La mezza luna a metà della notte
Prefazione
“…c'è bisogno di tantissima poesia in questo mondo
malaticcio. sentirsi partecipi di tanta sensibilità è un privilegio da
condividere…”
Ci sono momenti, nel flusso spesso distratto e febbrile delle nostre giornate, in cui il tempo sembra improvvisamente rallentare, quasi a voler rivendicare una stanza tutta per sé. È in queste pause apparenti che si insinua la poesia: non come astratta formula accademica, ma come postura dello sguardo, come capacità millimetrica di farsi ferire e fermare dalla bellezza. Il testo che vi apprestate a leggere, “La mezza luna a metà della notte”, è esattamente questo: un esercizio di umana e poetica “visione” contro l'aridità di un mondo spesso troppo stanco per accorgersi di sé stesso.
La narrazione è un delicato viaggio di transizione che si
muove dall'artificio alla natura, dal rumore catodico del televisore al
silenzio sacro della notte. Con una prosa fluida e intimista, l'autore ci siede
accanto in quella prima fila della coscienza, sulla sua "ampia
poltrona", e ci prende per mano attraverso tre distinti quadri emotivi.
Il primo quadro è quello della commozione condivisa. Davanti
a un film che esplora i confini labirintici della maternità e del distacco,
l'autore non si limita a guardare, ma sente. Medita sul senso profondo del
possesso e della rinuncia, arrivando a formulare una verità universale e
dolcissima: l'amore non ha colpa quando salva, né quando accetta di restituire
il passo alla vita.
Il secondo quadro introduce una variazione di ritmo, un
battito più terrestre. È lo zapping lento del telecomando che scrolla i
programmi e s sofferma sullo sport. Il tennis, che si fa metafora perfetta
dell'esistenza. Tra le alterne fortune delle racchette italiane, emergono la
fatica e il coraggio, il sudore dell'impresa e quella dialettica universale che
abita ognuno di noi: la voglia profonda di vincere e l'ancestrale paura di
perdere.
Ma è nel terzo e ultimo intimo movimento visivo che lo
scritto compie la sua vera catarsi.
Lo spegnimento del televisore coincide con il risveglio dei
sensi. La luce che filtra dai vetri non è più quella artificiale dello schermo,
ma quella ancestrale di una luna d'estate, vestita di un rosso tenue e
romantico. Qui la prosa si fa lirica pura. La luna diventa una figura viva,
"ruffiana e romantica", un guscio luminoso sotto cui ripararsi dalla
calura e dai tremori della pelle.
Nelle righe finali, che si sigillano con l'indimenticabile
massima "ché per sognare non occorre dormire", l'autore ci consegna
una chiave di lettura preziosa.
Questo scritto non è soltanto il resoconto di una notte di
veglia; è un momento di straordinaria sensibilità, un invito a tenere gli occhi
e il cuore spalancati oltre i vetri delle nostre abitudini, per ritrovare,
finalmente, quella luce leggera che è l'unica cura possibile per questo nostro
"mondo malaticcio".
Buona lettura.
LA MEZZA LUNA A METÀ DELLA NOTTE
Televisore acceso.
Io, seduto sull’ampia poltrona di fronte.
Un film, bello, sull’amore di due madri per la stessa
bambina: perduta in mare, salvata, sottratta, trattenuta, infine restituita.
Cresciuta donna e madre a sua volta, ritorna nella casa che
fu sua quando era bambina. Non ritrova la madre, ladra d’amore, solo il padre che le fu complice. E lui le
parla della loro attesa, della speranza che, prima o poi, sarebbe tornata.
Bello, bello, questo film che parla dell’amore.
Di un amore che non ha mai colpa quando ama salvando, e
quando rinuncia restituendo. Perché i figli, qualunque cosa accada e li porta,
devono andare là dove la vita nasce e dove la vita vuole che vadano.
Mi sono commosso.
Poi uno zapping lento, non frenetico.
E trovo il tennis.
Un Musetti perde male.
Un Cobolli vince bene.
Fatica e coraggio.
Sudore e impresa.
Voglia di vincere,
paura di perdere.
Poi una luce, che viene dalla finestra, mi cattura gli
occhi.
Spengo il televisore.
È da quel posto privilegiato, in prima fila, che punto gli
occhi oltre i vetri.
C’è la luna.
E che luna, stasera!
Lentamente sale, ma davanti a me sembra restare sempre
ferma.
È a metà.
Rotonda della sua metà.
Misteriosa e intrigante.
Ruffiana e romantica.
Bugiarda della sua verità nascosta.
Bellissima, nel colore della sera d’estate che ancora
resiste.
Si è vestita di un rosso tenue, volgente al rosa,
all’arancio.
Che colore!
Colore di passione sospesa,
di promessa d’amore.
E io, della sua luce leggera, quasi sospirata, come il
respiro ansimante dell’innamorato che contempla, mi copro.
E mi riparo dal caldo che non respira
e dal freddo della pelle che trema.
Resto lì.
Attendo che i miei occhi, pieni di quella luce, si chiudano,
anche se il sonno non viene.
Ché per sognare non occorre dormire.

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