Noi, tra i giganti Alvaro e Verga
Sopravvivere da uomini nella rete dei giganti digitali.
Noi, tra i giganti del ’900
Tra Verga e Alvaro
Siamo sospesi in una perenne, logorante schizofrenia antropologica.
Ci muoviamo nello spazio digitale intrappolati in un paradosso identitario schiacciante, costretti a cercare una sopravvivenza digitale per non cedere al mercimonio e alle sue lusinghe.
Come api controvento, tentiamo di volare sfruttando le correnti ascensionali per recarci laddove il nettare è migliore.
L'individuo contemporaneo vive diviso tra due spinte opposte
e noi, metaforicamente, tocchiamo concetti e approfondiamo analisi al solo
scopo di aprire la mente alla Bellezza.
Attraverso gli scritti di Corrado Alvaro e Giovanni Verga gettiamo un seme: che siano semi di quercia o d'erba, sta a voi decidere, poiché da queste pagine diamo solo input.
La frattura culturale che un tempo separava la rigidità morale della Sicilia e la flessibilità biologica della Calabria si è trasferita intatta sotto i pixel dei nostri schermi, costringendoci a sdoppiarci pur di non soccombere.
Da un lato, nello spazio della quercia pubblica che incarna
il modello verghiano, sotto i riflettori dei social network siamo vittime
condannate a comportarci come Padron 'Ntoni.
Siamo costretti a esibire una purezza etica monolitica, una
reputazione impeccabile e un brand privo di macchie, diventando querce rigide
al solo scopo di difenderci dal "tribunale del vicoletto" digitale,
dal linciaggio online e dalla cancel culture – quel boicottaggio di massa che
mira a isolare o distruggere la reputazione di chiunque si discosti dal
politicamente corretto – che rischiano di sradicarci. E qualche volta siamo
state vittime.
Dall'altro lato, nell'ombra dell'erba privata che segue il
modello alvariano, nel retroscena lavorativo e nelle dinamiche reali della
sussistenza quotidiana applichiamo invece il pragmatismo disperato del pastore
Argirò.
Ci facciamo erba per non farci spezzare dall'aratro
invisibile dei nuovi padroni, ovvero gli algoritmi opachi e tossici delle
grandi piattaforme, accettando il compromesso pur di evitare l'invisibilità
economica e l'esclusione sociale.
La verità è cruda, oggi come un secolo fa, la pancia vuota e la paura dell'isolamento non sentono ragioni d'onore.
La tecnologia non ci ha liberati, ha solo raffinato le nostre catene, scambiando i latifondi con i server della rete perché la fame, in fondo, ha solo cambiato valuta.
Per sgomberare subito il campo da equivoci, il richiamo
all'antico proverbio calabrese del "dente che spunta", fhannu mala,
ma aiutanu a manciari, non allude in alcun modo a storie di corna, tradimenti o
miserie da cortile.
La nascita di questo blog rappresenta, al contrario, la nostra reazione cosciente alla disfatta della privacy, alla mercificazione forzata dell'anima e alla pavida messinscena del mercato digitale.
Mettere a nudo la propria scrittura nel Panopticon della
rete – quel modello di carcere ideale dove un guardiano invisibile sorveglia
tutti dall'alto e costringe i prigionieri all'autocensura psicologica – fa male
come un dente che cresce e lacera la carne, perché ferisce il pudore e cancella
i confini del privato.
Avvertiamo una profonda disillusione per l'apatia dei navigatori, spesso attenti solo a raggranellare consensi attraverso il lavoro altrui pescando di frodo nel web.
Eppure, una volta superato lo shock, questo compromesso
doloroso si rivela l'unico strumento rimasto per sovvertire la realtà virtuale,
e poter produrre valore intellettuale indipendente e sopravvivere all'obbrobrio
effimero del mordi e fuggi.
Se la sopravvivenza ha cambiato valuta, lo strumento di adattamento umano resta lo stesso, ma c'è un limite oltre il quale il compromesso diventa sottomissione, ed è proprio qui che tracciamo il nostro confine.
Proprio perché inteso come l'ultimo avamposto di una
sussistenza selvaggia ma dignitosa, il nostro spazio rifiuta categoricamente le
logiche degradanti della rete contemporanea.
Diciamo quindi un fermo no al clickbait, rifiutando di svendere l'intelligenza dei lettori o di spettacolarizzare il dolore e il privato per elemosinare un clic e monetizzare l'attenzione di chi approda.
Diciamo no alla pubblicità, affinché questo spazio resti
pulito, libero da inserzioni e sponsorizzazioni che inquinano, svendono e
mercificano la dignità del contenuto e del pensiero.
E diciamo un no assoluto alla dittatura dei trend,
rifiutando di piegare la nostra scrittura alle regole umilianti imposte dai
codici binari delle grandi piattaforme pur di rincorrere l'hype; rifiutiamo,
cioè, di inseguire quella frenesia mediatica e quella tendenza del momento nate
dalla spietata strategia di marketing dell'attenzione che oggi esaspera i
social network.
Tra la quercia verghiana che si spezza e l'erba alvariana che si piega, noi scegliamo di abbassarci solo per proteggere le radici.
Lasciamo che la lama della modernità iperconnessa passi oltre.
Piegarsi alle regole tecnologiche è un compromesso
necessario per non scomparire, ma la nostra flessibilità millenaria ci
garantisce che nessuna lama digitale potrà mai spegnere la spinta biologica a
rialzarsi.
