Il potere Creativo è donna
Il potere è donna: la sindone metropolitana di Mario Iannino
Nell’opera ultimata Il potere è donna (2026), Mario Iannino compie un radicale riscatto soteriologico dello scarto industriale, trasformando il packaging della civiltà dei consumi in un frammento teologico e in un reperto lirico di profonda affinità con l’Art Brut.
Attraverso una rigorosa stratificazione su cartone di recupero (113 x 75 cm), l’artista ordina il caos metropolitano mediante la "deformazione accresciuta del pittore", sigillando brandelli commerciali e loghi industriali sotto una fitta trama di reti sintetiche ortofrutticole, velature pittoriche e colature alchemiche d'oro e d'ambra.
Al centro della composizione, una cravatta dai motivi barocchi si erge a simbolo di asse cosmico verticale, svuotando il feticcio del dominio patriarcale per scendere fino al fulcro generativo dell’opera: un esplicito eversivo richiamo a “L’origine du monde” di Courbet, dove la sagoma di un ovetto Kinder Joy e la parola “censored” cortocircuitano l'erotismo con la genesi pura.
Strutturato secondo una tripartizione ascensionale che
culmina in una densa liberazione cromatica azzurra e acquatica nella parte
superiore, il polimaterico di Iannino si impone come un altare della natura
creatrice, una professione di fede laica in cui il patriarcato è fisicamente
sepolto per sancire l'assunto definitivo: il principio originario, ordinatore e
divino del cosmo è una Trinità misteriosamente e irrevocabilmente donna.
Il potere è donna (2026) di Mario Iannino non si offre all’osservatore come una superficie da guardare, ma come un monumentale manoscritto visivo che esige una decodifica profonda, muovendosi lungo i crinali instabili di quelli che l’artista definisce i linguaggi mutevoli metropolitani.
In questa monumentale composizione polimaterica di 113 x 75
centimetri, lo scarto industriale della società dei consumi compie un radicale
salto ontologico: cessa di essere rifiuto, ingombro o vuoto a perdere, per
farsi reperto lirico, testimonianza antropologica e, infine, frammento
teologico.
Lontano dalle derive feticiste e dalla celebrazione
bidimensionale del simulacro tipiche della Pop Art, così come dalla fredda e
asettica catalogazione oggettuale del ready-made di matrice duchampiana,
l’azione di Iannino risiede interamente nel gesto profondo e quasi sciamanico
di piegare il packaging – la veste effimera, protettiva e ossessiva che avvolge
le nostre esistenze – a un pensiero altro, intriso di pathos, memoria e
spiritualità.
In questo processo di risignificazione si avverte una
potente affinità con l’Art Brut, un richiamo viscerale a un’arte spontanea che
trova la sua massima forza espressiva proprio nella rugosità, nella ferita e
nella verità della materia povera.
Lavorare con il cartone da imballaggio e la plastica
significa operare una discesa consapevole nella stratificazione del quotidiano,
grattare la superficie della banalità per far emergere una sacralità laica e
primitiva. Questo fare non è però abbandonarsi al caos, poiché guidato da una
sapienza compositiva rigorosa, è una sorta di nuova oggettuale semantica
visiva, una “deformazione accresciuta del pittore” che eredita dai maestri del
passato le regole geometriche, spaziali e cromatiche, applicandole alle macerie
della contemporaneità per ordinarle secondo un nuovo principio cosmico.
La genesi stessa dell'opera porta i segni di questa
metodologia fluida e drammatica: l'azione originaria, nata su una porzione
cartacea di 88 x 45 centimetri, ha subito il trauma di una lacerazione laterale
che ha spinto l'artista a un ripensamento totale dello spazio, espandendo e
adagiando il manufatto su una seconda e più ampia piastra di cartone.
Questo raddoppiamento del supporto non è stato un espediente
dimensionale, ma un atto di protezione profonda, il salvataggio di un'appendice
poetica sottratta all'entropia.
L'equilibrio formale che ne deriva è garantito da precise
stesure cromatiche, come il bianco materico che azzera e ridefinisce lo sfondo,
i tocchi di un blu celestiale e le pulsazioni di un rosso carnale, mentre fitte
grafie a penna e matita ricuciono i singoli frammenti commerciali in un testo
narrativo unitario, trasformando l'assemblaggio in una sorta di sindone
contemporanea vibrante di sacralità.
Al centro della complessa allegoria, che supera la
contingenza politica per approdare a una dimensione squisitamente teologica,
domina una cravatta posta in verticale come asse simmetrico e stella polare.
Realizzata ritagliando una busta da shopping dai motivi barocchi con puttini
rétro, essa evoca l'iconografia sacra delle pale d'altare e gli affreschi delle
chiese, ma al contempo svuota dall'interno il feticcio del dominio patriarcale,
trasformandolo in un asse cosmico che unisce l'alto e il basso.
