Oltre la fabbrica dell'arte
- cultura, società-
Il Gioco della Memoria: Oltre la Fabbrica dell'Arte
Riflessioni in libertà dalla stanza dei giochi
Profanare o tombare? Tombature profanate! Tombare per custodire e consegnare ai posteri le scorie del nostro tempo che senso ha? In arte, la tombatura drammaticamente più nota è il “Grande Cretto” di Gibellina, la monumentale opera di Alberto Burri.
In arte si è detto tutto! Ritengo che ogni lavoro o ricerca artistica che dir si voglia sia stata ampiamente scandagliata. Non per questo dobbiamo adagiarci e smettere di giocare. Io lo faccio ogni giorno.
Differentemente da quanto asseriva
Renato Guttuso, che si sentiva un “proletario del pennello” e similmente iniziava la sua
giornata lavorativa alla stessa ora degli operai che montano in fabbrica – una
frase che penso sia solo un vezzo del “compagno Renato” – per me, invece, è un gioco! E
come ogni gioco, non ci sono orari. Dipingere o creare non è come lavorare in
fabbrica. Tutt’altro! Gli operai sudano e faticano, mentre noi “artisti” facciamo
gli intellettuali che pensano di poter migliorare il mondo. Ma non so se sia
vero.
Per me creare, ragionare e conferire armonia al logorio della vita moderna è un gioco. Drammatico, questo sì, ma pur sempre un gioco “elitario”. Che alla fine induce a decifrare quanto elaborato.
Tombatura Aperta: La Genesi della Materia
Note di studio sull'opera conclusa
Quest’ultimo gioco, iniziato
qualche giorno addietro, lo ritengo concluso. Le misure sono 75x56 cm di base
totale, su cui è sovrapposta una manipolazione di oggetti di scarto assemblati
e conservati sotto una rete rinforzata di colore e gesso, in perfetta sintonia
con la mia ricerca e in piena libertà dagli "ismi" dell’arte
contemporanea.
La superficie di tessuto
stratificato di scarti, gesso e rete evocano con forza la poetica
dell’accumulo, del frammento salvato e, appunto, della “tombatura” come atto di
seppellimento sia di paradossale conservazione di ciò che la società rifiuta.
La riflessione sul contrasto tra
il rigore quasi “operaio” di Guttuso e la dimensione pura del gioco come motore
creativo è illuminante. Il gioco non ha orari perché non risponde a una logica
di produzione lineare, ma a un’urgenza di esplorazione libera, svincolata dalle
gabbie critiche contemporanee.
Se Alberto Burri con il Grande
Cretto di Gibellina ha sigillato il trauma e la memoria di una comunità sotto
una colata monumentale di cemento bianco, questa opera sembra agire su una
scala intima, domestica e materica. Il gesso e il colore non cancellano i
frammenti sottostanti (i ritagli di giornale, gli imballaggi, le scritte
rovesciate come quel "fittane"), ma li trattengono in una sospensione
protettiva, come reperti archeologici del quotidiano catturati sotto la trama
di una rete. Non è una tomba che chiude per sempre, ma una superficie vibrante
che lascia intravedere il vissuto che pulsa sotto la crosta bianca.