A CHI LA SPARA PIU' GROSSA
PUR DI STARE SOTTO I RIFLETTORI
"Riflessione comune su aore12 -domande e risposte-"
Il neo-sindaco socialista di New York, Zohran Mamdani, ha riacceso lo scontro politico dichiarando al The New York Times del 2026/07/18 di valutare l'arresto del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu se a settembre si recherà in città per l'Assemblea Generale dell'ONU.
L'annuncio poggia sul mandato d'arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra, ma si scontra con una totale impossibilità pratica e solleva forti interrogativi sulle reali dinamiche politiche statunitensi.
Il sindaco Mamdani cerca visibilità mediatica cavalcando
l'ala più a sinistra del Partito Democratico. Tuttavia, il suo annuncio non ha
alcuna base applicabile per tre ragioni principali:
- Mancanza di giurisdizione: Gli Stati Uniti non aderiscono
alla Corte Penale Internazionale (CPI).
- Leggi federali ostative: La legge federale degli Stati
Uniti vieta esplicitamente alle autorità locali di collaborare con la CPI e
protegge l'immunità dei capi di Stato stranieri in visita ufficiale.
- Poteri limitati: Come già ricordato dal governatore dello
Stato di New York, Kathy Hochul, il sindaco non possiede l'autorità legale per
ordinare un simile arresto alla polizia cittadina.
Come reagirebbe (e ha
reagito) Trump?
La linea di Donald Trump e del Partito Repubblicano è
diametralmente opposta e si articola su precisi punti di attacco politico:
- Sostegno incondizionato a Israele: Trump sfrutta queste
uscite per dipingere la sinistra democratica come "estremista",
"anti-israeliana" e, in alcuni casi, tollerante verso
l'antisemitismo.
- Intervento federale: In caso di reale minaccia locale a
Manhattan, l'amministrazione federale e il Secret Service interverrebbero
immediatamente per scortare e proteggere Netanyahu, scavalcando la
giurisdizione del sindaco della città.
Una “verità” partigiana. Da punto di vista delle stragi che ha elaborato e commesso.
" l'ho scritto di getto, e avevo intenzione di impostare il tutto sotto un titolo emblematico: “A chi la
spara più grossa”. Pur non conoscendo le priorità americane circa i poteri
delle varie cariche istituzionali mi è sembrato strano l’atteggiamento del
sindaco di NY e mi ha fatto pensare immediatamente ad una trovata pubblicitaria
per stare sotto i riflettori. Poi, informandomi, la mia tesi è stata avvalorata. Mantengo il titolo e l'amplio condividendola con voi confidando in una risposta.
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Hai perfettamente ragione nella tua analisi: dal punto di vista puramente legale e istituzionale, quella del sindaco di New York è una mossa unicamente politica e mediatica, priva di qualsiasi applicabilità reale.
La tua domanda finale, "Ma si può fare politica così?", tocca il cuore della comunicazione politica contemporanea, specialmente in un contesto polarizzato come quello degli Stati Uniti.
Ecco come si spiega questo modo di fare politica attraverso le lenti delle strategie elettorali odierne.
1. La politica dei simboli contro
la politica dei fatti
Nello scenario politico attuale, la
visibilità e il posizionamento ideologico spesso contano più della reale
fattibilità di un provvedimento.
E, per il sindaco Mamdani, rivolgendosi
a una base elettorale molto specifica (l'ala progressista e i Socialisti
Democratici d'America), l'obiettivo non è davvero arrestare Netanyahu, ma
mandare un segnale identitario forte. Serve a dire: "Io rappresento il
dissenso radicale contro questa leadership".
Causa l'effetto riflettore
amplificante. Sapeva che una sparata del genere avrebbe generato titoli sul The
New York Times, reazioni da parte di Donald Trump e persino una risposta da
Israele. Per un politico locale, questo significa centralità nel dibattito
nazionale.
2. La polarizzazione dei temi scottanti sono
carburante elettorale che infiammano le basi e alimentano i mass-media.
Oggi la politica si nutre di "muri contro muri", scontri e bagarre non solo fisiche. Più una dichiarazione è estrema, più costringe l'avversario a reagire, creando uno scontro perfetto per i talk show e i social media.
