Catanzaro. Un elogio necessario
C’È ANCHE IL CATANZARO.
E QUEL SUO PRESIDENTE DAI GRANDI MERITI
Ci sono problemi pesanti. Nel mondo. In Italia. In Calabria. A Catanzaro.
Dovremmo riflettere su questi problemi e prenderne coscienza, andando in profondità nei drammi che provocano. Eppure continuano a crescere e non si arrestano, anche perché la gente se ne allontana, quasi se ne disinteressa. Per pigrizia, forse. Per rassegnazione, probabilmente. Per paura, magari. O per quella sorta di esorcizzazione che ci fa sperare che tutto passi, ancor prima che, come si dice, «addà passà ’a nuttata».
Per fortuna, gli esseri umani possiedono risorse interiori tali da consentire loro di scaricare frustrazione e rabbia su altre passioni, spesso accese e diversive. E così il rancore, quello che fa prudere le mani e viene voglia di menarle, trova sfogo nelle liti e nelle guerre locali. Familiari, in senso lato. Casalinghe, per dirla in breve. E, per giunta, combattute per cose di poco conto.
Accade anche nel campo di battaglia della politica. La nostra. Quella nostrana, nella quale ci si attacca su tutto e tutti sono soldati senza generali, mentre i generali sono tutti senza esercito. Le nostre guerre, insomma. Quelle di «noialtri».
Ma il Catanzaro calcio accende passioni ancora più forti. Qui non ci si divide: al contrario, la passione si fa fede. Una fede che unisce e che, per tantissimi, diventa quasi unica e totalizzante.
Mi torna spesso alla mente quel coro che i tifosi cantano dall’inizio alla fine della partita. Un coro che sembra dire tutto, persino qualcosa sulla distanza tra il Catanzaro e il resto della città, tra la squadra e il centro della vita cittadina. È questo: «Noi siamo il Catanzaro».
Oggi, davanti a una classifica che ci vede — ecco, anch’io dico «ci vede» — nelle posizioni basse, con cinque sconfitte nelle prime sei partite e dopo la pessima figura rimediata ieri contro il Mantova, l’intera città sembra essere presa da un solo, unico problema: «Ma il Catanzaro che sta facendo?».
E da qui comincia la ricerca del colpevole.
Mettiamo pure da parte Fiorita e l’isola pedonale: altro che i ventidue punti dell’isola che qualcuno si era inventato! Sono i punti che avremmo voluto conquistare nelle prime sette giornate di campionato, mentre la settima partita deve ancora essere disputata.
Da ieri sera, dalle diciassette, non si parla d’altro. Ne parlano tutti i catanzaresi, in città e fuori.
Fatela dire, allora, anche a me una cosa sul Catanzaro. Così, almeno, potrò essere letto da più persone e non soltanto dai più coraggiosi e temerari, quelli che si avventurano nella lettura dei miei scritti, forse persino quando non promettono premi da un milione di euro.
Adesso, messa da parte l’ironia di chi aspira a essere simpatico, mi permetto di andare controcorrente anche su questo argomento.
Al Catanzaro non sta succedendo nulla di irreparabile.
Da molti anni, soprattutto negli ultimi, l’inizio del campionato della nostra squadra è lento, difficile, complicato e deludente. Sembra quasi una scelta voluta, se non fosse che è, con tutta evidenza, involontaria.
Ricorderemo tutti che questo è accaduto spesso in coincidenza con il cambio dell’allenatore a ogni stagione e con le profonde modifiche dell’organico, tra arrivi e partenze.
Eppure, i campionati si sono poi conclusi con risultati straordinari per la nostra compagine, che è riuscita a risalire la classifica fino a raggiungere le primissime posizioni. Da qui, la partecipazione ai playoff: uno vinto in Serie C e, in Serie B, tre percorsi che ci hanno regalato la straordinaria possibilità di inseguire la promozione in Serie A.
Di tutto questo va riconosciuto il merito prevalente, se non esclusivo, al nostro presidente.
Floriano Noto ha dimostrato, nell’intero panorama calcistico italiano e, direi, anche in quello sportivo, di essere uno dei migliori presidenti tra quelli che guidano società di Serie A e Serie B. Ha mostrato qualità che sembrano appartenere sempre meno ai presidenti di oggi, spesso proprietari o rappresentanti di grandi gruppi finanziari e industriali, che acquistano società calcistiche per fare affari oppure per investire denaro in squadre che non appartengono necessariamente alla loro città, alla loro storia o alla loro passione sportiva.
Noto ha preso in mano una società sull’orlo del fallimento, una squadra poverissima sotto ogni profilo e una realtà che aveva ben poco da offrire, se non la sofferenza dei tifosi e la frustrazione di un’intera città. Una città che, pur vivendo spesso lontana dalla propria squadra, ha continuato ad affidarle quella voglia di riscatto e quella rinascita dell’orgoglio che la politica le ha negato.
Da allora, ha ricostruito una società tra le più sane del panorama calcistico e una squadra capace di esprimere un calcio bello e competitivo, con prestazioni che hanno restituito entusiasmo e prestigio al nome di Catanzaro.
Ha dimostrato acume e intelligenza. E, se mi è consentito dirlo, pur essendo io un incompetente rispetto ai tanti direttori tecnici e allenatori che dispensano sentenze sulla nostra squadra tra bar e trattorie, ha dimostrato anche una notevole capacità di valutazione tecnica e sportiva, riuscendo a costruire un organico di alto livello.
