Ricordare per due
scrittura creativa
-Racconto
dal tono intimo, sensoriale e un po' nostalgico-
C'è una potenza enorme in questo testo: la precisione dei ricordi sensoriali amplifica la commozione per il presente, rendendo l'atto di tagliare il melone un vero e proprio monumento alla memoria.
Il sapore del sole e Il ritmo della terra
L’estate la preferisco decisamente alle altre stagioni. Qualcuno obbietterà che non ci sono più le stagioni di una volta, che oggi la frutta e gli altri prodotti della terra si trovano tutto l’anno sui banchi dei negozi, livellati e sempre uguali. È vero. Ma vuoi mettere la frutta che matura spontanea sotto il sole di luglio e agosto con quella pompata nelle serre o costretta a maturare al buio delle celle frigorifere? Non c'è paragone. C'è una magia viscerale nel cibo che segue il ritmo della terra, un'energia che le luci artificiali non potranno mai replicare.
Sarà per l’atmosfera assolata e calda di questi pomeriggi,
ma ogni volta che mi accingo a tagliare un bel melone giallo preso fresco dal
frigo, succede qualcosa. Appena la lama affonda, dopo avere vinto la resistenza
tenace della buccia rugosa, la mia mente viaggia. Sento il profumo zuccherino
che si sprigiona nel momento esatto in cui l'acciaio tocca la polpa dolce e
raggiunge il cuore spugnoso, quell'incavo perfetto inanellato di opulenti semi
chiari. In quel millesimo di secondo, il presente svanisce. Il tempo torna
indietro, si avvolge su se stesso e mi riporta a quando ero ragazzo.
In quella cucina del passato rivedo chiaramente mia sorella.
La ricordo seduta, a tavola, armata di una pazienza infinita che oggi sembra
quasi dimenticata. Con gesti calmi e precisi toglieva i semi dal melone,
liberandoli ad uno ad uno dalla rete molliccia, filamentosa e leggermente aspra
che li teneva prigionieri. Poi li lavava sotto l'acqua corrente, strofinandoli
finché non diventavano lisci e puliti, e li stendeva al sole ad asciugare sopra
un canovaccio e un vassoio di cartone.
No, non avevamo un pappagallino in casa. Quei semi non erano
per un animale: mia sorella li curava esclusivamente per sé. Era il suo piccolo
tesoro croccante. Una volta asciutti, diventavano il suo passatempo preferito.
Le piaceva sgranocchiarli la sera, nel buio del salotto, davanti alla
televisione accesa, mentre il rumore leggero dei gusci che si spezzavano faceva
da sottofondo ai programmi dell'epoca. Un rito semplice, ripetitivo e
domestico, che profumava di vacanze, di giovinezza e di estate vera.
Oggi quel rito è senz’altro svanito. Purtroppo una grave
forma degenerativa alle ossa l'ha resa inferma, costringendola a letto. La
demenza ha steso un velo fitto sui suoi pensieri, portandola in un luogo
lontano, dove non riconosce quasi nessuno. Non il marito, non me; riconosce
solo suo figlio, che l’accudisce amorevolmente.
Mi addolora moltissimo. Questa sua realtà toglie il fiato,
ed è un contrasto doloroso e profondo tra la vitalità e la precisione di quei
gesti di un tempo e l'immobilità del presente, che ritorna insistentemente fino
a rischiare di oscurare ciò che è stata. Ma la demenza, sebbene cancelli i
ricordi del presente, spesso lascia intatti proprio i frammenti più antichi,
quelli della giovinezza.
Il mio racconto, adesso, non è più solo un esercizio di memoria: è un atto d'amore, un modo per custodire quel rito anche per lei, tenendo accesa la luce su chi è stata.
Non credo sappia più chi sono, né chi è stata lei stessa. Ma
finché io sarò qui, presente, anche se non necessariamente a tagliare un melone
in un pomeriggio d'estate, finché sentirò il sole baciare la pelle e quella
lama affondare nella polpa dolce, lei sarà sempre lì. Seduta al tavolo della
nostra giovinezza, paziente e bellissima, a curare i suoi semi e a
sgranocchiare la sua estate davanti alla TV.
Io resto qui, custode di quel tempo, a ricordare per
entrambi.
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