Territorio e Radici

Tra la pietra antica e il respiro del mare

Uno sguardo sulla Calabria, sull’istmo di Catanzaro, dove la storia millenaria di Scolacium incontra la natura del Parco della Biodiversità e l'abbraccio cristallino della costa jonica. L'entroterra, la Sila e la costa tirrenica. Un viaggio visivo e culturale tra terra, memoria e arte in Calabria e nel mondo.

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Calabria: Scolacium, Parco della Biodiversità e Costa Jonica

Noi, tra i giganti Alvaro e Verga

 

Sopravvivere da uomini nella rete dei giganti digitali.

Noi, tra i giganti del ’900

Tra Verga e Alvaro 

Siamo sospesi in una perenne, logorante schizofrenia antropologica.

Ci muoviamo nello spazio digitale intrappolati in un paradosso identitario schiacciante, costretti a cercare una sopravvivenza digitale per non cedere al mercimonio e alle sue lusinghe.

Come api controvento, tentiamo di volare sfruttando le correnti ascensionali per recarci laddove il nettare è migliore.

L'individuo contemporaneo vive diviso tra due spinte opposte e noi, metaforicamente, tocchiamo concetti e approfondiamo analisi al solo scopo di aprire la mente alla Bellezza.

 

Attraverso gli scritti di Corrado Alvaro e Giovanni Verga gettiamo un seme: che siano semi di quercia o d'erba, sta a voi decidere, poiché da queste pagine diamo solo input.

 

La frattura culturale che un tempo separava la rigidità morale della Sicilia e la flessibilità biologica della Calabria si è trasferita intatta sotto i pixel dei nostri schermi, costringendoci a sdoppiarci pur di non soccombere.

 

Da un lato, nello spazio della quercia pubblica che incarna il modello verghiano, sotto i riflettori dei social network siamo vittime condannate a comportarci come Padron 'Ntoni.

Siamo costretti a esibire una purezza etica monolitica, una reputazione impeccabile e un brand privo di macchie, diventando querce rigide al solo scopo di difenderci dal "tribunale del vicoletto" digitale, dal linciaggio online e dalla cancel culture – quel boicottaggio di massa che mira a isolare o distruggere la reputazione di chiunque si discosti dal politicamente corretto – che rischiano di sradicarci. E qualche volta siamo state vittime.

 

Dall'altro lato, nell'ombra dell'erba privata che segue il modello alvariano, nel retroscena lavorativo e nelle dinamiche reali della sussistenza quotidiana applichiamo invece il pragmatismo disperato del pastore Argirò.

Ci facciamo erba per non farci spezzare dall'aratro invisibile dei nuovi padroni, ovvero gli algoritmi opachi e tossici delle grandi piattaforme, accettando il compromesso pur di evitare l'invisibilità economica e l'esclusione sociale.

La verità è cruda, oggi come un secolo fa, la pancia vuota e la paura dell'isolamento non sentono ragioni d'onore.

La tecnologia non ci ha liberati, ha solo raffinato le nostre catene, scambiando i latifondi con i server della rete perché la fame, in fondo, ha solo cambiato valuta.

 

Per sgomberare subito il campo da equivoci, il richiamo all'antico proverbio calabrese del "dente che spunta", fhannu mala, ma aiutanu a manciari, non allude in alcun modo a storie di corna, tradimenti o miserie da cortile.

La nascita di questo blog rappresenta, al contrario, la nostra reazione cosciente alla disfatta della privacy, alla mercificazione forzata dell'anima e alla pavida messinscena del mercato digitale.

 

Mettere a nudo la propria scrittura nel Panopticon della rete – quel modello di carcere ideale dove un guardiano invisibile sorveglia tutti dall'alto e costringe i prigionieri all'autocensura psicologica – fa male come un dente che cresce e lacera la carne, perché ferisce il pudore e cancella i confini del privato.

 

Avvertiamo una profonda disillusione per l'apatia dei navigatori, spesso attenti solo a raggranellare consensi attraverso il lavoro altrui pescando di frodo nel web.

Eppure, una volta superato lo shock, questo compromesso doloroso si rivela l'unico strumento rimasto per sovvertire la realtà virtuale, e poter produrre valore intellettuale indipendente e sopravvivere all'obbrobrio effimero del mordi e fuggi.

Se la sopravvivenza ha cambiato valuta, lo strumento di adattamento umano resta lo stesso, ma c'è un limite oltre il quale il compromesso diventa sottomissione, ed è proprio qui che tracciamo il nostro confine.

 

Proprio perché inteso come l'ultimo avamposto di una sussistenza selvaggia ma dignitosa, il nostro spazio rifiuta categoricamente le logiche degradanti della rete contemporanea.

 

Diciamo quindi un fermo no al clickbait, rifiutando di svendere l'intelligenza dei lettori o di spettacolarizzare il dolore e il privato per elemosinare un clic e monetizzare l'attenzione di chi approda.

 

Diciamo no alla pubblicità, affinché questo spazio resti pulito, libero da inserzioni e sponsorizzazioni che inquinano, svendono e mercificano la dignità del contenuto e del pensiero.

 

E diciamo un no assoluto alla dittatura dei trend, rifiutando di piegare la nostra scrittura alle regole umilianti imposte dai codici binari delle grandi piattaforme pur di rincorrere l'hype; rifiutiamo, cioè, di inseguire quella frenesia mediatica e quella tendenza del momento nate dalla spietata strategia di marketing dell'attenzione che oggi esaspera i social network.

 

Tra la quercia verghiana che si spezza e l'erba alvariana che si piega, noi scegliamo di abbassarci solo per proteggere le radici.

 Lasciamo che la lama della modernità iperconnessa passi oltre.

 

Piegarsi alle regole tecnologiche è un compromesso necessario per non scomparire, ma la nostra flessibilità millenaria ci garantisce che nessuna lama digitale potrà mai spegnere la spinta biologica a rialzarsi.

Una volta passata la tempesta, torneremo a respirare, a crescere e a creare nuova Bellezza.

 

 

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