Catanzaro, teatro d'inutile orgoglio
Il teatro dell’inutile orgoglio: tra bomboniere di marmo e identità d'ufficio
Alla fine, anche la splendida scaletta Liberty del Teatro Masciari ha trovato il suo mentore di pietra. Con l’ennesimo ricamo toponomastico della giunta Fiorita, Catanzaro ha salutato la nascita di un nuovo "fiore" burocratico: una piazzetta di appena una decina di metri quadrati intitolata alla memoria del professor Cesare Mulè. Un fazzoletto di cemento spacciato per un grande traguardo identitario, un capolavoro di quell'inutile orgoglio provinciale che preferisce distribuire etichette piuttosto che curare la sostanza delle cose.
L’operazione viene presentata con i soliti toni epici e
nostalgici: un incontro tra la memoria storica, i simboli architettonici e il
"valore democratico del dissenso". Si scomodano i numi tutelari della
politica di una volta, da Berlinguer a Rodotà, si rievocano gli eschimo, i
capelli lunghi, le barbe da contestatori e le accese battaglie culturali. Tutto bellissimo, sulla carta.
Ma la realtà, spogliata dalla retorica, ci restituisce il quadro di
un'amministrazione colpita da una vera e propria frenesia identitaria.
Non c'è spazio, contenitore o sentiero che sfugga a questa
urgenza di essere battezzato. I centri sociali, i palazzetti dello sport,
persino un tracciato della pineta: grazie a questa giunta, ogni angolo della
città ha finalmente un’identità ben definita, rigorosamente deliberata su carta
intestata. Un attivismo encomiabile, se non fosse che confonde la targhetta con
la funzione, l’intestazione con la gestione. Si distribuiscono patenti di
nobiltà urbana a strutture che spesso meriterebbero semplicemente manutenzione,
cura e aperture costanti, celebrando come "visione strategica" quella
che è solo ordinaria (o straordinaria) toponomastica.
Mentre l'intellighenzia locale si bea della nuova
"bomboniera" ai piedi del Palazzo Comunale, il resto del territorio
racconta la storia di un orgoglio a metà. La storica Zinzi si deve ancora
accontentare di una stradina sterrata che porta verso il nulla, e le periferie
affogano in una marea di traverse anonime. Ma la rassicurazione è servita:
finché ci sarà un tracciato di pineta da intitolare o un palazzetto a cui dare
un nome, la macchina dell'auto-celebrazione non si fermerà.
Dedicare a tutti i costi uno spazio cittadino a ogni figura
o concetto è il riflesso condizionato di una classe politica che si rifugia nel
catalogo dei ricordi per mascherare l'assenza di grandi progetti per il futuro.
Intitolare spazi urbani è l'atto più economico e sterile per lavarsi la
coscienza collettiva e alimentare un inutile orgoglio da inaugurazione. Tranquilli,
però: gli spazi non sono ancora finiti. Finché ci saranno metri quadri da
battezzare, ci sarà sempre un nastro da tagliare davanti alle telecamere.