l’Italia che lavora ma scivola tra gli ultimi
società
la retorica del potere e la realtà sociale del Paese:
L’ascensore rotto e le vetrine del potere nell’Italia che lavora e scivola tra gli ultimi
Mentre la politica si consuma in uno spettacolo di polemiche speculari e distrazioni di massa, il dramma dei working poor ( -letteralmente "lavoratori poveri"- sono persone che, nonostante abbiano un'occupazione regolare e percepiscano un reddito da lavoro, si trovano al di sotto della soglia di povertà.
In pratica, questo fenomeno scardina il vecchio principio economico secondo cui "avere un lavoro" è sufficiente per non essere poveri e per emanciparsi socialmente.
Il problema non è la mancanza di impiego, ma la qualità e la
remunerazione del lavoro stesso. ) ridisegna i confini della povertà.
Il passaggio dall'opposizione al governo svela la trappola della realpolitik, lasciando i cittadini sospesi tra la fine del mese e l'illusione di un cambiamento mai avvenuto.
Il patto sociale su cui si fonda la Repubblica sembra essersi definitivamente consumato tra le mura delle mense dei poveri.
Oggi, in questa Italia di fine autunno, il lavoro ha smesso
di essere lo strumento di emancipazione garantito dalla Costituzione per
trasformarsi, in troppi casi, in una forma di pura e dignitosa resistenza che
non mette al riparo dal baratro.
Il fenomeno dei working poor — dei cittadini che timbrano il
cartellino ogni giorno ma non riescono a pagare l'affitto o a fare la spesa —
non è più un'eccezione statistica, ma la spina dorsale di una nuova e
silenziosa questione sociale.
Famiglie monoreddito, giovani precari della gig economy, un
modello economico basato su prestazioni lavorative temporanee, flessibili e
frammentate, spesso gestite tramite piattaforme digitali o applicazioni
smartphone.
Il termine deriva dal gergo dei musicisti jazz, dove la
parola "gig" indica una singola serata o un ingaggio temporaneo. Nel
mondo del lavoro odierno, significa che non si viene assunti per una giornata
lavorativa fissa o con uno stipendio mensile garantito, ma si viene pagati esclusivamente
per la singola prestazione effettuata (la consegna di un pasto, una corsa in
auto, la scrittura di un testo). Insomma
addetti ai servizi con contratti collettivi scaduti da anni e persino impiegati
del ceto medio si ritrovano uniti dalla medesima vertigine: quella di una
quotidianità in cui basta una spesa medica imprevista o il rinnovo di un
contratto d'affitto a canone di mercato per scivolare nel bisogno.
Davanti a questa realtà bruciante, la parabola della presidenza di Giorgia Meloni offre una lezione magistrale sulla natura del potere.
La leader che dai banchi dell'opposizione infiammava le piazze promettendo di scardinare le storture del sistema, di tagliare le accise e di difendere il popolo contro le oligarchie, si ritrova oggi assorbita dalle medesime logiche che un tempo contestava.
Una volta varcata la soglia di Palazzo Chigi, la fiammata
della passione politica si è spenta sotto la doccia fredda della realpolitik: i
vincoli soffocanti di un debito pubblico record, i parametri europei da
rispettare e la necessità assoluta di rassicurare i mercati finanziari hanno
trasformato la rivoluzione promessa in un'ordinaria e prudente amministrazione
dello status quo.
Le grandi riforme strutturali che servirebbero a riparare un ascensore sociale ormai immobile — una legge sul salario minimo, una seria riforma fiscale che alleggerisca il lavoro a favore delle rendite, investimenti massicci nell'edilizia pubblica — rimangono chiuse nei cassetti. Al loro posto, la politica offre una liturgia fatta di bonus temporanei e bandiere ideologiche da sventolare sui social network.
Nel frattempo, lo spazio del dibattito pubblico viene
occupato da uno spettacolo mediatico tanto rumoroso quanto sterile.
Maggioranza e opposizione si urlano addosso, si scontrano su
dettagli di cronaca o su questioni di costume, mentre l'attenzione dei
cittadini cade inevitabilmente sui simboli del privilegio, dalle scorte alle
toilette d'alta moda della premier.
