Tra iperconsumismo e soffocamento dell'Assoluto
Il Ruolo dei Creativi nella Società Contemporanea
Nel panorama socioculturale contemporaneo, dominato dalla
saturazione dei flussi comunicativi e dalla mercificazione dell'immaginario, la
figura del creativo attraversa una radicale ridefinizione concettuale.
Non più mero produttore di manufatti estetici o dispensatore di emozioni immediate, il creativo assume il ruolo di operatore critico della visibilità e della coscienza etica.
Il presente saggio intende analizzare come l'azione creativa si configuri come una vera e propria "pratica di resistenza poetica". Questa resistenza scaturisce dal contrasto insanabile tra l'iper-presenza visiva del marketing e l'apatia del consumo seriale.
Attraverso la decostruzione dei linguaggi contemporanei, il
creativo trasforma l'immagine da campo stabile a territorio di frizione
cognitiva.
La Saturazione Sensoriale e la Denuncia dei Bisogni Indotti,
nella società contemporanea si caratterizza per un sovraccarico biologico ed
esistenziale di stimoli e nevrosi indotti dal modello economico consumistico.
All'interno di questo scenario, il creativo opera come una vera e propria
spugna sensoriale.
Egli assorbe le tensioni distruttive della collettività per
poi rielaborarle e liberarle sulla superficie dell'opera.
È un rabdomante in cerca d’acqua pura utile a dissetare le
menti predisposte allo svelamento delle finzioni allo stesso modo del suo
lavoro di ricerca semantica dove il collage e l'assemblaggio concettuale non
illustrano la realtà, ma la interrogano.
E fa critica delle
"effimere presunzioni di benessere" rielaborando i segnali condensati
nei prodotti industriali e i feticci del mercato. Sotto la sua mano i simboli
consumistici sono decontestualizzati e mostrati nella loro veste più crudele,
rivelandosi per quello che sono: surrogati affettivi e relazionali.
Il creativo, dunque, non asseconda il flusso del consumo, ma apre ferite nel tessuto del marketing. Costringe l'osservatore a un arresto e a una sosta riflessiva di fronte all'oggetto quotidiano.
Provoca, in sintesi, ossimori concettuali mediante i dispositivi
a lui consoni, e mette in relazione critica la memoria storica contro il
prodotto del tempo effimero-.
Un'altra funzione sociale del creativo risiede nella
capacità di generare frizioni semantiche attraverso la stratificazione storica
dei materiali e dei simboli. L'accostamento tra icone della tradizione classica
e scarti della modernità industriale diventa una metafora della condizione
umana odierna.
Il nucleo concettuale del saggio trova la sua sintesi ideale
nella dialettica espressa di seguito, e mette a contrasto due polarità
culturali apparentemente inconciliabili. Da un lato, la Dimensione Classica,
identificata con il concetto di Idealità, incarna la ricerca dell'assoluto e di
un'armonia estetica che trascende le epoche storiche. Questa sfera non si
limita alla mera riproduzione formale, ma si fa portatrice di una profonda
tensione spirituale e di una memoria storica permanente, concepita per
resistere al logorio del tempo e per ancorare la coscienza collettiva a valori
duraturi.
Al polo opposto si colloca la Dimensione Contemporanea, che
ridefinisce radicalmente il concetto di Materialismo degradandolo nelle
dinamiche dell'iper-consumismo. In questo scenario, l'orizzonte di senso è
colonizzato dai sottoprodotti effimeri del consumismo rapido, dove l'oggetto
artistico o culturale è fagocitato con la stessa distratta voracità di un bene
di consumo. La promessa di questo modello sociale si traduce in una forma di
felicità standardizzata, pre-confezionata e rigorosamente "usa e
getta", priva di una reale stratificazione affettiva o storica.
L'interazione tra questi due mondi, orchestrata dall'azione
del creativo, non è pacifica ma genera un territorio di frizione critica:
l'irruzione della quotidianità commerciale soffoca e fagocita la memoria
dell'assoluto, obbligando lo spettatore a prendere coscienza della perdita di
senso che caratterizza la modernità.
Il "materialismo" di stampo storico ed evolutivo è così degradato nell'iper-consumismo contemporaneo. L'intervento del creativo impedisce che la "Grande Bellezza" sia soffocata e dimenticata, riattivando la coscienza etica proprio laddove il consumo vorace tende ad azzerare la memoria collettiva.
L'Immagine è "Margine che Respira": Dispositivo Critico!
L'opera d'arte non appare più come un contenitore o un esito
concluso, bensì come un ecosistema in divenire e un campo di risonanza.
L'immagine si sottrae alla sua mera funzione illustrativa o decorativa per
farsi puro strumento di pensiero.
In questo contesto, il concetto di "margine che
respira" definisce lo spazio liminale presidiato dall'artista e diventa punto
di instabilità dove il visibile si apre programmaticamente al non-visibile, al
non-detto e al non-risolto della società.
Contro un'immagine contemporanea ridotta a mero flusso immateriale e consumo istantaneo, l'azione estetica ispessisce e complica la superficie materica.
