oltre il rumore del mondo
IL RUMORE DELLE MANI (teste) VUOTE
La dittatura dell’effetto speciale sta uccidendo la
creatività e la memoria dell'arte.
“Guardatemi. Ammiratemi. Nessuno riesce a fare quello che faccio io”.
Se provassimo a riassumere in un unico spartito il rumore di fondo che satura le piazze digitali del nostro secolo, la melodia sarebbe questa: un incessante, ossessivo inno all’iper-performance.
Artisti, artigiani e creatori digitali si sfidano
quotidianamente nel Colosseo dell'algoritmo per strappare un secondo di
attenzione, stupire le masse con acrobazie tecniche impossibili e lasciare lo
spettatore a bocca aperta.
Eppure, superato quel millesimo di secondo, quando lo
schermo si spegne e il pollice riprende il suo scroll compulsivo, la domanda
sorge spontanea e brutale: cosa resta?
Resta il vuoto di un affanno sterile. Una manualità
esageratamente inutile! Già nel secolo scorso, la parte più lucida della
critica ci ricordava che l'arte non è un trucco di magia, né una prova di forza
muscolare; l'arte accade solo quando l'autore mette a nudo carne e cuore,
usando la propria poetica per lasciare il mondo un briciolo migliore di come lo
ha trovato.
È giunto il momento di dichiarare fallita la cultura
dell'esibizionismo e riscoprire il valore del senso di esitere. Esserci!
La celeberrima formula teorica di Émile Zola definisce l'arte esattamente in questo modo:
«Un'opera d'arte è un angolo della creazione visto attraverso un temperamento»
(“Une œuvre d'arte est un coin de la création vu à
travers un tempérament”)
Zola coniò questa definizione inizialmente nel 1865
(nel saggio su Proudhon e Courbet) e la utilizzò come pilastro fondamentale per
tutta la sua attività di critico d'arte a difesa della nuova pittura
d'avanguardia.
Zola fu uno dei primissimi e più accaniti sostenitori degli
impressionisti quando il pubblico e le giurie ufficiali dei Salon li
deridevano.
Applicò la sua idea di "temperamento" per spiegare
che la grandezza di questi pittori non risiedeva nella precisione tecnica
millimetrica (l'"effetto speciale" dell'epoca accademica), ma nel
modo unico, viscerale e umano con cui il singolo artista filtrava la realtà.
Nello specifico, Zola scrisse recensioni entusiastiche sui
Salon (in particolare tra il 1876 e il 1879). Quando parlava di Pierre-Auguste
Renoir, Zola ne lodava la capacità di catturare la vita moderna e la carne con
una grazia speciale, definendolo un pittore dal temperamento felice, limpido e
profondamente originale, capace di dipingere la luce senza trucchi accademici
artificiali.
Il “rumore delle mani vuote” riprende esattamente la battaglia di Zola, ma ribaltata nel XXI secolo:
· Zola nel 1860/70: combatteva l'arte accademica, fatta di "trucchetti" e regole rigide, per difendere il temperamento umano e la realtà.
·
Il testo di oggi, con la sua analisi, combatte
l'arte dell'algoritmo, fatta di iper-performance e "trucchi di magia
digitali", per riscoprire il senso, il cuore e la carne dell'autore.
In entrambi i casi, il messaggio è identico: l'abilità
tecnica senza l'anima, il temperamento di Zola, la poetica della nostra
analisi, è solo rumore vuoto.
Questo testo è un manifesto critico contro la superficialità
dell'arte digitale contemporanea, dominata dalle logiche degli algoritmi e
della gratificazione istantanea. La riflessione centrale evidenzia come la
ricerca ossessiva dello stupore tecnico e dell'iper-performance stia svuotando
l'opera d'arte del suo significato più profondo, trasformandola in un mero
esercizio di esibizionismo.
Le piattaforme digitali sono descritte come un moderno
"Colosseo" perché in questo spazio, il successo si misura in secondi
di attenzione catturati attraverso contenuti pensati per stupire visivamente,
piuttosto che per far riflettere.
È criticato
l'approccio muscolare e ingegneristico alla creazione. L'abilità tecnica fine a
se stessa produce un "effetto speciale" che svanisce non appena si
spegne lo schermo, lasciando nello spettatore un senso di vuoto materiale ed
emotivo.
L’analisi richiama la critica del Novecento (il "secolo
scorso") per ridefinire lo scopo dell'espressione artistica. L'arte
autentica non è un trucco di prestigio, ma un atto di vulnerabilità
("mettere a nudo carne e cuore") capace di generare un impatto
sociale ed etico positivo.
Il testo dialoga implicitamente con grandi teorie della sociologia e della critica d'arte:
·
La Società dello Spettacolo (Guy Debord):
Il concetto per cui l'immagine e l'apparire hanno sostituito l'essere e il
fare.
·
L'opera d'arte nell'epoca della sua
riproducibilità tecnica (Walter Benjamin): La perdita dell'«aura»
dell'opera d'arte, che nel contesto digitale si traduce nella perdita della
memoria e della permanenza del senso a favore del consumo rapido ("scroll
compulsivo").
Il medium, il mezzo
espressivo non è il colpevole, è l'uso che se ne fa. È come lo utilizza il
“creativo”.
Liquidare l'intera produzione digitale come "spazzatura
mediatica" sarebbe un errore imperdonabile.
Il problema sollevato nel saggio non è la tecnologia in sé,
ma l'asservimento della tecnologia alle logiche mercantili dell'algoritmo.
Quando invece lo strumento digitale è preso in mano e guidato da chi crea per
urgenza espressiva e passione pura, si trasforma in un mezzo di resistenza
culturale straordinario.
Un esempio perfetto di questo approccio è proprio la ricerca
di Mario Iannino ( https://marioianninoartist.altervista.org/newgallery.html
), un artista che ha fatto della contaminazione tra i linguaggi la sua cifra
stilistica.
La sua Poetica è l’antidoto al vuoto.
Iannino incarna esattamente l'eccezione virtuosa descritta
dalla nostra riflessione attraverso questi punti:
·
Ricerca Semantica e Poesia Visiva: Nella
sua mostra "Linguaggi mutevoli", la sua indagine si è concentrata
proprio sulle suggestioni della comunicazione. Non usa il digitale per creare
un "effetto speciale" che stupisce l'occhio per un secondo, ma per
smontare e rimontare i meccanismi della comunicazione stessa.
·
Il Dialogo tra Materia e Digitale:
Attraverso opere polimateriche, sculture, assemblaggi e digital art, Iannino
dimostra che il virtuale e il reale non si escludono, ma si integrano per
offrire visioni critiche e letterali della società.
·
La Tecnica al Servizio del Senso: Nelle
sue mani, il pixel o la manipolazione digitale non cercano il "like"
compulsivo, ma diventano estensioni della tela e della scultura. È il perfetto
esempio contemporaneo del "temperamento" di cui parlava Zola: l'uso
delle tecnologie attuali filtrato da un'anima e da un pensiero critico, non da
un piano aziendale o da un trend monetizzabile.
Artisti come lui dimostrano che si può vivere il presente e
usare i software più avanzati senza vendere il cuore all'algoritmo. La
tecnologia, se mossa dalla poesia, torna a produrre memoria e non solo rumore.

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