Lo sviluppo nasce dall'empatia
SULLA PROPRIETA’ PRIVATA.
E gli ecomostri.
OGNI VOLTA CHE m’imbatto in cartelli con l’avvertenza “proprietà
privata”, non posso fare a meno di pensare alla dicotomia che quel bene
potrebbe essere stato privato alla collettività.
Salvo averlo ottenuto con il sudore della fronte e dopo enormi sacrifici.
Nello specifico, il cartello affisso sul cancello dell’area in questione, lì, avrebbe dovuto sorgere un complesso utile alla collettività, ovvero una struttura d’avanguardia che avrebbe allocato tra le altre attività sportive e il benessere psicofisico una piscina coperta riscaldata per i portatori di handicap.
Sono trascorsi decenni, ormai, e la cooperativa che avrebbe
affiancato il privato non esiste più.
Allo stato attuale, purtroppo, esiste una struttura scheletrica
immersa di erbacce….
La riflessione tocca il cuore di uno dei dilemmi urbanistici e sociali più diffusi nelle nostre città: il contrasto tra il diritto alla proprietà privata e la funzione sociale del territorio.
Non so chi ci sia dietro al “cartello d’avviso” se una
società o privati. Il punto è un altro.
Quando un cartello con scritto "Proprietà Privata" difende un bene guadagnato con il lavoro è un simbolo di legittimo sacrificio; quando invece recinta lo scheletro di un'opera pubblica mai nata, diventa il simbolo di un'opportunità sottratta alla comunità.
Il caso specifico racchiude perfettamente questa
contraddizione attraverso tre elementi critici:
• La promessa tradita: Un centro per il benessere
psicofisico e una piscina per portatori di handicap non erano solo cemento, ma
una risposta concreta a bisogni sociali ed inclusivi fondamentali del
quartiere.
• Il fallimento del partenariato: La scomparsa della
cooperativa e il blocco del privato hanno trasformato un progetto d'avanguardia
in un "relitto urbanistico".
• Il degrado attuale: Quello scheletro immerso nelle
erbacce non è solo un danno estetico, ma rappresenta lo spreco di spazio vitale
che è stato effettivamente "privato" alla collettività senza dare
nulla in cambio.
Dal punto di vista giuridico e amministrativo, i Comuni
hanno a disposizione strumenti come l'esproprio per pubblica utilità o le
varianti urbanistiche per recuperare aree degradate o incompiute, ma spesso le
maglie della burocrazia, i fallimenti societari e i contenziosi legali
congelano queste situazioni per decenni.
Il fatto che il proprietario provveda, anche se saltuariamente, al taglio dell'erba e alla manutenzione minima cambia la situazione dal punto di vista legale.
Questi piccoli interventi, infatti, dimostrano che la
proprietà non è tecnicamente in stato di abbandono giuridico. Il proprietario
sta esercitando una cura minima del bene, spesso proprio per evitare sanzioni
comunali legate al decoro o all'igiene pubblica, o peggio, per evitare che si
attivino procedure di esproprio per incuria.
L'escamotage evidenzia una delle contraddizioni più frustranti del diritto di proprietà:
• La tutela formale: Al proprietario basta tagliare
l'erba per blindare il proprio diritto sul bene, congelando lo status quo.
• La sostanza sociale: Per i cittadini, quel terreno
resta una ferita aperta, un'opera incompiuta che ha sottratto spazio a un
servizio fondamentale (la piscina per i portatori di handicap) senza restituire
valore al quartiere.
In Italia, quando un privato mantiene la proprietà pulita ma
non completa l'opera (magari perché la convenzione con il Comune o con la
cooperativa è scaduta o fallita), il Comune si trova spesso con le mani legate,
a meno che non decida di stanziare fondi per un esproprio per pubblica utilità,
una procedura lunga e molto costosa per le casse pubbliche.
Però non è detta l’ultima parola!
Anche se l’analisi coglie perfettamente il nucleo di un
paradosso italiano, cioè il contrasto
insanabile tra la tutela formale del diritto di proprietà e il principio
costituzionale della sua funzione sociale (Articolo 42 della Costituzione) quando
il taglio periodico dell'erba diventa lo scudo giuridico per proteggere uno
scheletro di cemento, la legge finisce per tutelare l'inerzia a scapito del
bene comune.
Quali le opzioni sul tavolo e cosa può fare la collettività (e il Comune)?
