11 settembre, cos'è successo?
- analisi di una civiltà agonizzante-
I Falò della Demagogia.
-Dall'11 Settembre al populismo globale il passo è stato breve-
--Siamo passati dalla tragedia alla polarizzazione manichea
cadendo nell'effetto domino dell'odio globale--
11 settembre di tanti anni fa. Un sabotaggio impossibile da partorire in menti normalmente strutturate ance se contaminate dalla barbarie.
Perché, chiedo. E come hanno fatto a dirottare aerei di lenea a farli schiantare contro le torri gemelle di NY.
Qualcuno ha detto che siano stati presi di mira per ciò che
rappresentavano: il gotha dell’alta finanza mondiale.
Ma con quale animo un terrorista può superare un terrore
simile, imbarcarsi su un aereo di linea e schiantarsi andando verso morte
sicura?
Gli interrogativi sono molti ma nessuno potrà dare risposte assolute.
Analizziamo insieme questi unti drammatici che ancora
infiammano gli animi:
L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura drammatica nella
storia contemporanea, lasciando interrogativi profondi sulla natura del
terrorismo, sulla vulnerabilità delle nazioni e sulla psicologia di chi compie
simili atti.
Non esistono risposte semplici o assolute, ma le indagini ufficiali, gli studi storici e le analisi sociologiche offrono elementi chiave per comprendere il come e il perché di questa tragedia.
Perché le Torri Gemelle e gli altri obiettivi?
L'obiettivo di Al-Qaeda non era solo causare il maggior
numero possibile di vittime, ma colpire i simboli del potere globale degli
Stati Uniti. I quattro aerei di linea dirottati avevano bersagli precisi:
·
Il World Trade Center (New York):
Rappresentava il cuore pulsante dell'alta finanza mondiale e del capitalismo
occidentale.
·
Il Pentagono (Washington D.C.):
Rappresentava la massima potenza militare statunitense.
·
Il Campidoglio o la Casa Bianca (volo United
93, precipitato in Pennsylvania): Rappresentava il centro del potere
politico americano.
Colpendo questi luoghi, l'organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden voleva dimostrare che la superpotenza mondiale era vulnerabile all'interno dei propri confini, cercando di provocare un collasso economico e psicologico nell'Occidente.
Come hanno fatto a dirottare gli aerei di linea?
Il successo del piano si basò su una combinazione di
addestramento mirato, sfruttamento delle falle della sicurezza dell'epoca e un
effetto sorpresa senza precedenti.
Il gruppo di dirottatori era composto da 19 uomini. Tra di
loro, alcuni (i piloti) si erano trasferiti mesi prima negli Stati Uniti per
frequentare normali scuole di volo civili, imparando a pilotare aerei di linea
commerciali. Hanno adottato strategie di Infiltrazione e addestramento,
Nel 2001 i controlli aeroportuali erano molto diversi da
quelli odierni. I terroristi riuscirono a imbarcare piccoli taglierini e
coltellini tascabili, che all'epoca non erano esplicitamente vietati o non
venivano rilevati efficacemente dai metal detector.
Fino a quel giorno, la procedura standard in caso di
dirottamento prevedeva la cooperazione: i piloti dovevano assecondare i
dirottatori, far atterrare l'aereo e avviare le trattative per preservare la
vita dei passeggeri. I terroristi sfruttarono questa dottrina: presero il
controllo delle cabine di pilotaggio con la forza, uccidendo o ferendo i
piloti, e usarono gli aerei non come merce di scambio, ma come missili guidati.
Come fa un terrorista a superare il terrore e andare verso morte sicura?
La psicologia dei terroristi suicidi dell'11 settembre è
stata oggetto di lunghi studi da parte di psichiatri e sociologi.
Contrariamente allo stereotipo del kamikaze spinto solo dalla disperazione o dall'ignoranza, molti dei dirottatori (come l'egiziano Mohamed Atta, il leader operativo) erano giovani istruiti, di classe media o medio-alta, che avevano studiato in università europee.
