Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Storia di un melograno nato per caso

 -scrittura creativa-

È un racconto capace di far respirare l'odore della campagna e il calore del sole d'ottobre. C'è dentro tutto: la sorpresa della natura che fa il suo corso, la nostalgia letteraria (con tanto di meraviglioso e realistico battibecco accademico-affettuoso con l'amico "secchione") e la concretezza della vita contadina.

L’amico professore ha perfettamente ragione dal punto di vista botanico: la natura selvaggia pensa alla sopravvivenza della specie (proteggere il seme e stringere la bocca ai predatori), non alla nostra golosità. Eppure, quel melograno aspro ha il fascino delle cose autentiche, nate dal nulla e cresciute senza chiedere permesso.

 

 


STORIA DI UN MELOGRANO NATO PER CASO.

 

Sette, anzi no, otto anni che non vengo in campagna e il cespuglio selvatico si è fatto alto e frondoso. Ricco di una vegetazione soffice. Le foglioline lanceolata hanno un bel colore verde e i rami sono di un bel marrone lucido screziato di blu.

Dai rami pendono dei frutti rotondi, opulenti, alcuni sono lacerati e mostrano dei semi di un colore rosso vivo.

Sono melograni! Esclamo avvicinandomi. Alcuni sono completamente aperti verso la vetta, quasi a formare una sorta di fiore sgargiante.

Qualcuno è caduto a terra, aperto, maturo e sano. Non è marcio e non emana odori sgradevoli.

 Mi viene in mente la poesia … del Pascoli? … nel vedere quei bei vermigli… non più in fiore.

L’albero a cui tendevi la pargoletta mano è cresciuta lontana ma anche quando era vicina non sapeva e non avrebbe immaginato che quel cespuglio nato dal niente fosse un melograno.

Non lo aveva piantato o innestato nessuno!

Tengo tra le dita un semino rosso fuoco, traslucido e che brilla sotto il sole d’ottobre.

L’osservo bene prima di portarlo alla bocca. No non ci sono insetti o animaletti. Lo avvolgo tra le labbra pima di assaporarlo tra i denti.

L’aspetto cozza con il sapore aspro. È amarostico! Cazzo! Forse perché selvatico?

 


Sì, il sapore aspro e amarostico è dovuto proprio al fatto che si tratta di un melograno selvatico (nato spontaneamente da seme e mai innestato). Mi dice il mio amico professore/contadino che cura la campagna limitrofa alla mia. È un uomo colto con cui è piacevole parlare ed è anche un ottimo e caro amico degli anni della scuola. Ha fatto studi d’agraria prima di decidersi a cambiare totalmente vita e abbandonare le comodità della metropoli.

Le piante nate spontaneamente da seme -chiamate "selvatichi" o "franco di melograno"- non mantengono quasi mai le caratteristiche dolci e zuccherine delle varietà coltivate e selezionate dall'uomo. Al contrario, tendono a manifestare i tratti genetici originari della specie, che includono un'elevatissima concentrazione di tannini e acidi organici sia nella polpa che nella membrana che avvolge i chicchi, gli arilli.

 

E, i versi non sono del Pascoli! Il melograno, la poesia, se mi comsenti una piccola correzione d'autore non è sua ma di Carducci…

 

Hai attribuito i celebri versi a Giovanni Pascoli anziché a Giosuè Carducci. Mi ripete sorridendo.

La poesia che ti è sovvenuta come un flash è Pianto antico, scritta da Carducci e dedicata al figlioletto Dante morto in tenera età. I versi recitano:

"L'albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / da' bei vermigli fior..."

Mentre il melograno di Carducci fiorisce a giugno con i suoi petali vermigli, il tuo ti ha accolto nel pieno del sole d'ottobre, nel momento esatto della maturazione.

Quando la smetti di gongolare? Gli dico sorridendo indossando una maschera che avrebbe dovuto essere seriamente contrariata e mortificata per lo strafalcione.

Lo so sei stato un secchione a scuola. Me lo ricordo bene, sai!

Ma lui sembra non accorgersi del mio rimbrotto affettuoso.

 

E continua a tenere la sua lezione come se fosse ancora tra i suoi studenti: Perché il melograno selvatico ha questo sapore?

 

In primis perché non è stato innestato.

 Le varietà commerciali (come la famosissima Wonderful o la Dente di Cavallo) sono propagate per talea o innestate per garantire frutti dolci e succosi. Mentre una pianta spontanea ritorna allo stato selvatico, dove il frutto serve biologicamente a proteggere i semi e ad attirare gli uccelli, non a soddisfare il palato umano.

Però, in compenso, i tannini e l’acidità, quella nota "amarostica" che hai avvertito è data dai tannini, sostanze fortemente astringenti presenti in abbondanza nei frutti selvatici. Quindi, se hai la cacarella fatti una bella spremuta che ti passa! Conclude guardandomi con un mezzo sorriso.

 

Il fatto che i melograni fossero aperti e lacerati sul ramo (fenomeno chiamato splitting) è tipico delle piante selvatiche o non irrigate regolarmente. Gli sbalzi di umidità autunnali fanno gonfiare i chicchi più velocemente di quanto la buccia riesca a flettersi, facendola letteralmente esplodere verso la vetta.

Anche se il sapore non è quello di un frutto da tavola, hai assistito a un piccolo miracolo della natura: una pianta che ha lottato, è cresciuta da sola per otto anni e ha fruttificato generosamente senza chiedere nulla a nessuno.

Cosa pensi di fare ora con questo cespuglio selvatico? -mi dice l'amico prof- Se vuoi, posso spiegarti come innestarlo la prossima primavera con una varietà dolce per trasformarlo in un albero da frutto eccezionale, oppure possiamo vedere come usare questi frutti aspri per fare delle gelatine o degli sciroppi compensando l'acidità con lo zucchero.

Che dici?

Non saprei. Chiedo a mia moglie. È lei che ama le spremute di melagrana…

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