Merito del direttore sportivo, che ha curato acquisti e cessioni? Sicuramente anche. Ma il direttore sportivo, come il direttore generale, lo ha scelto lui.
Merito dell’allenatore? Certamente. Ma anche gli allenatori li ha scelti lui.
E se a Catanzaro sono arrivati tecnici reduci da insuccessi o privi di una popolarità e di un curriculum straordinari, è perché lui ha deciso di puntare su di loro, non perché li abbia pescati alla lotteria.
E come non riconoscere i meriti dei calciatori? Ma anche questi sono stati scelti da lui.
Penso, in particolare, a quello che, ai nostri occhi, appariva come il caso più problematico, dopo anni di sofferenza sportiva che lo avevano fatto considerare un calciatore quasi finito: Pietro Iemmello.
Eppure, anche lui, il nostro capitano, il nostro bomber, è stato scelto da Noto. È stato il presidente ad affidargli quella magica fascia che oggi rappresenta molto più di un semplice segno distintivo.
Sono stati tutti bravi. Così bravi che, di fronte alle offerte ricevute, abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni di loro, perché davvero irrifiutabili. È accaduto anche con gli ultimi otto calciatori che hanno lasciato Catanzaro, seguendo le decisioni delle società proprietarie dei loro cartellini e, insieme, le proprie prospettive professionali ed economiche. Sono le ragioni che, in uno sport che da tempo ha smarrito buona parte del suo spirito romantico, finiscono spesso per prevalere.
Ma non dimentichiamo una cosa: è proprio qui che quei calciatori si sono affermati. Soprattutto i più giovani, ma anche quelli meno giovani, che portavano sulle spalle il peso di una carriera da rilanciare.
E anche loro li ha scelti il presidente.
Molti erano ragazzi giovanissimi, autentici talenti in erba, provenienti dai settori giovanili di società più importanti. La critica che più frequentemente viene rivolta alla nostra società è che li abbia presi in prestito.
Ebbene, anche in questa scelta c’è una ragione. Anzi, ce ne sono due. Entrambe riconducibili a una precisa intelligenza sportiva e societaria.
La prima: davvero pensiamo che società tanto accorte, dalle cui scelte o dalla cui disponibilità abbiamo tratto notevoli benefici, siano disposte a cedere per quattro soldi ragazzi cresciuti nei propri vivai? Ragazzi che, prima ancora di noi, quelle società avevano individuato come autentici talenti da valorizzare, magari facendoli maturare altrove?
Il nostro presidente ha fatto di queste scelte intelligenti una vera strategia manageriale: spendere con attenzione, mantenere i bilanci in ordine e garantire alla società solidità amministrativa e trasparenza. Il principio è semplice: una società sana può costruire una squadra vincente.
È questa strategia aziendale, insieme a questa precisa cultura del calcio, ad aver reso il Catanzaro molto più conosciuto e apprezzato in tutto il Paese.
Anche osservatori severi riconoscono alla nostra società il merito di adottare un modello virtuoso, fondato su criteri di gestione e su uno spirito sportivo che meriterebbero di essere imitati da molte altre realtà. Un modello che potrebbe contribuire a risanare il calcio italiano e a restituire vitalità a un movimento che da tempo sembra aver smarrito parte della propria forza propulsiva.
Siamo una delle società più serie e virtuose del panorama calcistico nazionale. Una società che, per prestigio, solidità e capacità di programmazione, merita rispetto.
Restiamo tutti all’altezza di questa fama.
Rinnoviamo il nostro affetto e la nostra fiducia al presidente.
Alcuni tra i suoi detrattori più benevoli attribuiscono alla sua fortuna personale — ma che cosa è davvero la fortuna? — una parte dei suoi successi, forse anche in altri campi.
Ebbene, anche se volessimo dar loro ragione, questo sarebbe un motivo in più per rispettarlo. Perché la fortuna, quando incontra l’intelligenza, la capacità di scegliere e la competenza, può diventare una risorsa. E perché, se soltanto Floriano Noto minacciasse di vendere la squadra, in molti correrebbero con il cappello in mano a supplicarlo di restare.
Stiamo calmi. Il campionato è appena iniziato.
Il Catanzaro può riprendersi, anche correggendo, con qualche ulteriore intervento sul mercato, gli errori che diversi osservatori competenti hanno già individuato.
Cancelliamo dalla nostra mente quella brutta parola: Serie C. E cancelliamo dalla nostra pelle la paura di poterci tornare.
Il Catanzaro farà un altro grande campionato e continuerà a perseguire la propria vocazione, coerentemente con la filosofia che ne ha accompagnato la crescita: formare nuovi talenti calcistici, valorizzarli e offrirli al calcio nazionale.
Vedrete: se non sarà quest’anno, sarà molto presto. Il Catanzaro tornerà in Serie A. E ci tornerà per restarci.
Con questo presidente.
Lasciamo lavorare anche l’allenatore, quello che siede sulla panchina dal luglio scorso. Una società seria come il Catanzaro non può pensare di risolvere ogni difficoltà esonerando un tecnico dopo poche partite e scaricando su di lui tutte le responsabilità.
Nel frattempo, però, pensiamo anche ai prossimi mesi, che ci porteranno non soltanto alla fine di un campionato di calcio, ma anche alla conclusione della legislatura comunale.
Perché è alla fine del campionato politico che si giocherà il futuro di Catanzaro.
La squadra è una parte importante della città. Una parte rilevante, certo. Ma pur sempre una parte.
La città viene prima di tutto.
Franco Cimino