Le proteste oscurate dai media
L'articolo di Filippo Veltri è una dura e lucida riflessione sulla crisi dell'informazione professionale in Italia. Il testo affronta la protesta di chi lamenta il silenzio dei media mainstream, ribaltando la prospettiva: la carenza di copertura non è frutto di un complotto, ma della mancata sostenibilità economica del giornalismo, causata anche dal pubblico che non paga più per l'informazione.
"Se nessuno parla di noi, la colpa è (anche)
nostra." Con questa provocazione Filippo Veltri ribalta la narrazione
complottista sul silenzio dei media, mettendo a nudo la cruda realtà della
crisi del giornalismo professionale in Italia. Il problema non è una censura
dall'alto, ma il collasso economico di redazioni svuotate da un pubblico che
pretende l'informazione gratuita sui social, dimenticando che un'informazione
debole e priva di risorse è, prima di tutto, un drammatico vulnus democratico
che fa il gioco del potere.
Non esiste vera conoscenza senza un'informazione libera, e non esiste informazione libera se nessuno è più disposto a sostenerla economicamente. Nel suo ultimo e caustico intervento, Filippo Veltri analizza il cortocircuito culturale che sta impoverendo il nostro dibattito pubblico. Attraverso il racconto di redazioni storiche ormai dimezzate, Veltri lancia un monito agli intellettuali e alla società civile: l'illusione del "tutto gratis" sui social sta distruggendo il giornalismo d'inchiesta sul territorio, trasformando il cittadino da cercatore di verità a consumatore passivo di notizie storpiate.
"È facile invocare il giornalismo d'inchiesta, ma quante volte nell'ultimo anno abbiamo pagato per acquistare informazione professionale?"
Filippo Veltri firma una riflessione lucida e spietata contro le
solite lamentazioni social che gridano al complotto dei media. Dati alla mano,
l'autore dimostra che il silenzio delle grandi testate sulle proteste di piazza
è il risultato diretto di redazioni ridotte all'osso e sottopagate. Una
democrazia senza giornalisti sul campo è una democrazia cieca.
“GIORNALI E TV NON PARLANO DI NOI, NASCONDONO LE PROTESTE”.
LA VERITA’ E’ UN’ALTRA
DI FILIPPO VELTRI
Il refrain di molti manifestanti che bloccano e presidiano le strade da settimane e che ora sono (forse) in tregua (alcuni sì, altri no) almeno fino al 27 ottobre per protestare contro il caro carburanti e altro, vorrei commentarlo però - si parva licet - da un altro versante, un po' più generale magari, ma con una domanda che ovviamente non riguarda solo e non tanto quei manifestanti ma tutti, anzi intellettuali e professoroni in prima fila:
negli ultimi 12 mesi quante volte avete comprato un quotidiano? Avete mai fatto un abbonamento a un giornale on line o anche una singola copia un giorno?
Avete mai pagato un centesimo per acquistare informazione professionale? Così mi suggerisce infatti il mio amico e collega Gianni Molinari, che fulmina il grido di queste settimane dalla Campania alla Sicilia passando per la Calabria, la Puglia e la Basilicata e che è poi dilagato nelle usuali e stomachevoli lamentazioni sui social.
Il punto è davvero a mio avviso tutto un altro: se nessuno (o pochi) han parlato male o non nel doveroso e giusto rilievo di quello che sta avvenendo – tra l’altro ora non è più così visto che da tre giorni ne stanno parlando a dismisura tv e giornali ma solo perché i supermercati erano vuoti e i benzinai chiusi e il Governo ha alzato la voce minacciando sfracelli contro i manifestanti - forse invece di lamentarsi e insultare, qualcuno dovrebbe chiedersi innanzitutto che fine ha fatto l’informazione professionale. Che è una cosa che riguarda tutti e non solo noi, gli addetti ai lavori, cioè chi racconta (va) ciò che accade nelle strade italiane in tempo reale e che oggi boccheggia sotto i colpi della crisi con giornali sguarniti, redazioni chiuse, smembrate e malpagate.
Sono tanti, troppi, quelle che infatti oggi si lamentano che le tantissime notizie sono sparite, nell’illusione generale di avere ogni cosa a portata di foto, di clic e di like gratis e si sono riversati sui social gratuiti. Peraltro alimentando pagine con notizie copiate dai mass media professionali e storpiate, mi sollecita ancora Molinari, il quale ricorda un episodio splendido a tal proposito: ‘’nel 2003 lavoravo nella sede Ansa di Potenza, con il fotografo Tony Vece, siamo stati giorni e giorni a documentare le proteste degli agricoltori nel Metapontino. E così successo per la questione delle scorie nucleari e per le proteste nello stabilimento di Melfi della Fiat. Sono stato in strada anche 21 giorni di seguito a Melfi dalle 4 alle 24 tutti i giorni! Con me c’erano inviati di tutti i giornali italiani. Andate a chiedere dov’è quella gente, quanta gente lavora in quei giornali (e relative versioni digitali) oggi e quanta ne lavorava allora? Nella sede Ansa di Potenza eravamo in quattro giornalisti. Oggi sono due in tutto. Quando sono passato al Mattino nel 2005 eravamo 121, oggi i colleghi rimasti sono poco più di 40’’.
Alla sede Ansa della Calabria, che ho diretto per 13 anni, oggi sono rimasti 2 colleghi: siamo stati anche in 6 fino a pochi anni fa! Ma tutto ciò non è mai interessato nulla a nessuno perché i giornalisti erano sporchi brutti e cattivi, quelli da minacciare (Rosaria Capacchione di Caserta da 20 anni vive sotto scorta. Al nostro compianto Michele Albanese è andata peggio), quelli da insultare non appena non scrivevi o dicevi quello che uno si aspettava.
Perchè è bello chiedere il “giornalismo d’inchiesta” (tautologia, perchè giornalismo basta e avanza se uno cerca, trova e verifica le notizie) ma appena si viene sfiorati da qualche inchiesta, da qualche storia, allora partono gli insulti. A nessuno è passato per la testa che un’informazione debole era un vulnus democratico, che senza giornalisti di professione, la copertura di certi fatti non sarebbe stata garantita. E oggi non ci si può lamentare se c’è poco spazio sui media. Il lamento torna al mittente.
Non c’è nessun complotto e quello che c’è lo troviamo facilmente negli organi di informazione nati per fare operazioni politiche e che ahimè hanno un grande seguito (leggi Rai e Mediaset): i media professionali non hanno la forza per fare molte cose (e forse le proteste sono l’ultima).
