Liberi come l'aria ma non troppo
n La privatizzazione dell'orbita.
o Le oligarchie tecnologiche; la sovranità infrastrutturale e la tutela dei beni comuni
L'apparizione nello spazio urbano di campagne pubblicitarie dedicate alla connettività satellitare globale invita a una riflessione che supera la mera analisi di convenienza tariffaria. Se per l'utente raggiunto da reti terrestri di ultima generazione l'offerta risulta economicamente non competitiva, l'estensione di tali infrastrutture private solleva interrogativi di natura sistemica. Il fenomeno non può essere ridotto a dinamiche di mercato consumeristico, ma va inquadrato come un processo di riconfigurazione dei rapporti di forza tra capitali transnazionali, istituzioni statali e diritti di cittadinanza digitale.
Ci troviamo di fronte a una transizione che, definirla critica verso forme di oligarchia infrastrutturale, è riduttivo.
La concentrazione del controllo di reti di comunicazione globali nelle mani di singole figure apicali del capitalismo tecnologico rappresenta un unicum storico. Quando asset strategici e nodi di transito dell'informazione mondiale rispondono alla governance di un unico attore privato, il rischio di vulnerabilità geopolitica aumenta esponenzialmente. Le decisioni operative ed geopolitiche di queste multinazionali si sottraggono al vaglio dei trattati internazionali e delle legislazioni democratiche, privando gli Stati della sovranità sulle proprie reti di comunicazione.
A questa asimmetria di potere si aggiunge la
centralizzazione di quello che può essere definito il "capitale estrattivo
primario" della contemporaneità: il patrimonio informativo dei dati
individuali. L'architettura di queste reti costringe l'utente — in particolare
nelle aree geografiche soggette a digital divide, dove non sussistono
alternative di mercato — a un compromesso strutturale. L'accesso a un servizio
essenziale per l'esercizio dei diritti civili ed economici comporta il
conferimento della propria impronta digitale a un monopolio privato. La
mancanza di una reale concorrenza cancella la facoltà di autodeterminazione del
consumatore, favorendo dinamiche di profilazione centralizzata su scala
globale.
Da una prospettiva macroeconomica ed etica, il fenomeno si
scontra con il principio di progressività e di contribuzione sociale. Secondo
la teoria economica dei beni pubblici, i soggetti che accumulano rendite di
posizione sfruttando risorse limitate e collettive — come lo spazio orbitale e
le frequenze dello spettro elettromagnetico — dovrebbero essere soggetti a
rigorosi meccanismi di redistribuzione fiscale e di compensazione sociale. Al
contrario, l'attuale assenza di una governance globale efficace permette la
mercificazione e la tesaurizzazione di risorse comuni che appartengono
all'umanità. Si assiste così a una sorta di enclosure (recinzione) moderna,
dove lo spazio extra-atmosferico viene sottratto alla dimensione pubblica per
scopi di profitto privato.
In conclusione, la democratizzazione digitale non può
prescindere da una profonda revisione della sovranità infrastrutturale. È
indispensabile che gli organismi sovranazionali promuovano modelli alternativi,
come i progetti di costellazioni satellitari a governance pubblica promossi
dall'Unione Europea. Solo attraverso la creazione di infrastrutture pubbliche
concorrenziali e una regolamentazione stringente dei monopoli privati sarà
possibile garantire che la tecnologia rimanga uno strumento di emancipazione
collettiva, sottraendo i beni comuni della Terra e del cielo al controllo
esclusivo di oligarchie individuali.
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