Il mito del superuomo al tempo del web
-saggio breve-
LA CELEBRAZIONE DEL MITO.
Chi è consacrato e a cosa serve?
Il superamento dei miti è un traguardo fondamentale per la
formazione giovanile. Espandere il pensiero critico e studiare per la
formazione giovanile influisce sul tessuto sociale di cui facciamo parte.
Emanciparsi, secondo il pensiero filosofico nicciano, vuol
dire non essere schiavi del servilismo pleonastico delle classi dirigenti
retrive.
Il mito serve, da sempre, all'essere umano per dare un senso all'ignoto, spiegare l'inesplicabile e fondare l'identità culturale di una comunità.
Nel contesto della formazione giovanile e della sociologia,
lo smantellamento e il superamento dei "miti moderni" (intesi come
false credenze, ideologie acritiche o dogmi sociali) sono considerati passaggi
cruciali per lo sviluppo della persona.
Questa vuole essere un'analisi strutturata del concetto,
della sua funzione e della sua evoluzione, con un focus sul pensiero critico e
sulla provocazione filosofica citata.
Chi è e a cosa serve la figura del mito?
Il mito non è semplicemente una "favola antica", ma uno strumento strutturale della mente umana che risponde a bisogni precisi:
- Alle comunità: Serve a creare coesione sociale. Il mito
fondativo (si pensi a Romolo e Remo per Roma o al sogno americano per gli Stati
Uniti) stabilisce i valori condivisi, le regole morali e il senso di
appartenenza a un gruppo.
- All'individuo: Serve a placare l'angoscia esistenziale.
Laddove la scienza o la ragione non arrivano (la morte, l'origine
dell'universo, la sofferenza), il mito offre una narrazione rassicurante e
simbolica.
- Alle classi dirigenti (uso politico): Serve spesso come
strumento di controllo. Creare "miti" (il mito del progresso
illimitato, il mito del leader infallibile, il mito del successo a tutti i
costi) permette di orientare il comportamento delle masse senza che queste ne
mettano in discussione le premesse.
Il superamento dei miti e il pensiero critico
Come giustamente evidenziato, il superamento dei miti è il
traguardo fondamentale della formazione giovanile. Questo processo prende il
nome di demitizzazione o, per usare un termine storico-filosofico, il passaggio
dal Mythos al Logos (dalla narrazione mitica al pensiero razionale).
L'impatto sul tessuto sociale di questo superamento è profondo:
parliamo dunque dell’antidoto contro la manipolazione. Un
giovane che sviluppa pensiero critico non accetta i "miti
preconfezionati" dalla società, dalla pubblicità o dalla propaganda
politica.
Di cittadinanza attiva. Studiare e analizzare la realtà
scientificamente e storicamente trasforma i giovani da spettatori passivi a
cittadini consapevoli, capaci di migliorare la società in cui vivono.
Parliamo di responsabilità etica! Crollato il mito (che delega la responsabilità a forze esterne o superiori), l'individuo riconosce che il proprio destino e il benessere collettivo dipendono esclusivamente dalle proprie azioni e scelte.
La prospettiva filosofica: L'emancipazione e Nietzsche
La riflessione sull'emanciparsi dal "servilismo
pleonastico delle classi dirigenti retrive" si sposa perfettamente con la
filosofia di Friedrich Nietzsche, in particolare con i concetti di "morte
di Dio" e "morale dei servi".
Nel pensiero nicciano:
1. I miti sono
catene: Le verità assolute, la morale tradizionale e i dogmi religiosi o
politici sono visti come "miti" creati per tenere a bada l'istinto
vitale dell'uomo.
2. La morale dei
servi: Nietzsche critica aspramente il servilismo acritico (la plebe che segue
ciecamente i dettami della classe dirigente o sacerdotale). Questo
atteggiamento nega la creatività, l'indipendenza e la forza del singolo.
3. L'emancipazione
è distruzione: Per Nietzsche l'emancipazione passa attraverso la
"filosofia del martello". Bisogna frantumare i vecchi idoli (i miti
retrivi) per permettere all'individuo di diventare Oltreuomo (Übermensch),
ovvero colui che è capace di creare i propri valori in totale autonomia,
rifiutando ogni sottomissione intellettuale o morale alle vecchie élite.
In Siddharta è esplicitato chiaramente; ma pare che l'universo umano abbia deciso di ignorare gli insegnamenti e continua a mantenersi sotto scacco volontariamente.
La situazione, per cert'uni, è consolatoria. Si sentono
"protetti".
Il parallelo con il
Siddharta di Hermann Hesse coglie perfettamente il nucleo psicologico del
problema: il passaggio cruciale tra la comodità della sottomissione e la
solitudine della libertà.