Nonostante i forti vincoli burocratici e legali descritti,
esistono dei percorsi amministrativi e urbanistici che i Comuni e i cittadini
possono tentare per sbloccare queste situazioni:
• Revisione degli strumenti urbanistici e decadenza dei
piani: Se l'opera faceva parte di un piano attuativo o di una convenzione
scaduta, il Comune può approvare una variante urbanistica che avrebbe dovuto e
potuto fare durante la costruzione del tracciato della pista ciclabile, ma non
lo ha fatto! Questa variante avrebbe azzerato la destinazione edificatoria
precedente (es. commerciale o sportiva privata) e trasformare l'area in uno
spazio pubblico (verde pubblico, parcheggio, servizi). Di fatto, si toglie
valore speculativo al terreno.
• Ordinanze sindacali urgenti per motivi di sicurezza o
salute: Il semplice taglio dell'erba non basta se lo scheletro in cemento
presenta ferri arrugginiti esposti, rischio di crolli o problemi di sicurezza
statica. Il Sindaco può emettere ordinanze di messa in sicurezza stringenti. Se
il privato non adempie, il Comune interviene in danno (esegue i lavori e manda
il conto al privato), accumulando crediti che possono portare al pignoramento
dell'area. Anche se l’intera area è recintata con rete metallica che presenta
squarci e varchi? E allora, in estrema ratio, perché non praticare l’amministrazione
condivisa?
• L'istituto del "Regolamento dei beni comuni"
e l'urbanistica tattica: Molti Comuni italiani hanno adottato regolamenti
per l'amministrazione condivisa dei beni comuni. Sebbene non tolgano la
proprietà al privato, permettono a patti di collaborazione tra cittadini e
amministrazione di fare pressione politica e mediatica, proponendo progetti di
riuso temporaneo o parziale delle aree adiacenti degradate.
O meglio un:
• Esproprio "creativo" tramite compensazione
urbanistica: Per evitare l'esborso economico di un esproprio tradizionale
(insostenibile per le casse comunali), il Comune può offrire al privato una
"permuta" o una compensazione.
In pratica, si concede al privato il diritto di edificare la
stessa cubatura in un'altra zona meno sensibile della città, in cambio della
cessione gratuita dello scheletro e del terreno degradato al Comune.
Qual è il ruolo della cittadinanza attiva?
In contesti del genere, l'azione legale pura è spesso un
binario morto per i singoli cittadini. La vera leva diventa la pressione
politica e la trasparenza amministrativa:
1. Accesso agli atti (FOIA): I cittadini o i comitati
di quartiere possono richiedere al Comune copia della convenzione originaria
per verificare se esistano penali mai riscosse, fideiussioni ancora escutibili
o scadenze temporali violate dal privato.
2. Petizioni e delibere di iniziativa popolare:
Presentare una mozione formale in Consiglio Comunale costringe
l'amministrazione a prendere una posizione pubblica sul destino di quel preciso
ecomostro, togliendolo dall'invisibilità burocratica.
In conclusione: Il Comune ha il dovere assoluto e d'ufficio
di intervenire perché conosce già la situazione e il Sindaco ha l'obbligo
giuridico di tutelare l'incolumità pubblica davanti a una recinzione rotta e
pericolosa, senza che i cittadini debbano sostituirsi alle istituzioni. Le
amministrazioni purtroppo si bloccano per pura inerzia politica, per mancanza
di fondi immediati da anticipare o per la paura di finire intrappolate in
lunghi e costosi ricorsi legali al TAR contro il privato. In questo contesto,
l'azione o l'esposto scritto dei residenti non servono a informare il Comune di
un problema che già ben conosce, ma hanno l'unico scopo di mettere nero su
bianco il pericolo per togliere all'amministrazione l'alibi del silenzio,
costringendola finalmente a muoversi per evitare pesanti responsabilità penali
in caso di incidenti.
Ripeto, è solo una semplice analisi che non intende innalzare polemiche o muri ideologici. ma che si augura di parlare a menti aperte
Il senso profondo di questa riflessione è proprio questo:
un invito al dialogo costruttivo e una sollecitazione culturale per superare
l'immobilismo. Non si tratta di fare polemica sterile, ma di stimolare una
visione urbanistica lungimirante e aperta, capace di guardare oltre i limiti
della burocrazia formale.