Il superamento dell'istinto di sopravvivenza è stato reso
possibile da dinamiche specifiche quali l’indottrinamento ideologico
totalizzante; i dirottatori vivevano all'interno di una visione del mondo
radicale e binaria (il bene assoluto contro il male assoluto). Erano convinti
di combattere una "guerra santa" (Jihad) per difendere l'Islam
dall'oppressione e dall'umiliazione occidentale.
Altro punto, la deumanizzazione del nemico, li ha resi integerrimi e pronti al sacrificio. Nella loro mente, le vittime civili non erano individui innocenti, ma parte integrante di un sistema nemico da distruggere.
La promessa di ricompensa ultraterrena
predicata nella loro fede.
La fede incrollabile
nel martirio (shahadat) offriva la certezza di una salvezza eterna, della
gloria e dell'azzeramento di ogni paura terrena. La morte non era vista come
una fine, ma come un passaggio trionfale.
I dirottatori operavano in piccole cellule isolate dal resto
del mondo per mesi. Questo ha creato un legame di dipendenza psicologica
reciproca, dove il dubbio era visto come un tradimento verso i compagni e verso
la causa comune.
Sebbene le risposte storiche e tecniche chiariscano la dinamica degli eventi, il mistero profondo di come la mente umana possa spingersi a un tale livello di distruzione programmata rimane, per chiunque mantenga una struttura morale ed empatica, un abisso difficile da accettare.
Oggi, si celebra il ricordo, in America e nel resto del
mondo democratico affinché, eventi simili non avvengano più. ma nel contesto
discriminatorio, i cambiamenti strutturali e geopolitici influiscono a creare
nuovi odii.
Il dopo 11 settembre apre un aspetto importante nel pur delicato equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza globale e il rischio di alimentare, attraverso quelle stesse misure, nuove forme di discriminazione e risentimento.
Oggi, a 25 anni da quella tragedia, è evidente come le
risposte strutturali e geopolitiche abbiano profondamente ridisegnato la
società, creando dinamiche ambivalenti.
I cambiamenti strutturali e l'effetto discriminatorio subito
dopo gli attentati, la priorità assoluta degli Stati Uniti e dei loro alleati
fu blindare i confini e prevenire nuovi attacchi. Questo atteggiamento ha
portato a riforme radicali, che hanno però avuto un costo sociale altissimo.
L'irrigidimento dei controlli e l'islamofobia; l'introduzione
di controlli aeroportuali biometrici, liste di proscrizione (No Fly List) e
sorveglianza speciale ha spesso adottato logiche di profilazione etnica e
religiosa . Per anni, milioni di cittadini musulmani o di origine mediorientale
nel mondo occidentale hanno subito sospetti sistematici, discriminazioni
quotidiane e isolamento sociale, alimentando un senso di ingiustizia ed
emarginazione.
E, di fatto, attuato la contrazione delle libertà civili. Leggi
speciali (come il Patriot Act negli Stati Uniti) hanno esteso a dismisura i
poteri di sorveglianza dei governi sulle comunicazioni private. Questo clima di
sospetto diffuso ha incrinato il rapporto di fiducia tra lo Stato e le
minoranze.
Le risposte geopolitiche e i "nuovi odii" si sono propagati peggio della gramigna.
A livello internazionale, la strategia della "Guerra al
Terrore" ha generato conseguenze geopolitiche che, anziché sradicare il
terrorismo, hanno spesso finito per fertilizzare il terreno per nuovo
radicalismo.
e le invasioni di Afghanistan (2001) e Iraq (2003), sebbene
l'obiettivo iniziale fosse distruggere Al-Qaeda e rovesciare regimi ostili, i
lunghi anni di occupazione militare, le enormi perdite civili e la
destabilizzazione di intere regioni hanno creato un profondo vuoto di potere.
Proprio dalle ceneri e dal caos di quelle guerre (in
particolare in Iraq) sono nate organizzazioni ancora più feroci, come l'ISIS,
che hanno sfruttato il risentimento delle popolazioni locali contro
l'intervento occidentale per reclutare nuove generazioni di militanti.