Nel romanzo, Siddharta comprende che nessun maestro (nemmeno
il Buddha) può donargli l'illuminazione. Per trovarla deve abbandonare le
dottrine, le guide e i miti rassicuranti, accettando di camminare da solo
nell'incertezza. Insomma: crescere!
Perché l'essere umano sceglie lo status di "ostaggio volontario"?
Per molti la situazione è consolatoria. Il rifiuto degli insegnamenti di emancipazione non è un fallimento dell'intelligenza, ma un meccanismo di difesa psicologico e sociale ben preciso:
e, la fuga dalla libertà è un meccanismo di “autodifesa”.
Come teorizzato dal sociologo Erich Fromm, la libertà assoluta genera angoscia. Scegliere autonomamente i propri valori e destrutturare i miti sociali significa anche farsi carico della totale responsabilità dei propri fallimenti.
Delegare il pensiero a una classe dirigente retriva o a un
dogma preconfezionato è un modo per non sentirsi mai colpevoli.
Per non pagare il prezzo dell'Oltreuomo, a molti, va bene così.
La prospettiva nicciana o il risveglio di Siddharta richiedono un prezzo altissimo: l'isolamento.
Uscire dal "gregge" significa perdere la
protezione della comunità e il calore della spersonalizzazione. Il gregge offre
un'identità riflessa ("sono protetto perché faccio parte del
gruppo").
È il condizionamento della vulnerabilità individuale, l’arma
messa in conto dai dirigenti del sistema.
Le classi dirigenti
sfruttano da sempre questa paura dell'ignoto. Offrono "miti
consolatori" (sicurezza in cambio di obbedienza, successo materiale in
cambio di conformismo) perché un popolo che preferisce la protezione alla
verità è infinitamente più governabile.
Il ruolo della formazione giovanile oggi gioca un aspetto importante.
Lo studio e lo sviluppo del pensiero critico è un atto
pedagogico. Se l'universo umano tende storicamente a ritirarsi nel rassicurante
calore del mito, l'educazione dei giovani ha il compito di dimostrare che la
"protezione" offerta dalle gabbie ideologiche è solo un'illusione.
L'emancipazione non deve essere vista come un deserto punitivo, ma come l'unico spazio in cui l'essere umano può smettere di essere un "prodotto" della società e iniziare a essere l'autore della propria vita.
Se i miti antichi offrivano una consolazione comunitaria
reale (intorno a un fuoco, in un tempio o in una piazza), i miti digitali
compiono un paradosso spietato: offrono l'illusione della connessione mentre
esasperano l'isolamento.
La trappola delle "gabbie virtuali" per i solitari è un’esca polarizzante.
Il meccanismo psicologico si basa sui grandi miti moderni,
progettati per dare risposte immediate a chi si sente solo o escluso:
primo: il mito dell'iperconnessione salvifica.
Chi è solo cerca un
rifugio. Lo smartphone e i social promettono che non sarai mai più isolato.
Tuttavia, questa è una falsa vicinanza: scambiare l'interazione mediata da uno
schermo con una relazione umana profonda svuota l'individuo, lasciandolo ancora
più solo una volta spento il display.
Secondo: Il mito dell'approvazione quantificabile.
Il valore di una
persona viene ridotto a metriche (like, visualizzazioni, follower). Per chi
cerca disperatamente un ruolo nel mondo, l'algoritmo diventa il nuovo giudice
morale. Si finisce per performare una vita finta pur di compiacere la
"gabbia", perdendo del tutto l'autenticità e l'autonomia
intellettuale.
E, ultimo, ma il più allettante: il mito delle risposte
facili (le camere dell'eco, le piazze virtuali dei social).
Gli algoritmi dei
social sono programmati per mostrarti solo ciò che conferma le tue paure, le
tue rabbie o i tuoi desideri. Per una persona solitaria o fragile, entrare in
queste "bolle" (echo chambers) dà l'illusione di aver trovato una
comunità che la capisce. In realtà, ha solo trovato un'altra cella in cui viene
alimentato il risentimento o la passività.
Si passa quindi dal "servilismo delle classi dirigenti" al "servilismo dell'algoritmo"
Riprendendo l’analisi iniziale su Nietzsche e sulle classi
dirigenti retrive, oggi assistiamo a una mutazione del potere. Le vecchie élite
politiche o sacerdotali sono state affiancate (e spesso superate) dai signori
del feudalesimo digitale (le grandi aziende tecnologiche).
Le attuali e nuove classi dirigenti non hanno bisogno di
imporre un dogma con la forza: usano la nostra stessa solitudine per renderci
schiavi volontari. Più siamo soli e vulnerabili, più tempo passiamo dentro la
gabbia virtuale; più tempo passiamo lì dentro, più profitti generiamo per loro
(attraverso i nostri dati e la nostra attenzione). È la perfetta evoluzione del
"servilismo pleonastico": l'utente lavora gratis alla propria stessa
reclusione.
