Alessandro Lanzo, è il supercinema
ALESSANDRO LANZO È IL SUPERCINEMA…
Alessandro non era solo il bigliettaio, “u stacca biglietti”, come dicevamo noi ragazzi di Marina di mille anni fa, quando c’era Marina e c’erano i cinema anche a Marina. Tre ce n’erano. E uno, il più importante, il più moderno, il cinema Orso, ancora oggi, pur cadente e impacchettato in un’altrettanto vecchia impalcatura di sicurezza, si trova all’inizio del Corso Progresso, a far bella mostra non solo della fine del cinema nel quartiere-paese , ma anche dell’indolenza con la quale, giocando sugli interessi incerti ed egoistici della proprietà, anzi delle proprietà, tra l’indifferenza di molti Marinotti e l’irresponsabilità di tanti della politica, è stato trattato un luogo della cultura, la cultura, e lo stesso aspetto urbanistico del quartiere.
Mi scuso di questa veloce digressione, cui non resisto quando si tratta degli atti di violenza contro la mia città e del menefreghismo più contagioso, terreno fertile in cui resiste e si estende il principio dell’irresponsabilità, quella assurda condizione che non consente mai, qui da noi, di assumersi una responsabilità sulle proprie azioni, ovvero di assegnarne qualcuna da parte della pubblica opinione.
Alessandro sapeva di questo tema dolente, perché sapeva del cinema. Amava Catanzaro tutta. E sapeva la storia dei tanti cinema che vi erano al centro e nella parte alta della città e ne diceva con dolore e nutrite informazioni, su come sono nati, su come sono andati in crisi, perché sono andati in crisi e perché e quando siano stati lasciati chiudere, lasciando morire il cinema nel capoluogo.
Alessandro, quindi, non era solo il bigliettaio del Supercinema, la bella bomboniera di cultura incastonata in una delle parti più intime del centro storico: lui era il Supercinema.
E non perché fosse chiuso lì dentro ogni giorno in cui questo cinema è tornato a rivivere. Tutti i giorni, dalle sedici a mezzanotte, attraverso i due spettacoli canonici. Alessandro era sempre lì, dietro quel banchetto alto nel quale sembrava scomparisse. Si vedeva solo la parte alta del corpo e quel viso che non sapevi se fosse di bambino con la barbetta, di giovane con i capelli scuri, neri, folti, o di vecchio con gli occhiali e gli occhi miopi stretti stretti per vedere meglio anche da quelli.
L’ingresso del teatro è piccolo e stretto e il marciapiede dà sulla via più stretta, forse, di Catanzaro. Su questo piccolo perimetro si apriva la porta al centro che ti portava in sala. La piccola sala. Piccola e bella, raccolta in una sorta di intimità anche spirituale del cinema. Sulla sinistra il bagno, piccolo e stretto, che andrebbe da rifare, diceva lui con tanta speranza, e a destra, subito dopo la biglietteria, l’originale scala che porta a quell’unico palco con una quarantina di posti in discesa verso lo schermo.
Lo vedevi sempre lì e non sapevi se era alto o basso Alessandro. Se era grasso o magro, filiforme o muscoloso. Non si vedeva niente del suo corpo, lui fermo lì quando faceva freddo d’inverno e quando faceva progressivamente caldo dalla primavera fino a giugno. Tutto giugno e anche un po’ di luglio, prima della chiusura estiva.
Questo, solo questo, si vedeva di lui, ma tutto, proprio tutto, o quasi tutto, potevi conoscere di lui, se lo guardavi in quel viso particolare, bello nella sua caratteristica meridionale, anche dei colori. Scuri della pelle come degli occhi e dei capelli, questi nerissimi.
Il suo viso ti diceva tutto. Con quegli occhi che si illuminavano alla vista delle persone e al parlare con loro, ti diceva della sua timidezza, in cui riservatezza e discrezione dicevano anche della sua buona educazione, nella quale vi era il rispetto per tutti.
Di nessuno diceva male e, quando doveva o poteva dirne, la sua risposta era in quel sorriso ironico, stretto in quelle labbra sottili, dietro le quali si apriva un sorriso breve, quasi prudente, con il quale ti diceva di una sorta di malinconia intima e lontana.
In alcune sere questa malinconia ripiegava su una sorta di tristezza che avrebbe detto anche di un ricordo, di una nostalgia, probabilmente di un rimpianto. Malinconia e tristezza che lo disarmavano in maniera naturale, di qualsiasi forza insita nella natura umana, tra orgogli diversi e supponenza, presunzione e sottile arroganza, e lo rivelavano in quella tenerezza che commuoveva.
Alessandro, sempre fermo lì, non era solo il Supercinema. Per la cultura che si era formato negli anni su tutto ciò che creava i film, cultura che non ostentava fanaticamente e presuntuosamente, lui era, nel suo piccolo e nel mio immaginario, il cinema.
Sapeva e te ne diceva, se glielo chiedevi, come facevo io a ogni mio ingresso in quella sala, che quasi sempre era vuota di persone e del solito vocio che precede e segue, fino all’uscita, il film.
Tanti anni e tanti giorni e tante sere Alessandro stava lì dietro il bancone senza staccare un biglietto che non fosse il mio o quello di Filippo e Rita o di Marcello e, qualche volta, di pochi altri di cui non ricordo i nomi.
Ma per la maggior parte delle giornate è degli anni, quei biglietti strani gli stavano in mano integri, ripeto, tranne uno, il mio.
Alessandro si intristiva di questo per tutto ciò che significava e che il suo cuore avvertiva prima ancora che la sua intelligenza giudicasse. E cioè il distacco progressivo dei catanzaresi dalla loro città, che è fatta di spazi, di vie, di storia, di centro storico, di vicoli e viuzze, di incontri con le persone e tra le persone e di incontri di queste con i luoghi che della città dicono quanto dicono i fatti salienti della sua storia.
