Dalla pittura alla dissoluzione
Dall'Effige alla Dissoluzione Digitale: L'Autoritratto nell'Epoca della
Riproducibilità Algoritmica
- Studi Visuali e Critica d'Arte Contemporanea-
Sezione: Poetiche Digitali e Ontologia dell'Immagine
Abstract:
Il presente contributo analizza l'evoluzione
dell'autoritratto contemporaneo attraverso lo studio di un'opera polittica
digitale conservata presso l'Archivio Iannino.
L'indagine si
focalizza sulle modalità con cui le nuove tecnologie riconfigurano i concetti
di mimesi, identità e autorialità, tracciando una linea di continuità e rottura
con le avanguardie storiche (Dadaismo), la Pop Art e la Body Art. Attraverso il
superamento della nozione benjaminiana di "aura", l'opera è letta
come estensione pendicolare dell'essere creativo, dove la fisionomia
dell'artista si fa cronaca immediata e struttura algoritmica fluida.
- L'Archivio Iannino e la mappatura del contemporaneo-
L’opera in esame è parte integrante dell’Archivio Iannino,
una collezione che funge da baricentro per la catalogazione delle nuove
poetiche visuali del XXI secolo. All'interno di questa cornice, il documento
d'arte non è una semplice testimonianza biografica, ma è un frammento di
cronaca e storia contemporanea. La provenienza dell'opera è ascrivibile a quel
filone di ricerca che elegge i dispositivi tecnologici a nuovi strumenti di
indagine ontologica, dove l'identità dell'artista è originaria di una prassi di
costante rilocazione mediale.
L'archivio stesso cessa di essere mero deposito di manufatti
storicizzati e si trasforma in un ecosistema critico attivo, in cui ogni
passaggio formale dell'immagine codifica le mutazioni percettive della
contemporaneità e attraverso la scomposizione geometrica assistiamo al
superamento del realismo pittorico.
L’immagine presenta una struttura polittica complessa, in
cui l'unità del volto è scardinata da stringenti coordinate geometriche che
rifiutano la continuità spaziale tradizionale suddivise e assemblate in campi
orizzontali e verticali e formano il campo d’insieme totalizzante.
- La sezione orizzontale: Nella fascia superiore, lo sguardo
è sezionato da bande rettangolari. In questo segmento, l'immagine è filtrata
attraverso alterazioni cromatiche che virano dal verde acido a tonalità calde e
solarizzate, riducendo i tratti somatici a pura traccia grafica e topografica.
- La sezione verticale: Nella fascia inferiore sinistra, la
fisionomia è ripartita in moduli verticali. Il passaggio formale è scandito da
un gradiente che muove dal monocromo bluastro fino a una desaturazione totale,
quasi a voler simulare i passaggi di sviluppo di una pellicola analogica,
sebbene la matrice sia interamente digitale.
- Il piano d'insieme: Sulla destra, il ritratto è restituito
in una dimensione maggiore, ma profondamente alterata da un contrasto estremo
(soglia). Qui l'opera è distante da qualsiasi verosimiglianza accademica ed è
vicina, piuttosto, a una xilografia elettronica, un'interfaccia a due bit che
azzera la profondità psicologica a favore della superficie puramente
informativa.
L'eredità Dada e la filiazione del fotomontaggio sono visibili.
Il legame genetico tra questa scomposizione pixelata e le
storiche avanguardie d’inizio Novecento è stringente. Il Dadaismo,
storicamente, è stato il primo movimento a teorizzare la frammentazione del
reale come atto di rottura politica e formale.
Attraverso il fotomontaggio, pionieri come Hannah Höch e
Raoul Hausmann hanno sottratto la fotografia alla sua funzione documentaria,
ricombinando i frammenti della società di massa in nuove costellazioni di
senso.
Nel contesto digitale, i procedimenti analogici di taglio e
incolla sono trasposti nel codice binario. La sovrapposizione delle strisce
cromatiche in quest'opera è figlia diretta di quella logica di
destrutturazione.
Il volto non è più unificato da una prospettiva
rinascimentale, ma è spezzato in strati informativi sovrapponibili, esattamente
come accadeva nei collage Dada, dove la giustapposizione caotica era specchio
delle lacerazioni del proprio tempo.
La ferita inferta alla tela dal taglierino dadaista si
tramuta qui nella segmentazione algoritmica del pixel.
La ricerca poetica di
Mario Iannino entra nel flusso della comunicazione e dei linguaggi
metropolitani.
La produzione in oggetto trova la sua perfetta collocazione
nella più ampia ricerca semantica di Mario Iannino (https://marioianninoartist.altervista.org/).
La sua indagine artistica è incentrata sui concetti di
"linguaggi mutevoli" e sulla smaterializzazione dell'immagine. Per
Iannino, l’arte non è un feticcio immobile, ma è un processo di continua
interferenza tra il pensiero e il pixel.
La poetica dell'autore si distacca nettamente dall'estetica
puramente accademica o decorativa.