Esiste una via d'uscita per ritrovare il "Logos"?
Il superamento di questi miti non avviene distruggendo la
tecnologia, ma smantellando l'illusione che essa possa guarire le nostre ferite
esistenziali.
Come il Siddharta che abbandona le risposte preconfezionate per guardare il fiume nella sua cruda e reale bellezza, l'essere umano moderno deve compiere un atto di coraggio: riappropriarsi della noia, del silenzio e della presenza fisica.
Sviluppare un pensiero critico oggi significa capire che la
soluzione alla solitudine non si trova formattata in un feed personalizzato, ma
nel faticoso e meraviglioso tentativo di abitare il mondo reale.
Questa dipendenza dal digitale solleva un forte interrogativo etico.
Pensi che questa "sottomissione volontaria" ai
miti digitali sia ormai irreversibile a causa della dipendenza psicologica che
crea, o credi che l'essere umano, prima o poi, proverà una naturale nausea per
il virtuale che lo spingerà a cercare una nuova emancipazione?
A te che leggi la soluzione e la strada da intraprendere.
Io ho accettato questa responsabilità. La soluzione non può
essere un dogma preconfezionato, ma dev’essere una scelta esistenziale Individuale:
liberarsi dalle gabbie virtuali e dai miti digitali che capitalizzano profitti sulla nostra solitudine è un imperativo assoluto!
La strada da intraprendere
richiede il coraggio di praticare una forma moderna di "filosofia del
martello", volta a frantumare non più gli idoli di pietra, ma gli schermi
che ci separano dalla realtà.
In primis, dobbiamo praticare la bonifica del tempo e dello spazio e intraprendere la via dell'autonomia. Liberarsi dell'algoritmo, sottrargli la nostra risorsa più preziosa: l'attenzione.
Stabilire confini rigidi. Introdurre deliberatamente momenti
di disconnessione totale per riabituare il cervello al silenzio, alla noia e
alla riflessione profonda.
In parole povere, riconquistare il corpo e il territorio: essere padroni e sporchi di “materia” perché il virtuale disincarna.
Quindi, camminare, guardare negli occhi, vivere e abitare
gli spazi pubblici.
Perché, diciamocelo: la realtà ha una consistenza ruvida che
nessun display può replicare.
La chiusa mi sembra esaustiva. Potrei perciò concludere qui questa lunga disquisizione, ma voglio replicare e ripetere i concetti basilari che trapano le nostre ali e rinchiudono in gabbie falsamente dorate.
I miti digitali prosperano sull'individuo isolato.
La contromisura è la ricostruzione del tessuto sociale.
- Rifiutare le metriche dell'ego e smettere di cercare la
conferma del proprio valore nei riscontri quantificabili del web.
- Cercare la comunità reale. Sostituire le "camere
dell'eco" virtuali con luoghi di aggregazione fisica — circoli culturali,
spiazzi di dibattito, volontariato, teatro. È nell'incontro con l'altro, anche
e soprattutto nello scontro dialettico e nella diversità, che si sperimenta il
vero Logos.
Coltivare il Pensiero Critico come Antidoto e attuare Il passaggio al Logos.
Studiare, approfondire e dubitare sono gli unici strumenti
per non essere manipolati.
Esercitare il dubbio sistematico davanti a ogni informazione, emozione indotta o "verità" semplificata che appare su uno schermo, bisogna chiedersi: A chi serve? Chi trae profitto da questo mio stato d'animo?
Leggere la complessità significa abbandonare la lettura
frammentaria dei social per tornare ai testi lunghi, alla saggistica, alla
filosofia. La complessità richiede tempo; l'algoritmo esige immediatezza.
Scegliere la lentezza è un atto di emancipazione.
In conclusione: Il coraggio di essere "Oltreuomo" oggi, è forse un po’ più difficile.
La strada non è comoda. Rimanere nella gabbia virtuale
continuerà a essere, per molti, la scelta più "consolatoria" e
protetta. Ma come ci insegna Siddharta, la vera illuminazione comincia solo
quando si ha il coraggio di congedare i maestri e guardare il fiume della vita
con i propri occhi.
Diventare l'Oltreuomo di oggi non significa dominare gli
altri, ma dominare i propri impulsi tecnologici. Significa accettare la
vertigine della solitudine reale per trasformarla in una libertà autentica,
diventando finalmente i soli legislatori dei nostri valori.
La strada è tracciata, e comincia nel momento esatto in cui
decideremo, anche solo per oggi, di posare questo schermo e guardare il mondo.