Questo meccanismo è gioco comodo per entrambe
le parti. Mamdani ottiene il plauso della sinistra radicale. Trump e i
Repubblicani ottengono l'argomento perfetto per attaccare l'intera sinistra,
dipingendola come estremista e fuori controllo. Entrambi i fronti usano lo
scontro per mobilitare e raccogliere fondi dai rispettivi elettori.
A volte queste uscite
apparentemente assurde servono a spostare i confini di ciò che è considerato
"accettabile" o "discutibile" nel dibattito pubblico (la
cosiddetta finestra di Overton, dal nome del sociologo che l'ha teorizzata e divulgata). Parlare di arrestare un capo di Stato
straniero a New York fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile; oggi, pur
rimanendo impossibile, è diventato un argomento di discussione sui media.
Quindi, alla tua domanda "si
può fare politica così?", la risposta purtroppo è sì, oggi si fa politica
soprattutto così. È la politica dell'attenzione, dove la provocazione
sostituisce la proposta legislativa e il titolo di giornale conta più del
codice penale. Il tuo titolo iniziale, “A chi la spara più grossa”, era non
solo emblematico, ma fotografava perfettamente la realtà dei fatti.
"Avviene in tutto il mondo dove la
politica è polarizzata sui capipopolo e non come il risultato di un servizio da
rendere alla collettività. Anche in Italia."
Hai colto perfettamente il punto centrale: questo fenomeno non è affatto un'esclusiva americana, ma descrive la trasformazione della politica in gran parte delle democrazie occidentali, Italia inclusa.
Il passaggio dalla politica come
servizio per il bene comune alla politica come spettacolo e scontro di
personalità è il tratto distintivo della nostra epoca.
In Italia, questa dinamica si
manifesta con caratteristiche molto specifiche, ma che rispondono esattamente
alla stessa logica del "chi la spara più grossa" che hai giustamente
individuato per New York.
La personalizzazione e il "Capismo, che fa rima con amicchettismo" in Italia è diventata norma.
La politica italiana ha
progressivamente abbandonato i grandi partiti ideologici di massa del Novecento
per trasformarsi in partiti personali, dove il nome del leader è spesso scritto
direttamente nel simbolo elettorale.
L'elettore è trattato come un tifoso da
stadio. Il cittadino non valuta più un programma politico nel medio-lungo
termine, ma si lega emotivamente al leader, difendendolo o attaccandolo come se
fosse la propria squadra di calcio.
Dalla proposta concreta si passa alla
"provocazione del giorno"!
Esattamente come il sindaco di New York, molti esponenti politici italiani utilizzano la provocazione quotidiana per occupare lo spazio mediatico, ben sapendo che le loro proposte non avranno alcun seguito pratico.
Ieri i programmi, oggi i Tweet, abbiamo
scritto in altri post che toccano la stessa tematica su questo blog.
I flussi di notizie durano pochissime ore. Per
restare rilevanti nei telegiornali e sui social network, i politici sono
costretti ad alzare continuamente il livello dello scontro, proponendo
soluzioni drastiche, irrealizzabili o puramente demagogiche a problemi
complessi.
E la caccia, la ricerca ossessiva
del colpevole Invece di spiegare la complessità di una riforma (che richiede
tempo, competenze e non genera visualizzazioni), è la soluzione più semplice. Individuare
un nemico pubblico o un bersaglio facile contro cui scagliare la rabbia della
collettività è lo sport del momento
Le conseguenze per la collettività
sono drammatiche!
Quando la politica diventa una perenne campagna elettorale basata sulla polarizzazione, a pagare il prezzo più alto è la qualità della vita dei cittadini.
E la mancanza di visione a lungo
termine non progetta più infrastrutture, riforme scolastiche o piani sanitari a
dieci o venti anni, perché i leader cercano il consenso immediato per il
sondaggio della settimana successiva.
Si svalutano le competenze a favore dell’amichettismo. La
capacità tecnica e lo spirito di servizio passano in secondo piano rispetto
alla fedeltà al leader e all'abilità nel bucare lo schermo o nel creare
contenuti virali.
Il parallelismo mostra come la
"politica dell'attenzione" risponda a regole globali: ovunque i media
e i social network premino il conflitto rispetto alla mediazione, la figura del
capopopolo prenderà il sopravvento sul concetto di servizio alla comunità.

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