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Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Il mito del superuomo al tempo del web

 -saggio breve-

LA CELEBRAZIONE DEL MITO.

 Chi è consacrato e a cosa serve?

Il superamento dei miti è un traguardo fondamentale per la formazione giovanile. Espandere il pensiero critico e studiare per la formazione giovanile influisce sul tessuto sociale di cui facciamo parte.

Emanciparsi, secondo il pensiero filosofico nicciano, vuol dire non essere schiavi del servilismo pleonastico delle classi dirigenti retrive.

 

Il mito serve, da sempre, all'essere umano per dare un senso all'ignoto, spiegare l'inesplicabile e fondare l'identità culturale di una comunità.

Nel contesto della formazione giovanile e della sociologia, lo smantellamento e il superamento dei "miti moderni" (intesi come false credenze, ideologie acritiche o dogmi sociali) sono considerati passaggi cruciali per lo sviluppo della persona.

Questa vuole essere un'analisi strutturata del concetto, della sua funzione e della sua evoluzione, con un focus sul pensiero critico e sulla provocazione filosofica citata.

 

 Chi è e a cosa serve la figura del mito?

Il mito non è semplicemente una "favola antica", ma uno strumento strutturale della mente umana che risponde a bisogni precisi:

 

- Alle comunità: Serve a creare coesione sociale. Il mito fondativo (si pensi a Romolo e Remo per Roma o al sogno americano per gli Stati Uniti) stabilisce i valori condivisi, le regole morali e il senso di appartenenza a un gruppo.

- All'individuo: Serve a placare l'angoscia esistenziale. Laddove la scienza o la ragione non arrivano (la morte, l'origine dell'universo, la sofferenza), il mito offre una narrazione rassicurante e simbolica.

- Alle classi dirigenti (uso politico): Serve spesso come strumento di controllo. Creare "miti" (il mito del progresso illimitato, il mito del leader infallibile, il mito del successo a tutti i costi) permette di orientare il comportamento delle masse senza che queste ne mettano in discussione le premesse.

 

Il superamento dei miti e il pensiero critico

Come giustamente evidenziato, il superamento dei miti è il traguardo fondamentale della formazione giovanile. Questo processo prende il nome di demitizzazione o, per usare un termine storico-filosofico, il passaggio dal Mythos al Logos (dalla narrazione mitica al pensiero razionale).

L'impatto sul tessuto sociale di questo superamento è profondo:

 

parliamo dunque dell’antidoto contro la manipolazione. Un giovane che sviluppa pensiero critico non accetta i "miti preconfezionati" dalla società, dalla pubblicità o dalla propaganda politica.

Di cittadinanza attiva. Studiare e analizzare la realtà scientificamente e storicamente trasforma i giovani da spettatori passivi a cittadini consapevoli, capaci di migliorare la società in cui vivono.

Parliamo di responsabilità etica! Crollato il mito (che delega la responsabilità a forze esterne o superiori), l'individuo riconosce che il proprio destino e il benessere collettivo dipendono esclusivamente dalle proprie azioni e scelte.

 

La prospettiva filosofica: L'emancipazione e Nietzsche

La riflessione sull'emanciparsi dal "servilismo pleonastico delle classi dirigenti retrive" si sposa perfettamente con la filosofia di Friedrich Nietzsche, in particolare con i concetti di "morte di Dio" e "morale dei servi".

Nel pensiero nicciano:

 

   1. I miti sono catene: Le verità assolute, la morale tradizionale e i dogmi religiosi o politici sono visti come "miti" creati per tenere a bada l'istinto vitale dell'uomo.

   2. La morale dei servi: Nietzsche critica aspramente il servilismo acritico (la plebe che segue ciecamente i dettami della classe dirigente o sacerdotale). Questo atteggiamento nega la creatività, l'indipendenza e la forza del singolo.

   3. L'emancipazione è distruzione: Per Nietzsche l'emancipazione passa attraverso la "filosofia del martello". Bisogna frantumare i vecchi idoli (i miti retrivi) per permettere all'individuo di diventare Oltreuomo (Übermensch), ovvero colui che è capace di creare i propri valori in totale autonomia, rifiutando ogni sottomissione intellettuale o morale alle vecchie élite.

In Siddharta è esplicitato chiaramente; ma pare che l'universo umano abbia deciso di ignorare gli insegnamenti e continua a mantenersi sotto scacco volontariamente.

La situazione, per cert'uni, è consolatoria. Si sentono "protetti".

 

Il parallelo  con il Siddharta di Hermann Hesse coglie perfettamente il nucleo psicologico del problema: il passaggio cruciale tra la comodità della sottomissione e la solitudine della libertà.