La cravatta scende fino a coprire e rivelare il fulcro concettuale dell'opera, richiamando la carica sovversiva e scandalosa de “L’origine du monde di Courbet”; in questo punto esatto si colloca la sagoma di un ovetto Kinder Joy, simbolo pop della gioia della nascita, che cortocircuita l'erotismo con il concetto puro di genesi.
La centralità del sesso femminile è così spogliata da ogni
censura moralista – evocata e confinata nella scritta “censored” che bolla il
sesso maschile sottostante – per essere restituita alla sua verità ancestrale
di altare della natura creatrice.
L'intera struttura suggerisce una tripartizione ascensionale
che si eleva dalla base terrena e frammentata dei bisogni effimeri e
commerciali, passa attraverso il fulcro generatore del piacere e della vita, e
culmina nell'ordine cromatico e spirituale superiore.
È la traduzione visiva di una consapevolezza radicale: la
natura creatrice è donna e Dio stesso, nella sua profonda, misteriosa e
generatrice Trinità, è donna.
Di fronte a questa forza universale, i simboli della
virilità fisica, come il fallo, la rosa o lo schizzo dell'uccello del paradiso,
appaiono come elementi transitori, fragili e bidimensionali, maschere di
un'impotenza cerebrale che soccombe e si inchina.
Attraverso il riscatto del povero e del frammento, Mario
Iannino scardina le ipocrisie puritane e le strutture secolari del patriarcato,
piegando il caos metropolitano al rigore del pensiero pittorico per giungere al
suo assunto definitivo e assoluto: il potere è donna, principio originario,
ordinatore e divino del cosmo.
L'evoluzione definitiva dell'opera ne esaspera la densità drammatica e la stratificazione simbolica, trasformando l'assemblaggio in un ordigno visivo ancora più serrato, dove il testo critico originario si dilata per accogliere nuove e decisive collisioni materiche.
Il manoscritto visivo di Mario Iannino approda così a un
compimento in cui la "deformazione accresciuta del pittore" non si
limita a ordinare il caos, ma lo sigilla sotto una fitta e avvolgente trama di
reti sintetiche, velature e colature laviche d'oro e d'ambra.
L'immagine mostra l'inserimento di una vistosa rete
arancione e rossastra che ora taglia trasversalmente l'intera sezione mediana,
agendo come una ragnatela viscerale o una placenta artificiale che stringe,
protegge e al tempo stesso imprigiona i simulacri del consumo metropolitano.
Questo innesto plastico e flessibile introduce una tridimensionalità inedita:
le maglie della rete, derivate da imballaggi industriali per l'ortofrutta,
generano un filtro ottico che frammenta lo sguardo e intrappola la luce, amplificando
la dimensione di archeologia urbana. Ad essa si associano dense colature
cromatiche e spessi passaggi di vernice dorata che, come resina fossile o oro
alchemico, vanno a depositarsi sui bordi e sulle giunture del cartone, operando
una glorificazione della materia povera.
La stratificazione altera radicalmente la percezione
spaziale: i confini della matrice originaria e della piastra di espansione si
fondono, mentre la zona superiore si arricchisce di una densa campitura
pittorica azzurra, verde e ocra. Il paesaggio lirico, aereo e quasi acquatico,
steso con pennellate larghe e pastose nella parte sommitale del cartone,
riscatta la ruvidezza industriale del supporto sottostante e proietta l'opera
verso una dimensione contemplativa.
La cravatta barocca, asse cosmico e stella polare
dell'intera composizione, non è più un elemento isolato, ma appare parzialmente
sommersa da questa nuova pelle reticolare, accentuando la sua natura di idolo
antropologico violato e risignificato. La sagoma dell'ovetto Kinder Joy e le
zone adiacenti, originariamente isolate, sono investite da spruzzi di colore,
colature dorate e frammenti polimaterici che accentuano l'estetica del detrito
e del sacro primitivo tipica dell'Art Brut.
Lo scontro ideale con L'origine du monde di Courbet si fa qui ancora più lacerante e carnale: la rete evoca una barriera puritana o una costrizione sociale che l'energia ancestrale del femminile è chiamata a scardinare dall'interno.
Anche le grafie, i brandelli commerciali, i loghi
industriali e la scritta censored arretrano in un secondo piano visivo,
trasformati in ombre fossili sotto una colata di sedimenti pittorici che
agiscono come il tempo geologico della civiltà dei consumi.
Nello stadio ultimato, “Il potere è donna” estremizza la sua
natura di sindone metropolitana, rinunciando a qualsiasi residuo di pulizia
geometrica per farsi corpo vivente, rugoso, ferito e infine glorificato.
La tripartizione ascensionale si fa più serrata e complessa:
la base terrena dei bisogni commerciali è ormai saldata al fulcro generatore
del piacere e della vita attraverso la costrizione della rete e la preziosità
dell'oro, mentre la sommità si apre a una liberazione cromatica che ribadisce
il trionfo dello spirito.