La memoria
personale e la critica sociale non sono temi cristallizzati da conservare, ma
forze dinamiche capaci di generare nuove geografie visive mobili.
In sintesi, l'evoluzione della tecnica artistica evidenzia il fenomeno della migrazione digitale. Il passaggio dalla fisicità dell'assemblaggio nello studio d'arte alla fluidità dei canali digitali e dei portfolio online non è una mera riproduzione immateriale. Essa rappresenta l'assegnazione di una seconda vita all'opera, la quale – pur perdendo peso oggettuale – amplifica a dismisura la propria portata simbolica e la propria penetrazione critica all'interno della rete sociale globale.
Il saggio evidenzia come il ruolo del creativo nella società
contemporanea sia intrinsecamente politico e maieutico. Rifiutando
l'intrattenimento rapido e lo stupore fine a se stesso, l'artista si colloca
negli spazi liminali del pensiero sublime.
Il suo compito non consiste nel mostrare o descrivere
passivamente il mondo, bensì nell'interrogare le condizioni stesse della
visibilità e della responsabilità democratica.
Attraverso il gesto artistico, l'ordinario è destrutturato, i falsi miti sociali sono incrinati e il fruitore è infine richiamato al dovere etico di sostare e abitare la complessità del presente.
"Nota Curatoriale: L'Iper-Consumismo dell'Effimero e il
Soffocamento dell'Assoluto.
Artista: Mario Iannino
Titolo dell'opera in esame: Idealità e Materialismo nel
contemporaneo
Tipologia d'intervento: Assemblaggio concettuale e
migrazione digitale
Collocazione critica: Archivio Vivo dell'Artista – Sezione
Identità e Miti Sociali."
Inquadramento Critico
L'opera è un dispositivo di frizione semantica e arresto cognitivo di straordinaria urgenza concettuale. Mario Iannino opera in questa composizione svelando il corto circuito insanabile che caratterizza la società contemporanea: la collisione violenta tra l’orgia della visione – l'iper-presenza bulimica del marketing alimentare – e la bulimia del consumo quotidiano, distratto e privo di memoria.
L’operazione non si limita all'accostamento pop, ma
istituisce un'amara e "ironica" denuncia delle nostre estetiche
quotidiane.
Analisi dell'Assemblaggio e Stratificazione Visiva:
Il piano di fondo è interamente colonizzato dal packaging
accartocciato e seriale di due noti prodotti da aperitivo di largo consumo
della grande distribuzione italiana:
nel lato sinistro: L'esplosione cromatica del rosso dello
storico brand di bastoncini salati "Snack".
Nel lato destro: La confezione dei cracker
"Doriano" con sale iodato.
Questo sfondo non funge da mero elemento decorativo, ma
rappresenta il totem del benessere effimero. È la plastica "usa e
getta" che evoca un consumo rapido, vorace, standardizzato e privo di
coscienza storica.
Al centro geometrico e concettuale della composizione,
Iannino colloca il ritaglio digitale della celebre scultura del 1911 di Giulio
Monteverde, "Idealità e Materialismo" (conservata presso la Galleria
Nazionale d'Arte Moderna di Roma).
Il nudo maschile proteso nello sforzo dinamico circolare
verso la figura femminile eterea simboleggiava, nell'Ottocento, la perenne
tensione dell'uomo tra aspirazioni spirituali e bisogni terreni.
L'intuizione curatoriale risiede nel comprendere come
l'artista abbia operato una svalutazione e risignificazione del concetto di
"Materialismo".
La tensione filosofica originaria di Monteverde è
letteralmente schiacciata, avvolta e soffocata dai sottoprodotti del consumismo
quotidiano.
La "Grande Bellezza" dell'arte classica, che
esigeva la sosta del pensiero e la contemplazione dell'eterno, capitola di
fronte alla promessa di felicità immediata prodotta dal marketing del cibo
industriale.
La migrazione digitale compiuta da Iannino priva il marmo
ottocentesco del suo peso reale e lo trasforma in un brand immateriale al pari
dello snack, costringendoci a interrogarci sul nostro ruolo di spettatori e
consumatori passivi. L'opera si fa così "margine che respira", ferita
aperta nel visibile che invita alla resistenza poetica contro la trasparenza
del flusso commerciale globale.
L'opera d'arte non si presenta più come un raccoglitore o un esito concluso, bensì come un ecosistema in divenire e un campo di risonanza. L'immagine si sottrae alla sua mera funzione illustrativa o decorativa per farsi puro strumento di pensiero.
In questo contesto, il concetto di "margine che respira"
definisce lo spazio liminale presidiato dall'artista:
Il visibile si apre programmaticamente al non-visibile, al non-detto e al non-risolto della società.
Contro un'immagine contemporanea ridotta a mero flusso immateriale e consumo istantaneo, l'azione estetica ispessisce e complica la superficie materica.
La memoria personale e la critica sociale non sono temi
cristallizzati da conservare, ma forze dinamiche capaci di generare nuove
geografie visive mobili.