L'atto di ritrarsi non è mosso da un intento
autocelebrativo, ma è originario della necessità di sondare lo spazio liminale
tra la memoria e l'astrazione.
L'ibridazione tra
fotografia e post-produzione algoritmica nell'opera dimostra come, nella
visione di Iannino, i flussi della comunicazione contemporanea debbano essere
sublimati per diventare "cronaca immediata", trasformando il volto
dell'artista in un territorio aperto di sperimentazione concettuale, dove il Sé
si offre come codice pubblico e condivisibile.
E innesca un cortocircuito mentale con la Pop Art e la serialità industriale.
I vari passaggi interni alla composizione svelano una
parentela dialettica con la Pop Art, in particolare con la destrutturazione
cromatica di matrice warholiana.
Laddove la Pop Art
utilizzava la ripetizione seriale e la variazione tonale per denunciare la
reificazione dell'individuo nella società dei consumi e la massificazione
dell'icona, l’opera nell’Archivio Iannino attua una mutazione di segno opposto.
La serialità non è
più figlia di una catena di montaggio serigrafica o di una riproduzione
industriale standardizzata, ma è originaria dell'iterazione intrinseca del
software.
Le bande verticali e orizzontali non replicano l’icona pop
per svuotarla, ma la frammentano per moltiplicarne le letture possibili.
Il passaggio
cromatico — dal blu freddo alla solarizzazione calda — non è un mero esercizio
decorativo, ma è l'esplicitazione visiva di come la percezione del Sé sia
instabile, fluida e costantemente rinegoziata dai flussi di informazione
digitale.
Non si tratta di consumo dell'immagine, ma di una sua iper-stratificazione semantica.
Il corpo, in pixel e la Body Art come estensione pendicolare
dell'essere creativo, quindi.
In questo scenario, il richiamo alla Body Art subisce una
radicale riconfigurazione concettuale.
L'utilizzo del
proprio volto non è strutturato come una sublimazione del proprio ego, né come
una deriva narcisistica della performance; al contrario, il corpo dell'artista
è inteso come una vera e propria estensione pendicolare dell'essere creativo.
Come un pendolo che oscilla costantemente tra la carne del
soggetto e l'immaterialità del codice binario, la fisionomia di Iannino si fa
prolungamento plastico dello strumento tecnologico.
Il volto non è
l'oggetto della rappresentazione, ma è il supporto stesso della sperimentazione
poetica.
La carne si
digitalizza e il pixel si fa corpo: l'azione performativa non si esaurisce
nello spazio fisico del corpo biologico, ma è proiettata sulla superficie
reattiva dello schermo.
Questa estensione
pendicolare dimostra che l'essere creativo non abita più un solo spazio, ma
oscilla indefinitamente tra la realtà biologica e la cronaca virtuale,
storicizzando il presente nell'istante stesso in cui si frammenta.
Oltre l'«Aura»
benjaminiana: la transizione verso il valore d'esposizione algoritmico.
Per comprendere appieno la portata teorica dell'opera, è
necessario rileggere le categorie filologiche di Walter Benjamin.
Nel celebre saggio: L'opera d'arte nell'epoca della sua
riproducibilità tecnica, il filosofo tedesco profetizzava la perdita
dell'«aura» — definita come l'apparizione unica di una lontananza — a causa
della riproduzione di massa, la quale abbatteva il "valore cultuale"
dell'arte a favore del "valore d'esposizione".
Nell'autoritratto dell'Archivio Iannino assistiamo a un
superamento di questa dicotomia. L'opera non subisce una perdita d'aura ex-post
tramite riproduzione meccanica (come la fotografia o il cinema tradizionali),
ma nasce già priva di un "originale" analogico.
L'originale è il codice sorgente, il file matrice. Di
conseguenza, l'aura non si dissolve nel vuoto, ma si ridefinisce come aura
algoritmica: una nuova forma di unicità che non risiede nella fissità del
supporto, ma nella specificità del processo computazionale e della sua
rilocazione poetica.
L'hic et nunc (il qui e ora) benjaminiano non è più legato
allo spazio fisico della galleria, ma all'istante cronachistico della sua
manifestazione sullo schermo contemporaneo.
In ultima analisi, l’autoritratto custodito nell’Archivio
Iannino formalizza il passaggio definitivo verso la condizione dell'identità
post-fotografica.
L'opera dimostra
empiricamente che la verosimiglianza non è più un parametro sufficiente per
definire o validare l'arte contemporanea.
I passaggi formali analizzati testimoniano che il volto
dell'artista non è un'entità statica da ritrarre orizzontalmente, ma è un
processo algoritmico in perenne divenire verticale.
Attraverso questa destrutturazione geometrica e concettuale,
l'opera esce definitivamente dal perimetro del genere pittorico e ritrattistico
tradizionale per farsi struttura concettuale autonoma, documento vivente,
archivio semiotico e cronaca immediata della complessità del nostro tempo.

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