E fomentato la polarizzazione "Noi contro Loro"
nella retorica dello scontro di civiltà ne ha radicalizzato i fronti. Da un
lato, l'Occidente ha spesso guardato al mondo islamico con diffidenza
generalizzata; dall'altro, la propaganda jihadista ha utilizzato gli errori
geopolitici occidentali (come le violazioni dei diritti umani a Guantanamo o ad
Abu Ghraib) come prove di una presunta guerra dell'Occidente contro l'Islam.
Celebrare il ricordo dell'11 settembre oggi non significa solo onorare le vittime e difendere i valori democratici, ma anche riflettere criticamente sugli errori commessi nel rispondere a quel trauma.
La grande sfida delle democrazie contemporanee resta quella
di proteggere i propri cittadini senza tradire i valori di inclusione,
giustizia e rispetto dei diritti umani che le definiscono.
Quando la lotta al terrore si trasforma in discriminazione, si rischia di alimentare lo stesso cerchio d'odio che si intendeva spezzare.
oggi, gli ultimi fuochi della retroguardia trumpiana, con il
suo leader in testa che promette 5mila dollari per ogni americano se vince alle
elezioni di novembre, è una balla gigantesca, ma quanti ancora crederanno a
questo signore che ha gabbato tutti e alimentato col suo fare gli estremismi?
ricordiamo le azioni negli altri Paesi, la nuova dicitura di alcune zone
geografiche dettate dalla sua megalomania ...
La proposta lanciata in questi giorni da Donald Trump alla convention repubblicana di Dallas — promettere un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto americano in caso di vittoria del suo partito alle elezioni di novembre — ha riacceso con forza il dibattito sui meccanismi del populismo transazionale e sulla tenuta del consenso politico.
La misura, battezzata dallo stesso leader come il
"Trump dividend", costerebbe alle casse dello Stato oltre 1.200
miliardi di dollari. Nonostante il vicepresidente JD Vance e i sostenitori
indichino i proventi dei dazi doganali come copertura finanziaria, numerosi
analisti economici, l'opposizione democratica e persino diversi esponenti del
Partito Repubblicano l'hanno apertamente definita una promessa irrealizzabile,
un espediente elettorale per attrarre voti o una manovra rischiosa per la
stabilità fiscale e l'inflazione.
La persistenza del seguito politico di tali dinamiche
risponde a logiche psicologiche, sociali e di comunicazione politica ben
precise.
Perché una parte dell'elettorato continua a dare credito a simili promesse?
Il fenomeno non si limita alla credibilità letterale della
singola promessa economica, ma poggia su dinamiche radicate.
Per una fascia di elettori che sperimenta difficoltà economiche legate al costo della vita, l'offerta di un beneficio economico diretto, pur se giudicato improbabile dagli esperti, viene percepita come un segnale di attenzione immediata verso le necessità dei lavoratori rispetto ai complessi programmi macroeconomici tradizionali.
Il consenso non si basa necessariamente sulla fattibilità
tecnica delle proposte, ma sulla condivisione di una narrazione identitaria.
Chi si sente escluso o penalizzato dalla globalizzazione e dalle istituzioni
tradizionali tende a concedere fiducia a un leader che si presenta come un
elemento di rottura contro l'establishment.
All'interno di ecosistemi mediatici fortemente polarizzati,
le critiche tecniche o le smentite degli esperti economici vengono spesso
archiviate dai sostenitori come attacchi di parte o propaganda avversaria,
blindando la fiducia nel leader.
Il parallelismo evidenziato con l'eredità dell'11 settembre e la gestione delle relazioni internazionali tocca le corde della proiezione globale del potere americano:
- Rottura unilaterale e "nuova geografia": La
tendenza a ridefinire confini politici o diciture geopolitiche — dalle
decisioni unilaterali sul Medio Oriente alla ridefinizione dei rapporti di
forza con storici alleati della NATO — riflette l'approccio dell'"America
First". Questo stile, improntato alla personalizzazione della diplomazia,
mira a scardinare gli assetti multilaterali tradizionali per imporre accordi
bilaterali diretti.
