ll mestiere dell'Intellettuale
Cultura e Società
C’era una volta l’intellettuale: la postura morale del pensiero disinteressato.
Prendiamo le mosse dall'amara ma lucidissima riflessione proposta da Filippo Veltri in un recente post su questo blog. Veltri ha fustigato con fermezza quanti lamentano il silenzio o l'oscuramento da parte dei media mainstream, ribaltando radicalmente la prospettiva: il declino dell'informazione professionale e il silenzio dei giornali non derivano da un oscuro complotto dall'alto, ma dalla mancata sostenibilità economica del giornalismo stesso, causata in primis da un pubblico che ha smesso di comprare e sostenere l'editoria.
Se nessuno paga per l'informazione, le redazioni collassano. Questo cortocircuito ci porta dritti al cuore del nostro discorso: quando il legame economico tra lettore e produttore di pensiero si spezza, chi occupa lo spazio lasciato vuoto?
Se dovessimo dare una definizione "a orecchio"
dell'intellettuale moderno, diremmo che è chiunque ragioni e formuli analisi mirate
senza alcuno scopo o tornaconto personale, mosso dal solo desiderio di
sezionare una certa problematica sociale o individuale.
Questa intuizione spontanea coglie un punto storicamente centralissimo: descrive quasi perfettamente l'ideale dell'intellettuale critico e disinteressato.
Essere un intellettuale non significa esercitare il pensiero
come professione fine a se stessa o per una posizione personale, ma come atto
di testimonianza e di analisi per illuminare una verità.
«Chi non deve difendere una poltrona, un contratto TV o una
metrica di follower su Instagram è l'unico che può permettersi il lusso supremo
di affermare la verità anche quando non conviene a nessuno.».
Nel 1927, il filosofo Julien Benda scrisse un libro
fondamentale intitolato “Il tradimento dei chierici” (termine
con cui intendeva proprio gli intellettuali). Per Benda, il vero intellettuale
è chi difende valori universali – come la giustizia, la verità e la ragione – sopra
le passioni politiche, dei nazionalismi o degli interessi economici.
Il "tradimento" avviene quando si mette la propria intelligenza al servizio di un'ideologia, di un partito o del proprio guadagno, perdendo l'oggettività.
L'autenticità risiede quindi nell'indipendenza e nella
ricerca della verità, anche quando questa è scomoda o controproducente.
Nella sociologia e nella storia della cultura (teorizzata,
tra gli altri, da Antonio Gramsci),
questa figura è stata divisa principalmente in due grandi categorie:
• L'intellettuale tradizionale, in altre parole il
letterato, il filosofo, l'accademico. Figure che si percepiscono come autonome
e separate dalla società, dedite allo studio e alla trasmissione del sapere
dalla propria torre d'avorio.
• L'intellettuale organico; chi dà voce, forma e coscienza
ai bisogni di un gruppo sociale o di una classe. Non osserva da lontano, ma si
sporca le mani con la realtà del suo tempo per produrre un cambiamento.
Sebbene i pensatori esistano da Socrate in poi, la parola "intellettuale" con il significato moderno nasce in Francia alla fine dell'Ottocento, durante l'Affare Dreyfus.
Quando lo scrittore
Émile Zola pubblicò il celebre articolo J'Accuse per difendere un capitano
ebreo ingiustamente accusato di tradimento, un gruppo di scrittori, scienziati
e artisti usò per la prima volta la propria autorevolezza culturale per
intervenire nel dibattito pubblico e chiedere giustizia.
Oggi la figura dell'intellettuale "classico" – nell'accezione di Pier Paolo Pasolini, Jean-Paul Sartre o Umberto Eco – sembra quasi scomparsa o fortemente indebolita.
Come ricordava Veltri sul piano economico, la crisi
strutturale ha aperto le porte a nuove e logoranti dinamiche.
Oggi la complessità ha imposto la figura dell'esperto di
settore (virologi, economisti, geopolitici). Figure che spesso analizzano i
macro-dati scientifici, ma perdono la visione d'insieme sulla condizione umana.
Gran parte del dibattito avviene su piattaforme digitali
regolate da algoritmi che non premiano l'analisi sfumata o complessa. La
bagarre mediatica e la polemica generano interazione rapida, che si traduce in
visibilità, follower, passaggi televisivi e contratti editoriali. L'onestà
intellettuale cede così il passo alla spettacolarizzazione.
Il pubblico attuale spesso non cerca un'analisi per
comprendere la realtà, ma per vedere confermati i propri pregiudizi. Molti
analisti si sono trasformati in fornitori di risposte preconfezionate per la
propria "tribù" ideologica. Se provi a fare un'analisi
disinteressata, evidenziando gli errori della tua stessa parte o i punti di
forza degli avversari, sei immediatamente isolato.
Un'analisi approfondita richiede tempo e risorse. Oggi i
think tank e i centri studi sono spesso finanziati da fondazioni private o
multinazionali con un'agenda ben precisa. Persino la ricerca accademica dipende
sempre più da bandi privati o dinamiche burocratiche che premiano i filoni di
pensiero utili al mercato.
In questo scenario, l'analisi disinteressata è diventata una merce rarissima, quasi un lusso o un atto di eroismo civile.
Se un tempo si rischiava la censura di Stato, oggi si
rischia l'annegamento nel brusio dei social media, dove la figura autorevole è
confusa con quella dell'influencer o del commentatore da talk-show.
Siamo davanti a un paradosso: il "comune
cittadino" o il pensatore indipendente che, fuori dal circuito dei media
mainstream, si mette a studiare, a confrontare fonti e a scrivere riflessioni
per il puro gusto di capire e far capire, è forse l'ultimo vero baluardo
dell'intellettuale.
Proprio perché l'editoria tradizionale soffre e spesso
capitola di fronte alle dure leggi del mercato (come denunciato da Veltri), lo
spazio del pensiero libero si sposta altrove. Chi non deve difendere una
poltrona, un contratto TV o una metrica di follower su Instagram ricopre
l'unico ruolo che può permettersi il lusso supremo: dire la verità anche quando
non conviene a nessuno.