Nel romanzo, Siddharta comprende che nessun maestro (nemmeno il Buddha) può donargli l'illuminazione. Per trovarla deve abbandonare le dottrine, le guide e i miti rassicuranti, accettando di camminare da solo nell'incertezza. Insomma: crescere!

 Perché l'essere umano sceglie lo status di "ostaggio volontario"?

Per molti la situazione è consolatoria. Il rifiuto degli insegnamenti di emancipazione non è un fallimento dell'intelligenza, ma un meccanismo di difesa psicologico e sociale ben preciso:

 

e, la fuga dalla libertà è un meccanismo di “autodifesa”.

Come teorizzato dal sociologo Erich Fromm, la libertà assoluta genera angoscia. Scegliere autonomamente i propri valori e destrutturare i miti sociali significa anche farsi carico della totale responsabilità dei propri fallimenti.

Delegare il pensiero a una classe dirigente retriva o a un dogma preconfezionato è un modo per non sentirsi mai colpevoli.

Per non pagare il prezzo dell'Oltreuomo, a molti, va bene così.

 La prospettiva nicciana o il risveglio di Siddharta richiedono un prezzo altissimo: l'isolamento.

Uscire dal "gregge" significa perdere la protezione della comunità e il calore della spersonalizzazione. Il gregge offre un'identità riflessa ("sono protetto perché faccio parte del gruppo").

È il condizionamento della vulnerabilità individuale, l’arma messa in conto dai dirigenti del sistema.

 Le classi dirigenti sfruttano da sempre questa paura dell'ignoto. Offrono "miti consolatori" (sicurezza in cambio di obbedienza, successo materiale in cambio di conformismo) perché un popolo che preferisce la protezione alla verità è infinitamente più governabile.

 

 Il ruolo della formazione giovanile oggi gioca un aspetto importante.

Lo studio e lo sviluppo del pensiero critico è un atto pedagogico. Se l'universo umano tende storicamente a ritirarsi nel rassicurante calore del mito, l'educazione dei giovani ha il compito di dimostrare che la "protezione" offerta dalle gabbie ideologiche è solo un'illusione.

L'emancipazione non deve essere vista come un deserto punitivo, ma come l'unico spazio in cui l'essere umano può smettere di essere un "prodotto" della società e iniziare a essere l'autore della propria vita.

 

Se i miti antichi offrivano una consolazione comunitaria reale (intorno a un fuoco, in un tempio o in una piazza), i miti digitali compiono un paradosso spietato: offrono l'illusione della connessione mentre esasperano l'isolamento.

 La trappola delle "gabbie virtuali" per i solitari è un’esca polarizzante.

Il meccanismo psicologico si basa sui grandi miti moderni, progettati per dare risposte immediate a chi si sente solo o escluso:

 

primo: il mito dell'iperconnessione salvifica.

 Chi è solo cerca un rifugio. Lo smartphone e i social promettono che non sarai mai più isolato. Tuttavia, questa è una falsa vicinanza: scambiare l'interazione mediata da uno schermo con una relazione umana profonda svuota l'individuo, lasciandolo ancora più solo una volta spento il display.

Secondo: Il mito dell'approvazione quantificabile.

 Il valore di una persona viene ridotto a metriche (like, visualizzazioni, follower). Per chi cerca disperatamente un ruolo nel mondo, l'algoritmo diventa il nuovo giudice morale. Si finisce per performare una vita finta pur di compiacere la "gabbia", perdendo del tutto l'autenticità e l'autonomia intellettuale.

E, ultimo, ma il più allettante: il mito delle risposte facili (le camere dell'eco, le piazze virtuali dei social).

 Gli algoritmi dei social sono programmati per mostrarti solo ciò che conferma le tue paure, le tue rabbie o i tuoi desideri. Per una persona solitaria o fragile, entrare in queste "bolle" (echo chambers) dà l'illusione di aver trovato una comunità che la capisce. In realtà, ha solo trovato un'altra cella in cui viene alimentato il risentimento o la passività.

 

Si passa quindi dal "servilismo delle classi dirigenti" al "servilismo dell'algoritmo"

Riprendendo l’analisi iniziale su Nietzsche e sulle classi dirigenti retrive, oggi assistiamo a una mutazione del potere. Le vecchie élite politiche o sacerdotali sono state affiancate (e spesso superate) dai signori del feudalesimo digitale (le grandi aziende tecnologiche).

Le attuali e nuove classi dirigenti non hanno bisogno di imporre un dogma con la forza: usano la nostra stessa solitudine per renderci schiavi volontari. Più siamo soli e vulnerabili, più tempo passiamo dentro la gabbia virtuale; più tempo passiamo lì dentro, più profitti generiamo per loro (attraverso i nostri dati e la nostra attenzione). È la perfetta evoluzione del "servilismo pleonastico": l'utente lavora gratis alla propria stessa reclusione.

