Salvini, smettila e STUDIA!
Fuori gli arroganti dalle Istituzioni democratiche.
Nel rumore del mondo ancora c’è chi è gentile e presta attenzione al prossimo.
Avevo appena subito le brutte notizie di cronaca del tg1. Con quelle brutte immagini dell’uomo a terra immobilizzato da altri due uomini in divisa ed uno in abiti civili che lo teneva immobile per i piedi e che dopo qualche minuto di urla e invocazioni d’aiuto, il poveretto, si è quietato. Ma non per effetto delle braccia e dei piedi legati ma, purtroppo, perché aveva cessato di vivere!
Un immigrato regolare, un marocchino, dicono. Che era andato
in escandescenza. Aveva picchiato pugni contro le saracinesche dei garage sotto
al palazzo. Farneticava. Chiedeva aiuto e attenzione. I cittadini, invece,
hanno pensato di chiamare le forze dell’ordine. E questi sono arrivati. Lo hanno
immobilizzato. E soffocato sotto il loro peso.
È la prassi! Nelle esercitazioni queste manovre sono impartite e imposte in caso di casi che presentano o lasciano presagire un pericolo pubblico.
Non è invece prassi che un ministro, che rappresenta a tutti
gli effetti, sempre, anche quando dorme, i valori della Repubblica e dei suoi
cittadini, che vada sul posto a difendere a spada tratta il corpo della
polizia. Come se qualcuno volesse o avesse intenzione di colpevolizzare l’organo
di tutela della quiete pubblica Istituzione dello Stato di diritto.
Sarebbe davvero ora che qualcuno lo zittisse! Lo mettesse
nelle condizioni di non disturbare gli addetti ai lavori. Lo istruisse! Imporgli,
insomma, di STUDIARE!
Con questo episodio in testa, sono uscito. Alla fermata
della metro, assorto nella lettura di un messaggio sul telefono, sento le
carrozze del tram arrivare e poi un fischio breve. La motrice rallenta. Un altro
fischio. Alzo gli occhi e guardo in direzione del macchinista. Uno dei due
occupanti la cabina di pilotaggio mi fa cenno. No. non devo salire. Rispondo con
un gesto della mano. Lui sorride e continua oltre. È una fermata a richiesta!
È toccante la gentilezza, non dovuta, sovverte e quieta pensieri così densi e dolorosi per la tragedia descritta nei notiziari. Un piccolo gesto di attenzione umana è riuscito a restituire un momento di quiete e connessione con il prossimo.
"Il contrasto tra la durezza della cronaca e la delicatezza
di quel cenno d'intesa alla fermata mostra quanto valore abbiano la cura e
l'empatia quotidiana."
Le questioni legate all'uso della forza, alla gestione delle
emergenze psichiche o comportamentali e al ruolo delle istituzioni nei momenti
successivi a tali drammi sono complesse e profondamente sentite dall'opinione
pubblica, alimentando spesso intensi dibattiti sociali e politici sulla
sicurezza e sulla tutela dei diritti individuali.
Un ministro dovrebbe saperlo e adoperare atteggiamenti consoni al ruolo che occupa.
Il peso della divisa e il silenzio dello Stato sono equilibri necessari che, altrimenti, potrebbero incrinare i rapporti tra le autorità e i cittadini comuni che cercano un po’ di umanità.
Il contrasto è stridente, quasi insopportabile. Da un lato,
lo schermo del televisore rimanda le immagini convulse di un uomo a terra,
immobilizzato fino all'ultimo respiro da chi indossa i colori dello Stato;
dall'altro, la quotidianità binaria di una fermata del tram, dove un semplice
cenno d'intesa e un sorriso restituiscono per un attimo il senso della comunità
e del rispetto reciproco.
È in questa drammatica vicenda che si inserisce una riflessione profonda sui confini dell'autorità e sui doveri di chi la rappresenta.
Quando la cronaca registra la morte di un uomo sotto il peso
di un contenimento fisico, l'opinione pubblica si interroga inevitabilmente
sulla proporzionalità della forza e sulla gestione delle marginalità e del
disagio.
Le procedure e i protocolli esistono per garantire la
sicurezza collettiva e degli stessi operatori, ma non possono mai prescindere
dalla tutela del valore supremo della vita umana.
Quando quel limite viene superato, l'unica risposta
democratica possibile risiede nella trasparenza e nel rigoroso accertamento
della verità da parte degli organi inquirenti.
In questo delicato ingranaggio, il ruolo della politica – e
in particolare di chi siede nei banchi del governo – richiede una postura di
assoluta responsabilità.
Un ministro della Repubblica non rappresenta solo una fazione o una categoria, ma incarna i valori costituzionali di tutti i cittadini, a partire dal principio di uguaglianza e dalla presunzione di innocenza.
La difesa d'ufficio e immediata di una parte, prima ancora
che la magistratura abbia potuto fare chiarezza sulla dinamica dei fatti,
rischia di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e di
sovrapporsi indebitamente al lavoro degli addetti ai lavori.
La dignità di un ruolo istituzionale si misura nella capacità di osservare in rispettoso silenzio l'attesa delle indagini.
Studiare i dossier, comprendere la complessità delle
dinamiche di piazza e attendere i verdetti dei tribunali non significa
abbandonare le forze dell'ordine, ma proteggerne la legittimità democratica.
Solo isolando gli eventuali errori dei singoli si tutela il valore dell'intera istituzione.
Lo Stato dimostra la
sua forza non quando si arrocca nella difesa aprioristica del potere, ma quando
ha il coraggio di guardarsi allo specchio e di esigere da se stesso la massima
trasparenza, ricordando che la gentilezza e l'attenzione al prossimo – come
quel cenno del macchinista – dovrebbero essere la regola, mai l'eccezione.

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