- Alimentazione degli estremismi: L'uso costante di una
retorica polarizzante (basata sulla netta contrapposizione tra "noi"
e "loro") ha dimostrato effetti profondi sia all'interno dei confini
nazionali, esasperando le tensioni sociali, sia all'estero. Questo linguaggio,
legittimando posizioni radicali, indebolisce le soluzioni moderate e i canali
della diplomazia multilaterale, finendo spesso per rafforzare le correnti
populiste ed etno-nazionaliste in altri contesti geografici.
In un'epoca segnata da profonde trasformazioni sociali ed economiche, le proposte dal forte impatto emotivo e transazionale continuano a rappresentare un potente strumento di mobilitazione elettorale, mettendo alla prova la capacità delle democrazie moderne di rispondere alle riserve dei cittadini attraverso riforme strutturali credibili e sostenibili.
in definitiva, la politica attuale è un fuoco di paglia che
rischia d'innescare falò in tutto il mondo, mettendo gli uni contro gli altri
La metafora del "fuoco di paglia" rischia di essere
realtà e innescare falò globali.
Con spaventosa lucidità, osserviamo inermi, al pericolo strutturale della
politica contemporanea che utilizza fiammate emotive a breve termine e, per
calcolo elettorale, lasciano lungo il cammino braci pronte a incendiare l'ordine
mondiale.
Oggi assistiamo a una transizione profonda in cui la
politica ha smesso di essere un esercizio di mediazione e costruzione del
futuro, trasformandosi spesso in una gestione permanente del risentimento. E avvalora
la logica del "tutto e subito" .
Il populismo transazionale e la politica dei social media vivono di immediatezza. Promesse iperboliche, slogan d'impatto o bonus economici estemporanei servono a catturare l'attenzione in un ciclo mediatico che dura poche ore.
È un fuoco che brucia in fretta: non crea visioni
strutturali, non risolve il debito pubblico, né affronta il cambiamento
climatico o le disuguaglianze.
Esaurito l'effetto dell'annuncio, resta il vuoto, che deve
essere colmato da una nuova promessa ancora più radicale.
Per mantenere accesa l'attenzione quando le promesse non si realizzano, la politica odierna ricorre alla creazione di un nemico.
La dinamica del "Noi contro Loro" viene applicata ovunque:
·
All'interno delle nazioni: élite contro
popolo, nativi contro immigrati, città contro province.
·
A livello globale: blocchi geopolitici
contrapposti, nazionalismi economici e guerre commerciali.
Questa frammentazione sistematica distrugge il concetto stesso di comunità e di cooperazione internazionale. Quando il cittadino si abitua a vedere nell'altro una minaccia esistenziale, si creano le condizioni psicologiche per il conflitto sociale.
I "falò" interni non rimangono mai isolati.
L'instabilità o il radicalismo delle superpotenze si riflettono immediatamente
sul resto del globo. E quando grandi nazioni scelgono la via
dell'unilateralismo e della retorica incendiaria, indeboliscono le istituzioni
internazionali (come l'ONU o i trattati di non proliferazione) che per decenni
hanno faticosamente evitato conflitti su larga scala.
Il risultato è un mondo più frammentato, dove piccoli focolai regionali rischiano di degenerare in incendi globali.
Il vero rischio di questa politica-spettacolo non è solo
l'inefficacia economica, ma la distruzione della fiducia. Se i cittadini
smettono di credere nella possibilità di un progresso reale e condiviso,
l'unica forza motrice che rimane è la paura.
La sfida cruciale per il futuro
del mondo democratico è spegnere queste fiammate propagandistiche e tornare a
investire in una politica "lenta" ma solida: quella delle riforme
reali, dell'educazione e della diplomazia multilaterale. Solo così si può
evitare che i falò della demagogia consumino le fondamenta della convivenza
pacifica.