 Esiste una via d'uscita per ritrovare il "Logos"?

Il superamento di questi miti non avviene distruggendo la tecnologia, ma smantellando l'illusione che essa possa guarire le nostre ferite esistenziali.

Come il Siddharta che abbandona le risposte preconfezionate per guardare il fiume nella sua cruda e reale bellezza, l'essere umano moderno deve compiere un atto di coraggio: riappropriarsi della noia, del silenzio e della presenza fisica.

Sviluppare un pensiero critico oggi significa capire che la soluzione alla solitudine non si trova formattata in un feed personalizzato, ma nel faticoso e meraviglioso tentativo di abitare il mondo reale.

Questa dipendenza dal digitale solleva un forte interrogativo etico.

Pensi che questa "sottomissione volontaria" ai miti digitali sia ormai irreversibile a causa della dipendenza psicologica che crea, o credi che l'essere umano, prima o poi, proverà una naturale nausea per il virtuale che lo spingerà a cercare una nuova emancipazione?

A te che leggi la soluzione e la strada da intraprendere.

 

Io ho accettato questa responsabilità. La soluzione non può essere un dogma preconfezionato, ma dev’essere una scelta esistenziale Individuale:

liberarsi dalle gabbie virtuali e dai miti digitali che capitalizzano profitti sulla nostra solitudine è un imperativo assoluto! 

La strada da intraprendere richiede il coraggio di praticare una forma moderna di "filosofia del martello", volta a frantumare non più gli idoli di pietra, ma gli schermi che ci separano dalla realtà.

In primis, dobbiamo praticare la bonifica del tempo e dello spazio e intraprendere la via dell'autonomia. Liberarsi dell'algoritmo, sottrargli la nostra risorsa più preziosa: l'attenzione.

 

Stabilire confini rigidi. Introdurre deliberatamente momenti di disconnessione totale per riabituare il cervello al silenzio, alla noia e alla riflessione profonda.

In parole povere, riconquistare il corpo e il territorio: essere padroni e sporchi di “materia” perché il virtuale disincarna.

Quindi, camminare, guardare negli occhi, vivere e abitare gli spazi pubblici.

Perché, diciamocelo: la realtà ha una consistenza ruvida che nessun display può replicare.

 

La chiusa mi sembra esaustiva. Potrei perciò concludere qui questa lunga disquisizione, ma voglio replicare e ripetere i concetti basilari che trapano le nostre ali e rinchiudono in gabbie falsamente dorate.

 

I miti digitali prosperano sull'individuo isolato. 

La contromisura è la ricostruzione del tessuto sociale.

- Rifiutare le metriche dell'ego e smettere di cercare la conferma del proprio valore nei riscontri quantificabili del web.

- Cercare la comunità reale. Sostituire le "camere dell'eco" virtuali con luoghi di aggregazione fisica — circoli culturali, spiazzi di dibattito, volontariato, teatro. È nell'incontro con l'altro, anche e soprattutto nello scontro dialettico e nella diversità, che si sperimenta il vero Logos.

 

Coltivare il Pensiero Critico come Antidoto  e attuare Il passaggio al Logos.

Studiare, approfondire e dubitare sono gli unici strumenti per non essere manipolati.

 

Esercitare il dubbio sistematico davanti a ogni informazione, emozione indotta o "verità" semplificata che appare su uno schermo, bisogna chiedersi: A chi serve? Chi trae profitto da questo mio stato d'animo?

Leggere la complessità significa abbandonare la lettura frammentaria dei social per tornare ai testi lunghi, alla saggistica, alla filosofia. La complessità richiede tempo; l'algoritmo esige immediatezza. Scegliere la lentezza è un atto di emancipazione.

 

In conclusione: Il coraggio di essere "Oltreuomo" oggi, è forse un po’ più difficile.

La strada non è comoda. Rimanere nella gabbia virtuale continuerà a essere, per molti, la scelta più "consolatoria" e protetta. Ma come ci insegna Siddharta, la vera illuminazione comincia solo quando si ha il coraggio di congedare i maestri e guardare il fiume della vita con i propri occhi.

Diventare l'Oltreuomo di oggi non significa dominare gli altri, ma dominare i propri impulsi tecnologici. Significa accettare la vertigine della solitudine reale per trasformarla in una libertà autentica, diventando finalmente i soli legislatori dei nostri valori.

La strada è tracciata, e comincia nel momento esatto in cui decideremo, anche solo per oggi, di posare questo schermo e guardare il mondo.

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