Il paradosso della Rai: Report si trasforma in "affari privati"
Dall'editto di Biagi al caso Ranucci.
Se la difesa del giornalismo diventa personalismo.
Il caso Report: la caduta di stile di Ranucci e il fortino blindato della redazione-
Non mi piace com’è stato gestito il dibattito su “Report” e
Ranucci. E neppure come Ranucci ha replicato. Da parte sua non vi è stata
alcuna delicatezza nei confronti dei suoi colleghi designati dai vertici RAI
alla conduzione del programma.
L’azienda “pubblica” governata dalla spartizione politica nostrana, è, da sempre risaputo, terreno di potere mediatico e quindi elettorale di tutti, indistintamente tutti!, i partiti.
Inutile, gridare adesso allo scandalo.
Per onestà intellettuale, Ranucci, dopo il cambio con la
Gabanelli, non mi ha convito del tutto. Ma questa è una mia considerazione del
tutto personale. L’ho trovato ripetitivo e spesso si soffermava eccessivamente
su alcuni concetti già ampiamente spiegati. Ma non è questo il punto. Magari lo
faceva per essere più incisivo e far comprendere meglio i concetti e le
dinamiche dei retropensieri che governano certi meccanismi di potere.
Sminuire i colleghi designati per prendere il suo posto, è stata una caduta di stile!
Un conto è contestare i meccanismi dei vertici e altro è stendere
i panni sporchi al sole pallido delle proprie ragioni.
Se in passato lui ha aiutato i giornalisti in questione può
solo essere un punto a suo favore che dev’essere tenuto riservato. Insomma avrebbe
dovuto concedere l’onore delle armi. Uscire in punta di piedi con dignità e perseverare
nel suo impegno di denuncia.
Il fulcro della questione, che rende la reazione di Sigfrido
Ranucci una vistosa "caduta di
stile", risiede proprio nella confusione tra la legittima battaglia
editoriale contro i vertici aziendali e lo scontro personale con i colleghi.
Quando il dibattito si sposta dal piano della difesa del
giornalismo d'inchiesta a quello del risentimento individuale, il rischio è di
invalidare anche le ragioni più sacrosante.
Riprendendo e continuando l’ analisi, si possono evidenziare i seguenti punti:
-Primo errore. Il personalismo. Rivendicare i favori passati
o gli aiuti professionali concessi ai colleghi designati rompe un codice
deontologico non scritto.
Trasforma la solidarietà professionale in una cambiale da
riscuotere pubblicamente dimostra un atteggiamento per niente edificante e
finisce per dare ragione a chi accusa certe figure di considerarsi intoccabili
o superiori al contesto in cui operano.
-Secondo errore. La delegittimazione del ricambio.
Attaccare o sminuire chi è stato chiamato a raccogliere un'eredità pesante come quella di Report significa non concedere il beneficio del dubbio.
Il valore di una testata o di un formato d'inchiesta si
misura anche dalla sua capacità di sopravvivere ai singoli conduttori,
esattamente come accadde nel delicato ma dignitoso passaggio di consegne tra
Milena Gabanelli e lo stesso Ranucci.
Ovviamente non si può disattendere Il paradosso che governa la
TV pubblica. Gridare alla censura o all'occupazione politica dimenticando che
la RAI è, per sua natura storica, un'arena di spartizione partitica è un
esercizio di memoria corta. Chi lavora in quel contesto conosce le regole
d'ingaggio. Di conseguenza, la vera forza di un giornalista sta nel contrastare
queste dinamiche con la qualità del proprio lavoro, non con la polemica
retrospettiva.
In questo scenario di forti tensioni e di "panni sporchi stesi al sole", si inserisce la figura di Claudia Marra, la giornalista e storica inviata del programma che era stata designata dai vertici RAI per la co-conduzione o la guida del nuovo corso di Report
La sua decisione di fare un passo indietro rappresenta
l'esatto opposto della postura polemica di Ranucci.
Di fronte a un clima interno palesemente deteriorato e a una
transizione vissuta sotto il fuoco incrociato delle polemiche, Marra ha
preferito sottrarsi a un gioco al massacro.
Il suo rifiuto fotografa l'impossibilità di lavorare in un
ambiente dove la legittimazione professionale è schiacciata dalle guerre di
posizione tra il conduttore uscente e la dirigenza.
Rinunciando alla conduzione, la giornalista ha
implicitamente dimostrato che la serenità della redazione e il rispetto per la
propria storia professionale valgono più di una promozione nominale ottenuta in
un clima di perenne scontro. Un atto di responsabilità che contrasta nettamente
con la rigidità mostrata da Ranucci.
