Meglio un gingol
--Il trionfo del gingol: ovvero come ho imparato ad amare l’attesa--
“Nel giorno del grande silenzio del CUP Calabria, la musichetta in loop diventa metafora di un sistema che scricchiola ma non crolla. Un piccolo caso quotidiano che racconta molto più di quanto sembri.”
E già: fino a ieri restare appeso al telefono, prigioniero
del gingol ripetuto all’infinito, mi sembrava l’emblema della burocrazia che ti
mette alla prova. Poi è arrivato il silenzio. Uno squillo, e subito il nulla.
Un vuoto acustico che non era solo un disservizio tecnico: era la rappresentazione
plastica di un sistema che, quando si inceppa, ti lascia sospeso in un limbo
senza voce e senza risposte.
E lì ho capito: meglio il gingol che il vuoto esistenziale.
Il guasto al CUP Calabria è rientrato, certo, ma come spesso
accade nei servizi pubblici italiani, la normalità non torna mai da sola: si
porta dietro code più lunghe, attese più dense, un’inerzia che sembra quasi
fisiologica. Dopo aver risposto alla voce metallica — cortese come un modulo
prestampato — che ti rassicura che “il servizio è erogato da personale
italiano”, parte lui: il ritornello. Sempre quello. Sempre uguale. Sempre più
insinuante.
Eppure,
“Nel giorno del grande silenzio del CUP Calabria, la
musichetta in loop diventa metafora di un sistema che scricchiola ma non
crolla. Un piccolo caso quotidiano che racconta molto più di quanto sembri.”
E già: fino a ieri restare appeso al telefono, prigioniero
del gingol ripetuto all’infinito, mi sembrava l’emblema della burocrazia che ti
mette alla prova. Poi è arrivato il silenzio. Uno squillo, e subito il nulla.
Un vuoto acustico che non era solo un disservizio tecnico: era la rappresentazione
plastica di un sistema che, quando si inceppa, ti lascia sospeso in un limbo
senza voce e senza risposte.
E lì ho capito: meglio il gingol che il vuoto esistenziale.
Il guasto al CUP Calabria è rientrato, certo, ma come spesso
accade nei servizi pubblici italiani, la normalità non torna mai da sola: si
porta dietro code più lunghe, attese più dense, un’inerzia che sembra quasi
fisiologica. Dopo aver risposto alla voce metallica — cortese come un modulo
prestampato — che ti rassicura che “il servizio è erogato da personale
italiano”, parte lui: il ritornello. Sempre quello. Sempre uguale. Sempre più
insinuante.
Trentacinque minuti di loop. Trentacinque.
Eppure, dopo il silenzio, quel motivetto monocorde diventa
quasi un segnale di civiltà: un “siamo qui”, un “non ti abbiamo dimenticato”,
un tenue filo che ti collega a un operatore in carne e ossa che, da qualche
parte, sta facendo del suo meglio dentro un sistema che spesso chiede troppo a
chi lavora e troppo poco a chi dovrebbe farlo funzionare.
In fondo, come suggerisce la canzonetta, ci vuole calma e
sangue freddo.
E anche una buona dose di realismo: perché dietro ogni
attesa c’è un’organizzazione che arranca, un territorio che lotta per garantire
servizi essenziali, un cittadino che spera di non dover trasformare ogni
prenotazione in un’impresa epica.
Dopo una serie di controlli tra ospedali e presidi,
finalmente arriva la proposta più adatta.
E allora non resta che armarsi di pazienza e incamminarsi,
nel giorno stabilito, verso la sede indicata. Con il ritornello ancora in
testa, certo. Ma anche con la consapevolezza che, in questa piccola odissea
telefonica, si riflette un pezzo del nostro rapporto con i servizi pubblici:
fragile, imperfetto, ma pur sempre necessario.
E anche una buona dose di realismo: perché dietro ogni
attesa c’è un’organizzazione che arranca, un territorio che lotta per garantire
servizi essenziali, un cittadino che spera di non dover trasformare ogni
prenotazione in un’impresa epica.
E allora non resta che armarsi di pazienza e incamminarsi,
nel giorno stabilito, verso la sede indicata. Con il ritornello ancora in
testa, certo. Ma anche con la consapevolezza che, in questa piccola odissea
telefonica, si riflette un pezzo del nostro rapporto con i servizi pubblici:
fragile, imperfetto, ma pur sempre necessario.
Commenti
Posta un commento
LA PAROLA AI LETTORI.
I commenti sono abilitati per chiunque passa da qui, si sofferma, legge e vuole lasciare un contributo all'autore del post.
ATTENZIONE! Chi commenta i post del blog è responsabile di quanto scrive. Pertanto non è prevista nessuna moderazione o censura ai commenti salvo evidenti illiceità.