Non si tratta di semplice moralismo o di voyeurismo da rotocalco, ma del sintomo di un distacco profondo: i dettagli "griffati" del potere diventano il termometro visivo di una distanza incolmabile tra chi governa e chi, per non rinunciare alla dignità, deve nascondere la vergogna di mettersi in fila per un pacco alimentare.
Finché la politica continuerà a considerare il governo come
un fine per la propria sopravvivenza e non come un mezzo per rimuovere gli
ostacoli economici e sociali, l'ascensore rimarrà rotto. E l'Italia continuerà
a dividersi tra chi vive nelle vetrine dorate dei palazzi e chi, pur lavorando,
cammina ogni giorno sul filo sottile della povertà.
in queste sacche di povertà, c'è chi ancora riesce a gestite
qualche spicciolo e sempre per econimia, micro economia familiare, quando
costretta, ricorre ai servizi in nero per un'ora di servizio alla persona come
badante o rassetto casa, cucinare per anziani non sufficienti, piccoli lavori
di manutenzione, insomma.
È la cosiddetta "economia di sussistenza", in cui il lavoro nero non nasce dalla volontà di evadere le tasse per accumulare ricchezza, ma come strategia di mutuo soccorso e sopravvivenza tra persone in difficoltà.
Si crea una micro-economia circolare della povertà: chi ha
pochissimi soldi paga in contanti un altro soggetto, altrettanto povero, per
servizi essenziali a basso costo.
Nelle fasce sociali più fragili, questo circuito si
autoalimenta per risposte a bisogni concreti che, per sopperire all'assenza
dello Stato si pratica una sorta di welfare privato.
Nelle famiglie a basso reddito con anziani non autosufficienti o persone fragili, il ricorso al mercato regolare della cura (agenzie, contratti regolari di collaborazione domestica) è finanziariamente impossibile.
Un'ora di badante o babysitter contrattualizzata ha costi
che un working poor non può permettersi. La soluzione diventa la "chiamata
a ore" nel vicinato, affidandosi al passaparola per coprire i momenti di
emergenza mentre i familiari sono al lavoro.
E, ovviamente, chi offre il servizio è alla ricerca di
liquidità immediata!
Perché chi accetta queste mansioni parcellizzate (pulizie,
piccoli lavori di idraulica o muratura, preparazione dei pasti) è spesso un pensionato
al minimo che non riesce a pagare le bollette.
E ci sono anche donne sole o madri che hanno bisogno di
conciliare la cura dei figli con piccoli ingressi monetari non tracciabili.
Lavoratori precari o della gig economy che usano queste ore per integrare un
salario insufficiente.
Il vantaggio percepito è la disponibilità immediata di contante per le spese quotidiane (la spesa al discount, la farmacia), a fronte però della totale rinuncia a coperture assicurative per infortuni o contributi previdenziali.
Il sistema genera una forte contraddizione sociale.
Nell'immediato, risolve un problema bilaterale. Permette a una famiglia di non abbandonare un anziano e a un disoccupato di comprare da mangiare. Ma alimenta la marginalità.
Chi lavora in questo modo non accumula contributi per la
pensione futura, non ha tutele se si fa male cadendo da una scala mentre
pulisce o ripara una tapparella, e resta invisibile per lo Stato, perpetuando
l'immobilità di quell'ascensore sociale di cui parlavamo.
È la declinazione più
dolorosa della povertà: quando l'illegalità formale del lavoro nero diventa
l'unico ammortizzatore sociale accessibile per difendere la propria
sopravvivenza biologica e familiare.
Intanto
La notte è passata, le luci delle zucche si sono spente e gli striscioni dei presidi vengono lentamente arrotolati. L’Italia che si avvia verso l'inverno del 2026 non è quella dei talk show, dove la politica si indigna a favore di telecamera, né quella dorata dei palazzi del potere.
È un Paese che si muove nel sottobosco di una fatica
quotidiana, dove la legalità formale cede il passo alla necessità biologica di
sopravvivere.
I working poor, i lavoratori a cottimo degli algoritmi e le famiglie che si scambiano ore di assistenza in nero per curare un anziano o pagare la spesa non fanno rumore. Rappresentano la stragrande maggioranza invisibile che ha smesso di credere alle promesse delle opposizioni e alle giravolte di chi governa.
Quando l'ascensore sociale è rotto e nessuno ha la forza o
l'interesse di ripararlo, la società si adatta, si frammenta e si rifugia in
un’economia di sussistenza.
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