In conclusione, l'uscita di scena ideale per un giornalista
del suo calibro sarebbe dovuta avvenire "in punta di piedi",
lasciando che fossero i fatti, le inchieste e il giudizio del pubblico a
parlare. Alimentare il dibattito con recriminazioni personali ha solo offerto
argomenti a chi voleva ridimensionare il valore del programma, trasformando una
questione di libertà di informazione in una banale lite di condominio
televisivo.
La vicenda dello stimato Enzo Biagi insegna. O forse no…
Il parallelo con Enzo Biagi e la celebre vicenda del cosiddetto editto bulgaro del 2002 calza a pennello, ma evidenzia per contrasto proprio quella differenza di postura e di dignità istituzionale a cui accennavo.
La storia di Enzo Biagi insegna molto, soprattutto se
analizzata e confrontata con il caso recente di Report e Ranucci.
Enzo Biagi non assunse posizioni vittimistiche.
Quando nel 2002 fu decretato il suo allontanamento dalla Rai
Biagi non usò lo spazio pubblico per sminuire i colleghi o rivendicare favori
personali. Rispose in diretta durante la sua trasmissione, rivendicando la
propria libertà editoriale e il rispetto per il pubblico, senza mai scendere
nel fango delle micro-polemiche interne o del regolamento di conti aziendale.
Biagi incarnava l'idea che il giornalista fosse al servizio del pubblico, non il padrone del mezzo televisivo.
Al contrario, l'attuale tendenza di Ranucci a personalizzare
lo scontro – arrivando a delegittimare i giovani colleghi designati alla nuova
conduzione – trasforma una battaglia di principio sulla libertà di stampa in
una difesa della propria esclusività.
L'insegnamento di Biagi sulla dignità del silenzio e sul rigore professionale sembra essere stato dimenticato.
La parabola di Biagi dimostrò quanto la politica possa
essere invasiva in Rai, ma ribadì anche che l'autorevolezza si costruisce
sottraendosi al meccanismo del fango.
Cacciato con le accuse più dure, Biagi ne uscì moralmente
vincitore proprio grazie a quella condotta impeccabile e "in punta di
piedi". E chi oggi evoca costantemente la censura per giustificare
reazioni scomposte rischia di banalizzare quella pagina storica, usandola come
uno scudo per coprire i propri scivoloni stilistici.
Il confronto storico dimostra che si può uscire di scena da giganti, lasciando che sia la propria storia professionale a parlare, oppure si può scegliere la via del risentimento personale, finendo per dare involontariamente ragione ai propri detrattori.
E la reazione della squadra di Ranucci, la redazione di report, asserragliandosi dentro le mura corporative del programma, sembra dire: è cosa nostra!
L'espressione metaforica, esclusivamente lessicale del termine, "è cosa nostra" fotografa
perfettamente la degenerazione di una legittima battaglia per l'autonomia
editoriale in una rigida difesa corporativa.
Trasformare una testata giornalistica del servizio pubblico in una roccaforte inaccessibile è un paradosso democratico. La redazione, arroccandosi a difesa esclusiva di Ranucci, ha finito per comportarsi come se il programma fosse una proprietà privata e non un bene dei cittadini che pagano il canone.
Questa chiusura identitaria produce alcune pesanti
conseguenze relazionali.
Afferma, insindacabilmente il monopolio del merito
considerando "inaccettabili" colleghi stimati come Giulia Presutti e
Daniele Piervincenzi solo perché designati dall'alto non significa arrogarsi il
diritto di decidere chi è "puro" abbastanza per fare inchiesta.
Questo atteggiamento nega il principio stesso del
giornalismo come professione aperta e contendibile.
E c’è anche un non mal celato “ricatto
occupazionale. La minaccia di dimissioni in blocco non è una striscia di
dignità alla Enzo Biagi, ma un'arma di pressione politica e aziendale usata per
paralizzare i palinsesti e imporre la propria linea alla dirigenza, ribaltando
i normali ruoli gerarchici di un'azienda editoriale.
Evidenzia, infine, la perdita di terzietà; per chi fa dell'obiettività e del dubbio il proprio mestiere non può applicare il dogma dell'infallibilità a se stesso o al proprio leader.
Difendere Ranucci anche quando scivola sulle regole del bon
ton professionale significa aver smarrito la capacità di autocritica.
In questo modo, la redazione ha blindato le mura del
castello, ma ha perso il contatto con il principio di universalità del servizio
pubblico. Hanno trasformato un presidio di libertà in un club esclusivo dove si
entra solo per cooptazione o per fedeltà al capo.
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