbe ricordare che dietro ogni squillo c’è una persona, non un fastidio.

 

Finché questo non accadrà, resteremo qui: 

con la musichetta dei Måneskin nelle orecchie e la sensazione amara di essere stati messi in attesa non per quattro minuti, ma per un’intera epoca.

 

 

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