Infine, l'evoluzione della tecnica artistica evidenzia il
fenomeno della migrazione digitale. Il passaggio dalla fisicità
dell'assemblaggio nello studio d'arte alla fluidità dei canali digitali e dei portfolio
online non è una mera riproduzione immateriale. Essa rappresenta l'assegnazione
di una seconda vita all'opera, la quale – pur perdendo peso oggettuale –
amplifica a dismisura la propria portata simbolica e la propria penetrazione
critica all'interno della rete sociale globale.
Un caso di studio: L'Iper-Consumismo dell'Effimero e il Soffocamento dell'Assoluto
La sintesi perfetta di questa migrazione e della frizione
semantica teorizzata trova il suo compimento nell'assemblaggio concettuale in
cui Mario Iannino mette in scena l'amara e "ironica" collisione tra
la scultura del 1911 di Giulio Monteverde, "Idealità e Materialismo"
(conservata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma), e i feticci della
grande distribuzione alimentare italiana.
L’assemblaggio concettuale si svela allo sguardo dello spettatore attraverso una rigorosa partitura visiva, dove la disposizione geometrica degli elementi si traduce immediatamente in tensione filosofica.
L'intera superficie di sfondo è colonizzata da un piano
materico e cromaticamente saturo, costituito da packaging industriali plastici.
L'autore opera qui un meticoloso accartocciamento seriale delle confezioni,
privandole della loro originaria funzione logistica per trasformarle in un
ammasso di scarti contemporanei. Questa texture commerciale si divide
rigidamente in due campiture: sul lato sinistro esalta l'accensione cromatica
dello sfondo rosso dei bastoncini salati "Snack", mentre sul lato
destro espone la grafica seriale della confezione dei cracker
"Doriano" con sale iodato. Questo fondale rappresenta il trionfo
dell'effimero, il feticcio plastico di una felicità usa e getta che evoca un
consumo rapido, bulimico e programmaticamente privo di memoria storica.
In esatta corrispondenza con il centro della composizione,
l'artista colloca l'elemento perturbante: il ritaglio digitale della statua di
Giulio Monteverde, icona classicista del 1911. La scultura, sradicata dalla sua
collocazione monumentale, mostra un nudo maschile proteso in avanti in uno
sforzo dinamico lungo una struttura circolare, mentre sopra di lui si eleva una
figura femminile eterea.
È proprio nell'intersezione tra questi due livelli che si genera
il punto di attrito critico dell’opera. La collocazione del simulacro classico
al di sopra del tappeto industriale produce il soffocamento dell'icona
classica. La ricerca dell'assoluto, dell'armonia e della stabilità monumentale è
letteralmente schiacciata e avvolta dai sottoprodotti del consumismo
quotidiano. Attraverso quest’operazione di montaggio, il
"materialismo" ottocentesco — inteso originariamente da Monteverde
come la dialettica tra bisogni terreni e aspirazioni spirituali — subisce una svalutazione
controllata, mostrandosi drammaticamente degradato nell'iper-consumismo
odierno.
La sosta riflessiva imposta dall'arte è così soffocata dal
flusso del consumo distratto, costringendo lo spettatore a prendere coscienza
della perdita di senso della modernità.
L'operazione decontestualizza il marmo ottocentesco,
originariamente teso a simboleggiare la lotta perenne tra bisogni terreni e
aspirazioni spirituali, e lo colloca sopra un "tappeto" cromatico
saturo, dominato dal rosso dei bastoncini salati "Snack" e dalla
confezione dei cracker "Doriano".
L'intuizione dell'artista risiede nella svalutazione controllata del simbolo: la ricerca dell'assoluto e della "Grande Bellezza" classica è letteralmente schiacciata, avvolta e soffocata dai sottoprodotti effimeri del consumismo quotidiano. La plastica usa e getta evoca l'idea di un consumo rapido, vorace e privo di memoria, tipico della società contemporanea.
La felicità promessa dal marketing del cibo industriale (il
piacere immediato da aperitivo) si scontra con la tensione spirituale ed
estetica di Monteverde, privando il manufatto storico del suo peso monumentale
per trasformarlo in un brand immateriale al pari dello snack. L'immagine s’ispessisce,
rifiuta l'intrattenimento rapido e si fa dispositivo critico atto ad attivare
la coscienza etica del fruitore.
In conclusione, come dimostrato dall'analisi
dell'assemblaggio di Iannino, il ruolo del creativo nella società contemporanea
è intrinsecamente politico e maieutico. Rifiutando l'intrattenimento rapido e
lo stupore fine a se stesso, l'artista si colloca negli spazi liminali del
pensiero sublime per operare come una spugna sensoriale, capace di assorbire il
sovraccarico di stimoli e nevrosi della società dei consumi per restituirli
sotto forma di testimonianza critica.
Il suo compito non consiste nel mostrare o descrivere passivamente il mondo, bensì nell'interrogare le condizioni stesse della visibilità e della responsabilità democratica.
Attraverso il gesto artistico e la migrazione digitale,
l'ordinario viene destrutturato, i falsi miti sociali sono incrinati e il mito
collettivo incontra la memoria personale. Il fruitore è infine sottratto alla bulimia
del consumo seriale e richiamato al dovere etico di sostare e abitare la
complessità del presente.

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