Il dilemma del piano Mattei
Attualità “il dilemma etico e strategico al centro del
Piano Mattei”
Realismo energetico o complicità morale? Il dilemma del "Piano Mattei"
Di fronte alle autocrazie, la politica estera italiana ha scelto la via del pragmatismo cinico. Ma a quale prezzo?
La recente espansione del Piano Mattei per l'Africa — che a metà 2026 conta ormai 18 nazioni partner e decine di progetti formalizzati — costringe l'Italia e l'Europa a fare i conti con un elefante nella stanza che la retorica del governo continua a ignorare: il baratto tra stabilità geopolitica e diritti umani.
Quando la presidenza del Consiglio insiste sulla formula
del "partenariato paritario e non paternalistico", compie
un'operazione semantica raffinata.
Dire a nazioni africane che l'Italia tratterà con loro
"da pari a pari" significa, nel linguaggio felpato della
diplomazia contemporanea, una cosa molto precisa: non vi faremo la morale.
Niente clausole sulla good governance, nessuna condizionalità sul rispetto dello Stato di diritto o sulla tutela delle minoranze.
È la dottrina del realismo puro, storicamente applicata da
Pechino ed emirati del Golfo, che Roma ha deciso di fare propria.
I mass-media critici, dalle colonne del quotidiano Domani alle analisi dei think tank indipendenti come il CeSPI, parlano di un "piano senza anima".
E i fatti tendono a dare loro ragione. Scorrendo la lista
dei partner, è impossibile non notare il controsenso etico.
La Tunisia del presidente Saïed, dove la svolta
autoritaria ha smantellato le conquiste della primavera araba e dove i migranti
subalterni vengono respinti nel deserto, riceve massicci stanziamenti italiani
per la gestione idrica.
L'Egitto di al-Sisi, lo stesso regime che ha
insabbiato l'assassinio di Giulio Regeni e imprigionato migliaia di attivisti, è
il perno agricolo e formativo dell'intera strategia mediterranea di Roma.
La giustificazione ufficiale poggia sulla sicurezza:
per fermare i flussi migratori e garantire l'approvvigionamento energetico dopo
lo shock della guerra in Ucraina, l'Italia non può permettersi il lusso della
selettività etica. I gasdotti e la sorveglianza delle coste richiedono
interlocutori forti, non necessariamente democratici.
Il rischio strutturale di questa impostazione,
tuttavia, non è solo morale, ma di efficacia a lungo termine. Finanziare
infrastrutture complesse e stanziare risorse — in gran parte gestite da
apparati pubblici centralizzati in paesi ad alto tasso di corruzione — rischia
di consolidare il potere di élite autoritarie, allontanando i benefici reali
dalle popolazioni locali.
L'ambizione dichiarata del piano era "aiutarli a casa loro" per disinnescare la spinta a migrare. Ma se la ricchezza prodotta dai progetti italiani andrà a rafforzare i sistemi di potere che causano la povertà e l'instabilità di quelle stesse popolazioni, il Piano Mattei finirà per alimentare il problema che prometteva di risolvere.
Il pragmatismo è una virtù in politica estera, ma quando si
traduce in cecità totale davanti alla repressione dei diritti fondamentali,
cessa di essere realismo e diventa, semplicemente, complicità strategica.