Si rammaricava, pur senza tante parole, quasi sempre con quel suo sguardo ironico e malinconico, della progressiva indifferenza verso i luoghi propri della cultura che ancora resistono in Catanzaro. È anche per quella sorta di totale abbandono dell’unico cinema di fatto rimasto in città, il mio amico Francesco Passafaro, eroico salvatore e difensore e rinnovatore del Teatro Comunale, che sempre più, anche utilmente, si è dedicato al teatro, valorizzandolo enormemente e con grandi sacrifici anche personali, oltreché artistici, non se ne abbia a male.
Indifferenza per il cinema in centro che si sarebbe trasformata in indifferenza verso la cultura in generale e da lì in indifferenza verso la condizione di inevitabile impoverimento della città, era questa la sua maggiore preoccupazione.
“La città è città se ha i cinema nel suo corpo antico e il cinema è vero cinema se vive nel centro antico”, io dicevo e scrivevo tanti anni fa con quella insistenza, che appariva fondatamente una critica sui mega centri commerciali, che avrebbero, da destra e da sinistra del territorio, stretto in una morsa la città indebolendola e isolandola.
Mi piaceva che lui condividesse e poi con me ne parlasse quasi ringraziandomi per quella mia battaglia. E per quella mia presenza al cinema.
E sì, proprietà coraggiosa che lo difendeva senza tentazioni di specularci, “svendendolo”, a prescindere, Alessandro era il Supercinema.
La sua anima, la sua amica preziosa. Quel luogo era anche il suo dialogo silenzioso con quella vita che solo i grandi uomini e le grandi donne sanno fare. Interrogandosi e interrogando, con le risposte che non ricevono perché ce l’hanno già.
E Alessandro, tutte quelle risposte le ha sempre avute. E teneva per sé quelle più tristi per tutti noi, uomini dell’esistenza in cammino pur sempre sofferta nella città che si ama.
E Alessandro, in qualche modo, era Catanzaro, questa città. La sua città, che non volle mai abbandonare, anche quando affetti familiari e fraterni, veri e sinceri, avrebbero reso conveniente andare altrove, anche per lavori più redditizi e sicuri.
Alessandro ha amato Catanzaro nell’unico autentico modo in cui un catanzarese possa amare la sua città, restandovi, potendo non essere costretto a lasciarla, evidentemente, curandola, difendendola. Anche con la sua presenza fisica.
In ogni spazio, anche il più piccolo, in cui l’intera città fosse presente, rappresentata. Come il Supercinema, infatti, che lui ha difeso fino in fondo anche dal letto della sua immane sofferenza, per quella brutta malattia che l’ha colpito in maniera quasi vigliacca mentre, raggiunta quella età sul tenero confine tra giovinezza e adultità, tra nostalgia di un tempo lontano e speranza di quiete nel tempo a venire, lui sostava in qualche modo interrogandosi su quella sorta di solitudine che prende sempre le persone sensibili, anche quando hanno amici, fratelli, compagne di vita, che li amano.
La solitudine che tu leggevi negli occhi di Alessandro era quella “buona”, se così si può dire, della solitudine.
Sarà perché era sempre solo lì, sarà perché aveva quel volto di bellissima tenerezza, sarà quel che si voglia che sia, a me Alessandro appariva così.
E la sua solitudine accostavo alla mia, che, tenera e inquieta, cercava compagnia pur godendo di ogni bellezza che Dio possa donare, in particolare con i figli. E in lui puntualmente la trovavo.
Ché solitudine delicata e interrogante non è quella di restar soli da abbandono o da altro. Solitudine tenera è quella che ti porta a riflettere sulla vita e sul mondo e sul tempo che resta per dare felicità alla tua e rivoluzione liberante al mondo stesso.
È la solitudine dei sogni antichi che hai tenuto in tasca e te li trovi mentre distrattamente cerchi le chiavi di casa.
La solitudine-tenerezza, quella di Alessandro, è la solitudine dei poeti.
E quanta poesia vi era in quest’uomo straordinariamente bello che non è stato bambino e non è stato mai vecchio!
Alessandro, lì dentro, nel suo cinema che a noi tra poco tornerà grazie anche alla resistenza che lui vi ha messo, è stato, possiamo dirlo senza retorica, il solitario eroe di questi giorni.
Un combattente solitario per una delle più grandi cause che, vinte, salvano il piccolo mondo in cui si è lottato.
Il Nuovo Supercinema, sono certo, tornerà presto, per opera di altri piccoli eroi e combattenti, i suoi amici di avventura lontana. E quando aprirà le porte e dalla macchina nuova proietterà il primo film, il pensiero grato andrà a lui.
Che merita molto più che un fuggevole ricordo e un’altrettanto fuggevole emozione per questa morte giovane che davvero addolora. Non soltanto chi l’ha conosciuto.
Sono certo che gli amici che sono rimasti a difendere questa sua battaglia, prendendo il testimone altrettanto coraggiosamente, prima che le autorità della città gli intitolino un luogo della cultura, sapranno immediatamente intitolargli una parte del cinema, magari con una bella targa, proprio quella del botteghino, con una bella foto sua che resti ferma lì a guardare chi, finalmente, venendo numerosi al Supercinema, gli vorrà rendere il vero omaggio.
Perché al cinema si va.
Perché il cinema regge se c’è chi compra il biglietto e con quello lo sostiene. Che il film gli sia piaciuto no. Il cinema, come luogo in sé merita da solo il prezzo del biglietto.
Franco Cimino
