Leggere con occhi nuovi
Dall’ossessione della lettura alla solitudine della scrittura: perché i contemporanei ci sembrano "piccoli"?
C’è stato un tempo in cui la mia vita si misurava in capitoli. Leggevo ovunque. Mentre il mondo fuori si fermava per il rituale del caffè tra colleghi, io restavo rintanato in una pausa che non era isolamento, ma un viaggio altrove. Chi ama i libri conosce quella fame: l'urgenza di finire una pagina, di abitare le vite degli altri.
Poi è successo l’imprevisto. Ho iniziato a scrivere. E, quasi per un contrappasso crudele, ho smesso di leggere. O meglio, ho iniziato a farlo molto di meno.
Dopo aver camminato nei territori assoluti dei classici – dai russi spietati e abissali ai grandi architetti della letteratura occidentale – la narrativa contemporanea ha iniziato a sembrarmi improvvisamente bidimensionale. Insignificante. Faccio fatica a trovare un testo che riesca ad attrarmi, a trattenermi, a non svelarmi il suo "trucco" già alla terza pagina.
La sindrome dell'artigiano
All’inizio ho vissuto questo distacco con un senso di colpa quasi faticoso. Mi chiedevo se avessi perso la magia. Poi ho capito che si tratta di una metamorfosi inevitabile. Quando passi dall'altra parte della barricata e impari a costruire una storia, perdi l'innocenza del lettore. Diventi un artigiano: non guardi più solo il mobile finito, ne analizzi le giunture, la qualità del legno, i difetti di fabbrica. L'incanto dell'abbandono cede il passo al rigore della tecnica.
I giganti del passato ci hanno abituati a una verticalità che oggi, nel mercato editoriale dell'immediatezza, è merce rara. Molti libri moderni non sono brutti; sono semplicemente innocui. E chi scrive non ha bisogno di storie innocue, ha bisogno di incendi.
Un silenzio necessario
Oggi guardo i miei scaffali con una severità nuova. Ma ho smesso di colpevolizzarmi. Questo digiuno letterario non è disinteresse: è protezione. È il modo in cui la mente fa spazio alla propria voce, silenziando il rumore dei pensieri altrui per sentire finalmente i propri.
Forse il vero prezzo da pagare per scrivere la propria storia è accettare la solitudine di non trovare più conforto nelle storie degli altri.
M. I.